Chiudi

Torino, Teatro Regio – Cavalleria rusticana e Pagliacci

Forse è presto per parlare di una reale rinascita di interesse nei confronti del teatro musicale verista, ma è certo che diversi cartelloni d’opera italiani in procinto di aprirsi dedicano a questa breve ma significativa stagione di passaggio del melodramma italico, a cavallo fra Ottocento e Novecento, una fetta significativa della loro programmazione: la Fenice di Venezia inaugura con Fedora, il Municipale di Piacenza con la più rara Siberia di Giordano, mentre il Teatro Regio di Torino ha ancor più coraggio e sceglie di mettere in piedi una sorta di mini festival, intitolato Verismo, proponendone i due simboli stessi, Cavalleria rusticana di Mascagni e Pagliacci di Leoncavallo, per poi concentrarsi, nell’arco di poco tempo, sugli altri due importanti appuntamenti di questa rassegna tematica, con La bohème di Leoncavallo e Iris di Mascagni.

L’intero progetto è affidato, sul piano musicale, ad Andrea Battistoni, che del teatro torinese è apprezzato direttore musicale, e mette in essere un piano di programmazione ambizioso che vede rimbalzare i titoli nelle mani registiche di due responsabili, da un lato Daniele Menghini per le opere di Mascagni, dall’altro Francesco Micheli per quelle di Leoncavallo.
Per l’accoppiata di titoli che ha aperto la festosa serata inaugurale dell’altra sera, i due registi vengono in un certo modo chiamati a dialogare fra di loro, nel tentativo di cercare un filo conduttore comune fra due opere che mettono in scena vicende ispirate al “vero”, l’una tratta dalla novella di Verga, in una assolata Sicilia, l’altra da un fatto di cronaca realmente accaduto in Calabria; due tragedie che scaturiscono dalla passione e dall’onore tradito, che si bruciano con stringente teatralità in una comunità che celebra ed è fortemente condizionata dai riti delle proprie tradizioni, ma soprattutto dalle regole sociali, senza ammettere deroghe, osservando e giudicando.

Ecco perché Menghini, in Cavalleria rusticana, estremizza inopportunamente le tradizioni e al verismo antepone una sorta di sacra rappresentazione dei riti pasquali. Le splendide scene di Davide Signorini, i preziosi costumi di Nika Campisi e i ricercati movimenti coreografici di Marco Caudera ci immergono in un contenitore scenico fisso girevole, formato da portantine processionali barocche, con i simboli della Passione e della liturgia della Pasqua che si susseguono a ritmo incessante e stucchevole. La scena è affollata all’inverosimile. Angioletti di cartone dipinti, candele votive, statue di Madonne incoronate, addirittura un agnello pasquale illuminato da fuochi d’artificio e luci dorate ma oppressive si sostituiscono agli aranceti che “olezzano sui verdi margini” e ai campi di spighe d’oro illuminati dall’accecante sole di Sicilia. Tutto diventa rito simbolico, che col verismo c’entra, ci sia concesso, come i cavoli a merenda. Sono spaccati di scenografia che andrebbero bene per la messa in scena di un’opera barocca: altro non sono che una sorta di prezioso horror vacui visivo, sì di grande effetto, ma del tutto estraneo alla drammaturgia dell’opera, al punto da schiacciare i personaggi, annullati nel loro agire all’interno di questo bizzarro processo rituale che li condiziona impedendo che la verità dei fatti possa esprimersi con tutta la sua tensione e pregnanza teatrale. La scena finisce così per affidarsi ai simboli di una dimensione figurativa ossessivamente depistante, che mette in campo anche i richiami a una tradizione religiosa che affonda le proprie radici in una ancestralità compiaciuta, in un folclore religioso fatto di pupi siciliani, di maschere apotropaiche e di tutto l’armamentario di un rito sacro fine a se stesso, reinventato, o meglio esasperato per compiacere l’occhio. Non si nega che lo spettacolo abbia una sua idea forte, ma la drammaturgia del capolavoro mascagnano la rifiuta e ne esce inevitabilmente con le ossa rotte affogando in questo affastellamento visivo che talvolta lambisce l’ironia e rende tutto confuso, esteriormente compiaciuto.

