Iniziano gli anni Sessanta, quelli che per l’Inghilterra della musica popolare saranno dominati dai Beatles e, sul finire del decennio, da altri geniacci della canzone come The Who e David Bowie. Per Benjamin Britten è tempo di tornare all’opera. Per farlo sceglie di affidarsi a un porto sicuro, Shakespeare, così come fece Verdi per gli ultimi due capolavori. Virare su un tema shakespeariano consente a Britten di mettere nuovamente mano a un’opera di grandi dimensioni, con un ampio cast vocale, il coro e un’orchestra al completo.
Il libretto, realizzato dal compositore stesso insieme al fido Peter Pears, trae materia e titolo da una delle più celebri commedie del Bardo di Stratford. La trama di A Midsummer Night’s Dream (Sogno di una notte di mezza estate) è talmente nota da consentirmi di evitare di riassumerla. Mi limito a ricordare come, nella stesura drammaturgica, i librettisti decidano di far iniziare l’opera direttamente nel bosco, omettendo pertanto la prima parte ambientata ad Atene.
Grande opera si diceva. In primis, come già accennato, c’è il ritorno, dopo The Turn of the Screw, a un lavoro con orchestra piena. A questo punto del percorso creativo britteniano, il compositore padroneggia la strumentazione in modo stupefacente. Fin dalle prime note, prodotte dagli archi gravi, risulta chiaro che la tavolozza coloristica destinata a sonorizzare il capolavoro shakespeariano sarà ampia e variegata.
Anche l’uso delle voci è di straordinaria ricchezza. In primo luogo colpisce la scelta di affidare la parte di Oberon a una voce di controtenore: una decisione che fa di questo personaggio il primo grande ruolo operistico del Novecento concepito espressamente per questa vocalità. In questo Britten si rivela lungimirante in quanto la renaissance delle voci atte a riprodurre l’epopea dei castrati era ancora in una fase embrionale. Britten affida così Oberon, Re delle Fate, a una voce androgina o quanto meno capace di caratterizzare un personaggio irreale.
Emerge poi la vocalità sopranile di Tytania, sua compagna e Regina, per la quale è prevista una scrittura con frequenti ricorsi a stilemi belcantistici, inclusi gorgheggi e passi di coloratura. Vengono quindi rispettate le altre categorie vocali; tenore, baritono, basso, soprano e mezzosoprano. Ultima sorpresa: per il ruolo di Puck, Britten sceglie una voce recitante, quasi a rimarcare il profondo legame tra la sua nuova opera e la celebre fonte del teatro elisabettiano. La vocalità, in generale, oscilla continuamente tra il consueto declamato britteniano e momenti di vocalità più liricamente intesa. Non mancano episodi in cui le linee vocali inclinano al grottesco e al mezzo carattere.
Nel corso dell’ascolto della musica che sostanzia A Midsummer Night’s Dream, colpiscono le numerose affinità con quello che sarà il suo capolavoro successivo e una delle massime espressioni della musica del Novecento: quel War Requiem che impegnerà Britten negli anni 1961-62, quindi proprio a ridosso della prima rappresentazione della nostra opera, avvenuta l’11 giugno 1960 al Festival di Aldebrugh, con la direzione dello stesso compositore. Pur nella distanza che separa il Sogno e War Requiem, numerose soluzioni armoniche e ritmiche appaiono intimamente legate. Riascoltare per credere.
Termino con il consueto rimando ai percorsi di conoscenza. Per la versione audio conviene affidarsi (ma guarda un po’…) all’edizione Decca del 1967 diretta dal compositore, con la nobile presenza controtenorile di Alfred Deller nel ruolo di Oberon, Elizabeth Harwood in quello di Tytania, e Peter Pears, al quale toccò accontentarsi del ruolo tenorile di Lysander. Per la conoscenza in video mi permetto invece di consigliare di andare alla ricerca sul web di una bellissima edizione del Teatro Carlo Felice di Genova del 2023, con regia di Laurence Dale e la direzione di Donato Renzetti. (continua)

