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Ginevra, Bâtiment des Forces Motrices – La Tempête (La tempesta)

«Tempesta in arrivo» minacciava un falso bollettino meteorologico diffuso nelle scorse settimane dal Grand Théâtre de Genève per pubblicizzare l’inizio della nuova stagione lirica, la prima sotto la nuova direzione di Alain Perroux. Nessun fenomeno a carattere temporalesco all’orizzonte (anche se certe nubi sembravano incombere minacciose sopra il Bâtiment des Forces Motrices, dove il Grand Théâtre passerà ancora l’anno in esilio): la Tempesta annunciata è quella di William Shakespeare nell’adattamento operistico (La Tempête) del compositore ginevrino Frank Martin. Scritta originariamente nel 1956 in tedesco (Der Sturm) per Vienna, l’opera venne rappresentata nel 1967 in traduzione francese proprio al Grand Théâtre. Ritorna sul Lemano solo oggi, a coronamento di un programma che negli ultimi tre anni ha visto l’esecuzione delle principali composizioni di Frank Martin a cura delle molteplici istituzioni musicali di Ginevra.

Non poteva essere allora che Thierry Fischer, ispiratore di questo progetto, a dirigere la sempre eccellente Orchestre de la Suisse Romande, capace in particolare a mostrare la grande varietà di colori indispensabile per la resa della musica «atmosferica» (aggettivo particolarmente indicato all’opera in questione!) di Martin. Tra soli strumentali ora caldi e suadenti (il violoncello o il sax tenore), ora caratterizzati da un’asprezza soprannaturale (il fagotto nel registro altissimo, alla Stravinskij), il suono orchestrale, sotto la sapiente bacchetta di Fischer, demiurgo al pari di Prospero, si adatta continuamente al carattere della scena in corso. Senza cercare protagonismi, l’orchestra si mette innanzitutto al servizio del testo teatrale: con le armonie aeree della banda di palcoscenico negli interventi di Ariel, gli accenti grotteschi per le macchinazioni della corte napoletana o la comicità più crassa di Trinculo, Stephano e Caliban. In questo modo il linguaggio musicale di Martin non appare, malgrado i suoi caratteri d’atonalità, ispido e respingente come si potrebbe temere: evidenziandone il legame strettissimo con l’azione drammatica se ne facilita anche la comprensione.

D’altronde, il testo shakespeariano e le sue didascalie abbondano già di riferimenti musicali. In qualche modo, la partitura di Martin non è che un’amplificazione della musica già presente sulla remota isola di Prospero, e si potrebbe dire che l’opera si situa a metà tra la rappresentazione lirica e la musica incidentale. I dialoghi ricalcano quasi per intero il testo originale: procedimento molto comune nelle opere moderne tratte da drammi classici, anche se causa di evitabili lungaggini, e sono, a seconda dei personaggi o delle situazioni, parlati come nell’opéra-comique, resi attraverso uno Sprechgesang o pienamente cantati. Si capisce allora l’importanza capitale della resa del testo in uno spettacolo di questo tipo: per questo il Grand Théâtre ha schierato un cast quasi interamente francofono.

Abbiamo più volte celebrato il gusto di Stéphane Degout per la parola teatrale e la sua capacità di scavare nella psicologia dei personaggi attraverso il testo: la sua interpretazione di Prospero non delude le aspettative. Malgrado una scrittura avara di spunti melodici (se non nei grandiosi monologhi finali) e che insiste poco nella tessitura profonda in cui la voce assume il timbro più bello, Degout dosa sempre le dinamiche e i colori per rappresentare ora il padre premuroso (e geloso), ora il duca tradito; l’autorità del padrone dell’isola o ancora la generosa nobiltà del perdono. Della Miranda di Catherine Trottmann, unico personaggio femminile dell’opera, si apprezza innanzitutto la precisione dell’emissione e la ricchezza timbrica nel medio-grave: più complicato, invece, il rapporto con le frasi in cui l’intenzione musicale si rivela con più fatica. Julien Dran ha la morbidezza, i legati e il colore malinconico che ben si confà a un Ferdinando che appare sempre come in balìa degli eventi: peccato per gli acuti spesso sbiaditi.

Nel quintetto dei naufraghi napoletani, rappresentato come un gruppo di dandy che gira in tondo in maniera inconcludente trattato anche nella partitura di Martin in maniera più sarcastica di quanto traspaia da Shakespeare, si riesce comunque a isolare alcune individualità vocali e caratteriali: la nobiltà dell’Alonso di Nicolas Cavallier, i toni da sinistro congiurato di Edwin Crossley-Mercer (Sebastian), il canto da tenore «di varietà» di Glen Cunningham (Adrian) che pur nel suo breve intervento («Bien que cette île») dimostra una notevole facilità in acuto. L’altro tenore, Léo Vermot-Desroches ben rappresenta con il suo bel legato le subdole macchinazioni di Antonio, mentre Christian Immler (Gonzalo) appare più in difficoltà a far passare il testo dei suoi monologhi sopra la tessitura orchestrale.