Peccato perché, dal golfo mistico, Andrea Battistoni si impone per essere l’indubbio protagonista musicale dell’esecuzione, alla testa di un’Orchestra e soprattutto di un Coro del Regio, istruito da Gea Garatti Ansini, che superano le aspettative di bravura alle quali ci hanno da tempo abituati. Battistoni ha un merito, quello di rileggere il verismo cercando di farne scaturire le più moderne sfaccettature, che indagano sul dettaglio strumentale accurato e ricercato, sulla varietà delle dinamiche e dell’agogica. Tutto quello che viene negato dalla scena vive esaltato nel golfo mistico. Quando si arriva al celebre Intermezzo, il maestro ne regala una interpretazione raffinata, fatta di respiri impalpabili alternati a slanci sinfonici che danno anima musicale teatralissima alla partitura, senza accontentarsi di cercare il bel suono negli involi melodici che mai appaiono fine a se stessi, ma vanno alle radici del dramma. Insomma una concertazione magistrale, talvolta con compiacimenti sinfonici elargiti con saggia attenzione alle ragioni del palcoscenico.

La compagnia di canto è nell’insieme buona. Ekaterina Semenchuk, Santuzza, ha voce rigogliosa e intensa; regala bagliori di un canto che sa anche piegarsi alla mezzavoce pur abusando di uno stile che, si presume, la porta a un voluto scarto fra i registri, alla ricerca di un suono non sempre omogeneo ma carico di irruente vigore. Il tenore sudcoreano SeokJong Baek canta con voce generosa e sicura, anche nel difficile brindisi, ma il suo Turiddu è senza anima, senza sole nella voce, senza trepidi abbandoni nell’addio disperato alla madre. Il baritono Ariunbaatar Ganbaatar è un Alfio di insolente sicurezza vocale, Veta Pilipenko una Lola corretta, mentre Elena Zilio, come Mamma Lucia, si conferma un monumento di intramontabile autorevolezza artistica, capace di sconfiggere il tempo nel proseguire una carriera che continua a superare ogni immaginabile traguardo.

Quando lo stesso impianto scenico passa, per Pagliacci, nelle mani registiche di Francesco Micheli, questa volta con i bei costumi di Giada Masi e i movimenti coreografici di Matteo Ceccarelli, le cose non migliorano. Le portantine barocche restano e il gioco del teatro nel teatro, certo sofisticato e difficile da realizzare, si fa parimenti disorganico, soffoca l’individualità dei personaggi nei loro sfoghi passionali, nelle ripicche e nelle vendette che portano al consumarsi del dramma dinanzi a un pubblico convinto di vedere la rappresentazione di una commedia e, invece, assiste a un dramma in presa diretta. Micheli trasforma fin da subito la scena in una sorta di Luna Park, mosso dalle fila di un Tonio che, in abito bianco con cilindro, non si limita solo a intonare il Prologo, ma entra in scena dalla platea anche nell’Intermezzo, dinanzi al pubblico, per dare il segnale di come, dalle ferite dell’anima, si passi alla vendetta consumata sulle tavole di una recita di attori di strada dove la finzione si tramuta in realtà e dove le emozioni dei personaggi diventano sentimenti autentici. Il passaggio è solo apparentemente chiaro, perché la scena è quasi sempre affollata di comparse, di maschere, di angeli con le ali e di un continuo andirivieni pantomimico attorno ai simboli del teatro circense, con un cavallo rampante alato girevole in cartone dietro al quale si celano il camerino e la stessa casa ambulante di Nedda e Canio, il loro “Circo paradiso” che gira di paese in paese regalando spettacoli a un pubblico di rustici. Anche in questo caso, agli strumenti della narrazione del vero si affastella l’incessante incedere della vita teatrale, con i suoi simboli più tipici, invadenti fino all’eccesso.

Per fortuna la stessa concretezza e incisività di tratto musicale impressa in Cavalleria da Battistoni viene a riflettersi in Pagliacci attraverso una concertazione scrupolosa e concisa, di intrigante e stringente concretezza drammatica, dove anche i grandi quadri corali assumono, grazie al contributo essenziale del Coro del Regio, un respiro determinante per la riuscita dell’esecuzione.

