Trecento volte Traviata, cento volte Cavani. Alla Scala torna l’ormai storico allestimento del capolavoro verdiano firmato nel 1990 da Liliana Cavani: con la recita del 26 settembre il titolo raggiungerà quota trecento rappresentazioni al Piermarini, mentre il 2 ottobre la produzione Cavani toccherà la centesima. Numeri che raccontano la fortuna di un “usato sicuro”, secondo per longevità soltanto alla mitica Bohème di Zeffirelli, peraltro di nuovo in cartellone nella prossima stagione.
A trentasei anni dal debutto, lo spettacolo ha ancora un suo perché. La bellezza delle scene di Dante Ferretti, i magnifici costumi di Gabriella Pescucci, le luci calde di Andrea Giretti evocano un mondo dell’alta società parigina di metà Ottocento fiabesco e decadente. È una Traviata molto cinematografica: nel gusto dell’inquadratura, nella sontuosità degli interni, nella morbida patina dei colori affiorano suggestioni che fanno pensare a Visconti e all’eleganza malinconica di Max Ophüls. La gradevolezza dell’insieme si accompagna a un pregevole lavoro sui solisti, senza scivolare nel didascalico. Ciò che manca, semmai, è quella vena feroce di critica sociale che percorre il capolavoro verdiano: la denuncia di un mondo ipocrita, maschilista e moralista a parole. Ma tant’è.
Traviata è, come noto, opera da primadonna. E qui la primadonna c’è. Nadine Sierra consegna al pubblico una Violetta viva, palpitante di passione, scenicamente credibile, con una figura alla cui incisiva presenza scenica si accompagna un canto pieno e rotondo. La voce è d’ambra e miele scuro, sensuale, omogenea nei registri, capace di accendersi e subito dopo di assottigliarsi in filamenti sonori. Ma è soprattutto l’interprete a conquistare: Sierra lavora con intelligenza sul fraseggio, cesella i recitativi, pesa le parole, costruisce ogni passaggio dentro un arco drammatico coerente. Il soprano affronta “Ah, fors’è lui” con musicalità e abbandono, mentre in “Sempre libera” qualche incertezza nasce quasi da un eccesso di slancio; singolare e forse un po’ azzardata la cadenza che precede “Follie! follie! Delirio vano è questo!”. Dal secondo atto, però, l’interprete prende il volo. Il grande duetto con Germont padre diventa il vero baricentro emotivo della serata. Complice un Boris Pinkhasovich particolarmente sensibile, Sierra trova accenti di struggente verità e scava nell’animo di Violetta: desiderio, paura, dignità, rinuncia.
Pinkhasovich parte con una solidità quasi monolitica, per farsi via via più trepido e dolente. La voce è ampia, chiara, corre bene in teatro; soprattutto, il baritono mostra nobiltà e morbidezza d’eloquio, e restituisce un Germont più umano, fragile e partecipe. Pregevole “Di Provenza il mar, il suol”, nobile e sorvegliato, e notevole il rilievo dato alla successiva cabaletta, pagina non tra le più irresistibili della partitura.
Piero Pretti offre ad Alfredo presenza scenica e vocale, facilità di emissione e cura delle sfumature: appassionato e luminoso nel primo atto, altero, ferito e smarrito nel secondo, infine disfatto dal dolore. È un Alfredo meno ingenuo di quanto spesso accada, e proprio per questo più credibile nel suo oscillare fra amore, orgoglio e rimorso.
Determinante la direzione di Michele Gamba, alla guida di una sensibilissima Orchestra della Scala, che sembra respirare col palcoscenico. Singolare la scelta dei tempi, calibrata in modo da tenere costante la tensione teatrale, così come le dinamiche appaiono particolarmente curate. Nel primo atto, dopo un Preludio già come ammorbato da estenuate lentezze, Gamba imprime alla festa un vibratile nervosismo ritmico, evidente nel guizzare dei fiati. Nel duetto del secondo atto l’arco narrativo cresce fino a un “Dite alla giovine” distillato con struggente malinconia; nella festa da Flora, colori brumosi e pastello si accendono in una frenesia quasi parossistica. Nell’ultimo atto tutto sembra consumarsi in una luce già spenta: Sierra conserva la sua nota di peculiare sensualità, affievolita dalla consapevolezza della fine. “Addio del passato”, eseguito integralmente e con tempi indugianti, raggiunge una impressionante verità drammatica; il finale commuove senza cercare effetti.
Tutti i comprimari concorrono alla riuscita dell’insieme: la rigogliosa Flora di Carlotta Vichi, il brillante Gastone di Francesco Pittari, l’altero Douphol di Fabrizio Beggi, il Marchese d’Obigny di Gianluca Failla, il Dottor Grenvil di Xhieldo Hyseni, l’Annina partecipe di Mariapaola Di Carlo, con Aldo Sartori, Gabriele Valsecchi e Zhibin Zhang nei ruoli di fianco. Magnifico per compattezza, gioco di colori e densità del suono il Coro della Scala preparato da Alberto Malazzi; eleganti e applaudite le coreografie di Micha van Hoecke.
Alla fine, trionfo per Nadine Sierra e vivissimo successo per tutti. Una Traviata che non cerca rivoluzioni, ma dimostra come, quando sotto la bella superficie tornano a vibrare il sangue e le ferite del dramma, anche un allestimento alla centesima recita possa avere ancora molto da dire. 




Milano, Teatro alla Scala
LA TRAVIATA
Opera in tre atti
Musica di Giuseppe Verdi
Libretto di Francesco Maria Piave
Violetta Valéry Nadine Sierra
Flora Bervoix Carlotta Vichi
Annina Mariapaola Di Carlo
Alfredo Germont Piero Pretti
Giorgio Germont Boris Pinkhasovich
Gastone, Visconte di Létorières Francesco Pittari
Barone Douphol Fabrizio Beggi
Marchese d’Obigny Gianluca Failla
Dottor Grenvil Xhieldo Hyseni
Giuseppe, servo di Violetta Aldo Sartori
Domestico di Flora Gabriele Valsecchi
Commissionario Zhibin Zhang
Solista per le danze del II atto Gabriele Corrado
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Michele Gamba
Maestro del Coro Alberto Malazzi
Regia Liliana Cavani
Scene Dante Ferretti
Costumi Gabriella Pescucci
Luci Andrea Giretti
Coreografie Micha van Hoecke
Corpo di Ballo del Teatro alla Scala
Direttore del Corpo di Ballo Frédéric Olivieri
Produzione Teatro alla Scala
Milano, 19 settembre 2026

