Che Pagliacci sia una delle poche opere veriste in grado di precorrere certe soluzioni del teatro novecentesco, lo conferma anche il fatto che un tradizionalista come Franco Zeffirelli ne ha dato letture diverse, arrivando a giocare – proprio lui – la carta dell’attualizzazione.
Una possibilità che torna oggi nella nuova produzione della Fenice, proposta con vivo successo al Teatro Malibran di Venezia, dove il capolavoro di Ruggero Leoncavallo trova nella regia di Andrea Bernard una collocazione contemporanea che modifica l’ambientazione dell’opera senza alterarne il nucleo drammatico. Al posto della piazza di un paese meridionale degli anni Sessanta dell’Ottocento c’è il set di una sitcom televisiva intitolata Pagliacci: la compagnia di Canio diventa il cast di uno spettacolo comico registrato dal vivo, davanti a un pubblico in studio, secondo un immaginario che richiama le produzioni americane fra gli anni Settanta e Duemila.
Se Leoncavallo voleva portare sulla scena una realtà a lui contemporanea, Bernard cerca nel nostro presente un equivalente di quella stessa esigenza. La televisione diventa così il luogo di una realtà costruita davanti alle telecamere, dove l’immagine pubblica può nascondere una vita privata diversa. La leggerezza della serie tv, con i suoi meccanismi e la sua allegria programmata, entra in contrasto con la materia passionale e violenta dell’opera.
Su questa opposizione si innesta il meccanismo metateatrale, che la regia di Bernard conserva e sviluppa con coerenza, puntando su una recitazione precisa e accurata. Davanti alle telecamere gli interpreti devono rispettare battute, tempi comici e convenzioni della trasmissione; lontano dagli obiettivi, invece, emergono desideri, frustrazioni, gelosie e rancori. La distanza fra i due mondi si assottiglia fino a quando ciò che appartiene alla vita irrompe nella rappresentazione. Il secondo atto diventa così il punto di massima tensione di un gioco nel quale non è più possibile distinguere la recitazione dalla realtà.
L’impianto realizzato a cura della Scuola di Scenografia e Costume dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, evita la ricostruzione dettagliata di uno studio televisivo. Le scene di Martina Calore ne evocano piuttosto gli elementi essenziali e permettono di far convivere il set della trasmissione e ciò che accade fuori scena, giocando sul contrasto visivo tra il legno nudo delle quinte a vista – che svela il backstage – e la geometria delle griglie di fari sospesi. La presenza del pubblico, prevista dalla stessa struttura dell’opera, è qui resa da una tribuna metallica modulare collocata sul palcoscenico: gli spettatori diventano parte del dispositivo scenico, mentre gli schermi e l’insegna luminosa “ON AIR” scandiscono il passaggio tra la finzione in diretta e il dramma privato del fuorionda.
In questo ambiente artificiale, definito anche dal disegno luci di Andrea Benetello, trovano spazio momenti più visionari, legati soprattutto a Nedda e al suo desiderio di libertà. La luminosità del set, inizialmente associata alla leggerezza della commedia televisiva, finisce tuttavia per assumere un valore opposto: quello che appare come un ambiente rassicurante si rivela alla fine una prigione. Bernard non si limita così a modernizzare Pagliacci, ma individua nel mondo dello spettacolo contemporaneo un nuovo luogo nel quale la distanza fra apparenza e verità può trasformarsi, sotto gli occhi di tutti, in tragedia.
Dal podio Daniele Callegari propone una lettura di puntuale impostazione “sinfonica”, estranea a esteriorità espressive ed eccessi di suono, attenta al palcoscenico e al rapporto con le voci. Non si percepiscono passionalità troppo spinte o forzature tipiche di una tradizione verista deteriorе, ma una tensione drammatica ben calibrata che alterna con equilibrio incandescenza e momenti di lirismo. Un verismo temperato e lineare, insomma, capace anche di sottolineature analitiche.
Canio è Gregory Kunde. Nei momenti in cui la scrittura gravita in zona medio-grave, il settantaduenne tenore statunitense esibisce a tratti emissioni chiare e non sempre corpose. Il registro acuto, salvo alcune comprensibili oscillazioni, risulta invece ancora ben timbrato e squillante. Se il calore passionale del personaggio appare insomma discontinuo, vanno riconosciute a questo glorioso interprete la consueta tenuta professionale e una sostanziale credibilità sul piano drammatico.
Selene Zanetti è una Nedda dal timbro non particolarmente sensuale, ma attenta al fraseggio e capace di valorizzare il lato lirico del personaggio. La voce mostra inoltre una buona tenuta nei passaggi di maggiore tensione, specie nel finale, dove emergono corpose accensioni drammatiche.
La parte di Tonio è tratteggiata da Dimitri Platanias con vocalità come sempre importante e di bel timbro, sicura negli acuti, un po’ meno sonora nei gravi. Ne esce un personaggio efficace sul piano espressivo, giustamente cupo e torvo, senza calcare il pedale dell’estroversione greve e truculenta.
Alberto Petricca mette in luce una voce risonante e di buon colore, con un’emissione adeguata, delineando un Silvio ora incisivo, ora insinuante. Bene anche Andrea Schifaudo (Peppe /Arlecchino), in evidenza nella Serenata del secondo atto, cantata in scena con morbidezza e disinvoltura. Completano con efficacia la locandina Enzo Borghetti, un contadino, ed Enrico Masiero, un altro contadino.
Pregevole la prova del Coro della Fenice preparato dalla nuova maestra Elena Pierini e puntuale il contributo dei Piccoli Cantori Veneziani diretti da Diana D’Alessio. 




Teatro La Fenice – Stagione 2025/26
PAGLIACCI
Dramma in un prologo e due atti
Musica e libretto di Ruggero Leoncavallo
Nedda Selene Zanetti
Canio Gregory Kunde
Tonio Dimitri Platanias
Peppe Andrea Schifaudo
Silvio Alberto Petricca
Un contadino Enzo Borghetti
Un altro contadino Enrico Masiero
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Daniele Callegari
Maestro del coro Elena Pierini
Piccoli Cantori Veneziani
Maestro del coro Diana D’Alessio
Regia Andrea Bernard
Scene e costumi a cura della Scuola di Scenografia e Costume
dell’Accademia di Belle Arti di Venezia
Scene Martina Calore
Costumi Tracey James
Light designer Andrea Benetello
Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
in collaborazione con Accademia di Belle Arti di Venezia