Resta, infine, il trio comico: se Alex Rosen, alla prima apparizione di Calibano, sembra fare fatica nei toni più gravi, lungo l’opera il suo personaggio acquista sempre più fuoco e spessore teatrale, con un canto che, complice la scrittura volutamente anti-melodica delle sue linee, evidenzia molto bene il carattere scontroso e indomito del mostro selvaggio. Al punto che il monologo certamente più «musicale» del dramma di Shakespeare, il famoso «Be not afeard» («l’isola è piena di rumori / suoni e musica, che rallegrano e non fanno male») è in realtà reso in Sprachstimme, quasi a sottolineare l’impossibilità di Calibano di concepire una melodia. Anche i ruoli di Stephano (Christophe Gay) e Trinculo (François Rougier) sono quasi esclusivamente parlati: e l’interpretazione è certamente più ispirata al teatro che alla lirica, se anche la chanson à boire di Stephano («Le maître, l’cannonier»), con il suo stile alla Kurt Weill sarebbe più interessante da ascoltare se non fosse cantata volutamente male da un ubriaco.

Per finire c’è il Coro del Grand Théâtre che resta dietro le quinte ad accompagnare gli interventi parlati di Ariel (Joseph Chosson) introdotti da Frank Martin per la versione francese della Tempesta e che però, amplificati, finiscono per mettere in ombra il contrappunto etereo delle voci corali, ridotto spesso a una sorta di sottofondo.

Non è facile mettere in scena la Tempesta, dramma barocco tanto denso di filosofia quanto scarso di azione. Lo spettacolo di Netia Jones è il vero punto debole della serata. L’inizio, con la tempesta vista dagli oblò della sala macchine di una nave, fa sperare bene, e così l’ambientazione della seconda scena: una sorta di torre radio in cui Prospero conduce strani esperimenti. Già, perché in un’estetica retrofuturistica che fa pensare alla tecnologia delle misteriose stazioni dell’isola di Lost (serie d’altronde piena di riferimenti alla Tempesta), il nostro Prospero sfrutta i fenomeni elettromagnetici e le onde hertziane per i suoi incantamenti, così che Ariel è un prodotto dei raggi catodici confinato dentro schermi televisivi. Per tutto il resto dello spettacolo, però, non avremo in scena che questa torre, che ogni tanto viene semplicemente messa in rotazione: l’unico artificio scenico, fatti salvi i video perlopiù statici che fanno da fondale. Manca insomma la distanza geografica tra i gruppi di naufraghi, e con essa la caratterizzazione dei diversi luoghi dell’isola occupati (ma si capisce che siamo su un’isola?) e soprattutto manca una vera gestione dei movimenti degli attori, spesso semplicemente allineati in proscenio: una povertà scenica che appesantisce molto la rappresentazione. Non infastidisce, è vero, ma annoia.

Manca, al contempo, una riflessione sull’aspetto più interessante della Tempesta, ossia la sua dimensione metateatrale. Prospero come autore, Prospero come drammaturgo, Prospero che inscena una serie di spettacoli l’uno dentro l’altro, in un gran teatro del mundo i cui attori si sciolgono «into air, into thin air» e sono fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni. Netia Jones non sembra chiedersi se Prospero sia l’autore solo di una piccola masque di spiriti o anche dell’intera vicenda della Tempesta se non forse quello di tutto il mondo. Solo uno scienziato mezzo svitato o un duca spodestato. E così la rottura finale della quarta parete perde molta della sua forza — e pensare che lo spazio steampunk del Bâtiment des Forces Motrices, e la sua posizione su un isolotto fluviale sarebbe stato perfetto per confondere lo spazio reale del teatro con quello immaginario della pièce.

In ogni caso il pubblico risponde assai positivamente all’appello finale di Stéphane Degout, che chiede di liberarlo dall’isola «d’un geste de vos gentes mains», sostenendo con gli applausi il protagonista e tutti gli artisti coinvolti nell’opera. Se però l’operazione di riportare al Grand Théâtre un grande compositore ginevrino del Novecento è stata certamente un successo, e la musica di Frank Martin è stata la vera trionfatrice della serata, il dramma shakespeariano meritava certamente una lettura scenica più audace. 

Grand Théâtre de Genève
LA TEMPÊTE (DER STURM)
Opera in tre atti
Libretto di August Wilhelm von Schlegel

e Johann Ludwig Tieck da William Shakespeare,
Tradotto in francese da Pauline Martin
Musica di Frank Martin

Prospero Stéphane Degout
Miranda Catherine Trottmann
Ferdinand Julien Dran
Alonso Nicolas Cavallier
Sebastian Edwin Crossley-Mercer
Antonio Léo Vermot-Desroches
Gonzalo Christian Immler
Adrian Glen Cunningham
Caliban Alex Rosen
Trinculo François Rougier
Stephano Christophe Gay
Il Nostromo Georgiy Derbas-Richter
Ariel Joseph Chosson

Orchestre de la Suisse Romande
Direttore Thierry Fischer
Coro del Grand Théâtre de Genève
Maestro del coro Mark Biggins
Firettore della banda di palcoscenico Arnaud Arbet
Regia, scene e costumi Netia Jones
Luci Malcolm Rippeth
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Ginevra, 16 settembre 2026

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