Fra i cantanti si impone il Tonio vigoroso e sonoro di Ariunbaatar Ganbaatar, voce baritonale solida e soggiogante nella sfrontata tenuta degli acuti con cui affronta il Prologo. Carolina López Moreno ha il fisico e la sensualità ideale oltre che la voce giusta per essere Nedda: un soprano lirico dalla voce brunita che mostra qualche lieve incertezza nella ballata e poi si riscatta nel corso dell’opera, fino a un finale in cui l’emissione sfoga in acuto con generoso slancio (qualche volta fin eccessivo). Va anche sottolineato però che, in questa circostanza, è parsa inferiore ai suoi consueti standard qualitativi.
Il tenore Martin Muehle, che aveva chiuso la scorsa stagione del Regio come Cavaradossi in Tosca, ritorna per riaprirne quella nuova, questa volta nei panni di Canio. Indubbiamente si ammira in lui la generosa abbondanza di mezzi vocali, ma la marcata visione stentorea con cui concepisce il personaggio lo porta vocalmente ad abusare di uno squillo che in acuto si fa spinto, con suoni di acuminata freddezza non privi di fissità e, talvolta, di fatica nel bilanciamento dell’intonazione. Eppure porta a casa più che onorevolmente la parte, mentre il Silvio del baritono Joshua Hopkins, dopo una iniziale ammirazione per la giusta prestanza scenica e il bel timbro baritonale, rivela difetti d’emissione che rendono la sua prestazione vocale alquanto opaca.
Matteo Mezzaro, invece, che è Peppe, già splendido Malatestino nella Francesca da Rimini di Zandonai inaugurale della passata stagione, canta assai bene, con una voce tenorile ben emessa che, via via nel tempo, si fa più sonora e incisiva, al punto da invadere di suono la sala. Ma non c’è rosa senza spine. Perché il suo “O Colombina” pare una invettiva più che una serenata, per la quale si richiederebbe una più delicata finezza di sfumature. Completano il cast due artisti del coro del Regio, i bravissimi Lorenzo Battagion (Primo contadino) e Leopoldo Lo Sciuto (Secondo contadino).
Serata inaugurale festosa e affollata, che ha confermato come il Teatro Regio sia determinato ad affrontare uno sforzo produttivo tanto impegnativo quanto utile a consolidare il proprio prestigio internazionale.

Teatro Regio Torino – Stagione 2026/27
Festival Verismo
CAVALLERIA RUSTICANA
Melodramma in un atto
Libretto di Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci
dalle scene popolari omonime di Giovanni Verga
Musica di Pietro Mascagni

Santuzza Ekaterina Semenchuk
Turiddu SeokJong Baek
Alfio Ariunbaatar Ganbaatar
Lucia Elena Zilio
Lola Veta Pilipenko
Una voce Maria Di Mauro

Orchestra e Coro Teatro Regio di Torino
Direttore Andrea Battistoni
Maestro del coro Gea Garatti Ansini

Regia Daniele Menghini
Scene Davide Signorini
Costumi Nika Campisi
Movimenti coreografici Marco Caudera
Luci Gianni Bertoli
Drammaturgia Michele Panella

Nuovo Allestimento Teatro Regio Torino

PAGLIACCI
Dramma in un prologo e due atti
Libretto e musica di Ruggero Leoncavallo

Nedda Carolina López Moreno
Canio Martin Muehle
Tonio Ariunbaatar Ganbaatar
Peppe Matteo Mezzaro
Silvio Joshua Hopkins
Primo contadino Lorenzo Battagion
Secondo Leopoldo Lo Sciuto

Orchestra, Coro e Coro di voci bianche Teatro Regio di Torino
Direttore Andrea Battistoni
Maestro del coro Gea Garatti Ansini
Maestro del coro di voci bianche Claudio Fenoglio

Regia Francesco Micheli
Scene Davide Signorini
Costumi Giada Masi
Movimenti coreografici Matteo Ceccarelli
Luci Gianni Bertoli
Drammaturgia Michele Panella

Nuovo allestimento Teatro Regio Torino
Torino, 15 ottobre 2026

Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino