Elegia e farsa. Canto spianato e virtuosismo. Nuovi caratteri romantici e figure buffe tradizionali: L’elisir d’amore amalgama con singolare naturalezza mondi stilistici contrapposti, sfuggendo a ogni rigida catalogazione. Non è soltanto un’opera comica dal sapore fiabesco, né una semplice confessione venata di malinconia, ma il frutto di un’ambiguità linguistica e teatrale che continua a mettere alla prova ogni messinscena.
Spesso gli allestimenti finiscono per incrinare questo equilibrio, ora con ambientazioni inerti e scontate, ora con attualizzazioni non di rado forzate e fuorvianti rispetto alla tinta rustica e idilliaca impressa alla vicenda da Donizetti e Romani. Nell’edizione in scena in questi giorni al Teatro Malibran, la lettura di Bepi Morassi accentua invece con decisione la componente comico-farsesca. Si tratta di una produzione della Fondazione Teatro La Fenice, nata oltre vent’anni fa e riproposta più volte sia al Malibran sia sul palcoscenico del massimo teatro veneziano. Uno spettacolo collaudato e nel complesso garbato, ravvivato da una girandola di gag che attingono alla commedia dell’arte, con ammiccamenti al musical e alla rivista e qualche incursione nel gioco del teatro nel teatro.
A fare da contrappunto a questa vivacità scenica è l’impianto visivo di Gianmaurizio Fercioni: una struttura essenziale di praticabili sulla quale sono montati fondalini mobili che riproducono i bozzetti realizzati da Alessandro Sanquirico per la prima milanese del 1832. Una cornice figurativa legata alla tradizione ottocentesca che si trova così a convivere con una lettura attoriale di tutt’altro segno: la scena e i costumi conservano l’aspetto di una rappresentazione d’epoca, mentre l’azione si muove attraverso gag, travestimenti, ammiccamenti e momenti di esplicita teatralizzazione. È proprio da questo contrasto fra una cornice visiva scarna, di impronta storica, e una recitazione esuberante e farsesca che nasce uno dei tratti più caratteristici dello spettacolo.
La presenza sul podio di Francesco Ivan Ciampa garantisce buona tenuta nel corso dei tre atti, continuità del ritmo narrativo e un rapporto coeso tra orchestra e palcoscenico. La lettura non manca di varietà e contrasti: accanto al lirismo elegiaco, che costituisce una delle componenti più significative della partitura, emerge anche il vitalismo, pur con qualche episodio di irruenza sonora che finisce per sottrarre all’esecuzione brillantezza e senso dell’humour.
Fra i cantanti la prova più completa è quella di Valerio Borgioni. La voce, nella sala del Malibran, risulta ben timbrata, risonante e chiara nella dizione. Vero è che la tessitura di Nemorino è fin troppo comoda per il giovane tenore, che, forte della facilità nel registro acuto, si concede qualche puntatura fuori ordinanza. Il personaggio è comunque credibile grazie a un fraseggio vario e spontaneo, sostenuto da un ragguardevole gioco di colori e sfumature che culmina in un’intensa e ben cesellata interpretazione della “Furtiva lagrima”, acclamatissima dal pubblico.
Gilda Fiume è una Adina dalla verve contenuta ed estranea a connotazioni soubrettistiche. La sua è una prova in crescendo, che la vede emergere soprattutto sul versante della cantabilità malinconica, dove sfoggia emissioni morbide e bell’abbandono: “Chiedi all’aura lusinghiera” e “Prendi per me sei libero” sono eccellenti. Nei passaggi di agilità è inoltre precisa e fluida. Al debutto nel ruolo, il soprano salernitano mette insomma a partito tutta l’esperienza belcantistica maturata nel repertorio del primo Ottocento italiano.
Nei panni del ciarlatano venditore di miracoli, Bruno Taddia dimostra di possedere la dialettica espressiva propria del “buffo” e adeguate doti istrioniche. Tuttavia, rispetto alle esigenze del cantabile brillante concepito da Donizetti, il suo Dulcamara risulta vocalmente sfocato e opaco, soprattutto nelle note più basse. Alessandro Luongo tratteggia il vanaglorioso Belcore con spigliata presenza scenica, vocalità corretta e accento appropriato, mostrandosi a suo agio tanto nel canto sillabato quanto in quello fiorito. Corretta la Giannetta di Barbara Massaro, bene il coro preparato da Alfonso Caiani.
Successo caloroso per tutti, con particolare entusiasmo per Taddia, Fiume e Borgioni. 




Teatro Malibran – Stagione Teatro la Fenice 2025/26
L’ELISIR D’AMORE
Melodramma giocoso in due atti di Felice Romani
Musica di Gaetano Donizetti
Adina Gilda Fiume
Nemorino Valerio Borgioni
Belcore Alessandro Luongo
Il dottor Dulcamara Bruno Taddia
Giannetta Barbara Massaro
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Maestro del coro Alfonso Caiani
Regia Bepi Morassi
Scene e costumi Gianmaurizio Fercioni
Luci di Vilmo Furian
riprese da Andrea Benetello
Movimenti coreografici Barbara Pessina
Allestimento Teatro La Fenice
Venezia, 26 agosto 2026

