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Venezia, Teatro La Fenice – Rigoletto

Una stanza bianca dalle mura spoglie e luci asettiche. All’apertura di sipario, il buffone giace a terra, prigioniero di un delirio senza scampo. Con la sua interpretazione di Rigoletto ambientata in un ospedale psichiatrico, Damiano Michieletto sposta il dramma verdiano dal piano della fatalità a quello della psiche. Ma questa scelta, pur coerente con il linguaggio teatrale del regista, restituisce davvero il cuore “nero” e nichilista dell’opera?

Lo spettacolo, nato nel 2017 per Amsterdam, proposto a Venezia nel 2021 e ora ripreso al Teatro La Fenice da Eleonora Gravagnola, presenta una sua logica e una realizzazione scenica efficace. La scenografia claustrofobica di Paolo Fantin crea un’atmosfera opprimente che riflette la condizione mentale del protagonista, internato in manicomio dopo la morte di Gilda. Prigioniero della propria mente, Rigoletto rivive la sua tragedia in un flashback, immerso in un incubo fatto di ossessioni e deliri, dove il Duca e la corte si materializzano nei medici e negli infermieri dell’ospedale, proiezioni deformate della sua angoscia. Il buffone viene così trasformato in un uomo schiacciato dal potere e dai suoi stessi fantasmi.
Tuttavia, questa lettura si discosta dall’essenza più profonda del capolavoro verdiano. Rigoletto non è solo la storia di un uomo spezzato dal dolore e dal senso di colpa, ma un’opera “al nero” in cui il male trionfa senza redenzione, e l’esistenza si consuma nella crudele ineluttabilità del destino. Oltre al pessimismo storico che si esprimerà compiutamente in Don Carlo e Aida, Rigoletto introduce nel teatro verdiano una visione del mondo dominata dal caso e dal disordine, senza giustizia né redenzione. È un’opera spietata, dove il male prevale e il bene soccombe, e il destino è privo di volto e logica. Rappresenta il primo passo di un percorso nichilista che condurrà alla versione sanpietroburghese della Forza del destino (1862), per poi trovare il suo culmine in Otello. In questa prospettiva, Rigoletto non è solo espressione di una disperazione individuale, ma un confronto con il nulla, una visione tragica di un universo senza scampo. Un’idea che riecheggia il pensiero filosofico di Leopardi, che a sua volta anticipa di mezzo secolo il nichilismo di Nietzsche e il cuore del suo pensiero: il tema della morte di Dio.
La chiave psicanalitica di Michieletto, invece, riduce il dramma a un viaggio interiore, ridimensionandone la grandezza tragica. La regia sposta l’accento dal caos e dall’ineluttabilità del destino alla mente del protagonista, trasformando l’opera in una vicenda privata di alienazione. Inoltre, l’uso di alcuni espedienti scenici tipici del regista – come il lancio di coriandoli e le proiezioni – ormai non sorprende più e, in alcuni momenti, appare più un vezzo che una necessità drammaturgica. Pur avendo un certo impatto visivo, le proiezioni che mostrano l’infanzia di Gilda reclusa in casa appaiono riduttive: trasformano la complessità del personaggio in un trauma originario, anziché lasciarlo nella sua ambiguità drammatica. Il risultato è uno psicologismo semplificato che non sempre aggiunge profondità. La regia finisce dunque per ridurre l’arco tragico di Rigoletto a un dramma individuale, attenuandone la dimensione implacabile e cosmica. Ne risulta uno spettacolo ben realizzato, logico nella sua visione, ma che lascia aperta una domanda: il Rigoletto secondo Michieletto riesce davvero a inquietare e a scuotere nel profondo?

Dal podio, Daniele Callegari propone una lettura orchestrale priva di retorica e senza concessioni alla tradizione esecutiva. Evita puntature, corone, varianti e prassi ritenute ormai superate, attenendosi al dettato dell’edizione critica della partitura, con tempi serrati e un passo narrativo incalzante, soprattutto nei momenti di maggiore tensione. L’approccio asciutto e stringente esalta la drammaticità dell’opera, ma talvolta risulta impegnativo per i cantanti, che nei passaggi più distesi avrebbero bisogno di maggior respiro per valorizzare il legato e la morbidezza della linea vocale. Ne esce un’interpretazione a suo modo coerente, tesa, che punta sull’urgenza drammatica più che sulla seduzione del fraseggio.

Nel ruolo del titolo, Luca Salsi offre una prova vocalmente più controllata rispetto a quella veneziana del 2021, dove l’impronta violentemente drammatica, di taglio quasi “espressionistico”, sfociava a tratti nel parlato, a scapito della linea di canto. In questa occasione, il baritono denota una maggiore misura stilistica, più attenzione al legato, alle emissioni morbide quando necessario, senza per questo rinunciare al dominio della “parola scenica” e al fraseggio ben scolpito. Mancano forse la varietà di colori e la nobiltà di qualche interprete del passato, ma siamo di fronte a un Rigoletto di ottima tenuta vocale, perfettamente funzionale all’impostazione direttoriale e al disegno registico.
Al netto di qualche emissione non sempre timbrata nelle note più basse, Maria Grazia Schiavo delinea una Gilda apprezzabile: l’impostazione è tradizionale, forse un po’ vecchio stile, ma il soprano si impone per l’indubbia musicalità, l’intonazione precisa, il fraseggio partecipe. Nel secondo e terzo atto, in particolare, l’impronta lirica del personaggio si manifesta con naturalezza e l’interprete riesce a cogliere accenti drammatici intensi.
Ivan Ayon Rivas parte non al meglio. In “Questa o quella” il fraseggio è sbrigativo e poco elegante, ma dal duetto con Gilda il suo Duca di Mantova prende quota. Il timbro pregevole, la tecnica salda e gli acuti facili e squillanti gli consentono di cogliere sia l’aspetto lirico-amoroso che il lato sfrontato e cinico del personaggio.
Pur non essendo a rigore un basso profondo, Mattia Denti delinea uno Sparafucile insinuante e credibile, privo di tratti caricaturali, qualità che caratterizza anche la Maddalena misurata di Marina Comparato. Nelle parti di fianco si distinguono il Monterone timbricamante un po’ chiaro ma efficace di Gianfranco Montresor, il Matteo Borsa puntuale di Roberto Covatta e la Giovanna di Carlotta Vichi. Completano adeguatamente il cast Armando Gabba, Marullo, Matteo Ferrara, il Conte di Ceprano, Rosanna Lo Greco, la Contessa di Ceprano, Nicola Nalesso, un usciere, e Sabrina Mazzamuto, un paggio. Efficiente il coro preparato da Alfonso Caiani.
Alla prima, vivo successo per gli interpreti principali, con particolari acclamazioni per Salsi, mentre i responsabili della ripresa dell’allestimento hanno ricevuto sparsi dissensi.

Teatro La Fenice – Stagione 2024/25
RIGOLETTO
Melodramma in tre atti
Libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi

Il duca di Mantova Ivan Ayon Rivas
Rigoletto Luca Salsi
Gilda Maria Grazia Schiavo
Sparafucile Mattia Denti
Maddalena Marina Comparato
Giovanna Carlotta Vichi
Il conte di Monterone Gianfranco Montresor
Marullo Armando Gabba
Matteo Borsa Roberto Covatta
Il conte di Ceprano Matteo Ferrara
La contessa di Ceprano Rosanna Lo Greco
Un usciere di corte Nicola Nalesso
Un paggio della duchessa Sabrina Mazzamuto

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Daniele Callegari
Maestro del coro Alfonso Caiani
Regia Damiano Michieletto
ripresa da Eleonora Gravagnola
Scene Paolo Fantin
Costumi Agostino Cavalca
Light designer Alessandro Carletti
Video designer Roland Horvath

Allestimento Fondazione Teatro La Fenice
Venezia, 7 febbraio 2025

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