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Napoli, Teatro San Carlo – Turandot

Chiudendo gli occhi, grazie al diverso cast rispetto all’esordio di tre anni fa dell’ampiamente contestata produzione targata Teatro San Carlo di Napoli (al link), l’opera musicalmente funziona. Ma al suo ritorno in scena in queste sere per l’omaggio al primo secolo compiuto dal titolo, è difficile digerire una Turandot di Giacomo Puccini più brutta di così: inutilmente spiantata dalla Cina come lontana “diecimila anni” e oltre da libretto e partitura, farraginosa e confusa nel suo allucinato trip da fiaba noir che interseca, utilizzando la logica dello sliding doors e un taglio in auto che cita malamente l’uomo e la donna di Lelouch, piani temporali e spunti pescati qua e là dal cavaliere oscuro di Christopher Nolan, dal nightmare firmato Tim Burton, dall’epica high fantasy alla Tolkien-Jackson.

Il tutto mescolando stili, simboli e culture per dissacrare l’opera incompiuta sulla quale chiuse per sempre gli occhi il suo compositore e per scalzare la natura stessa di un dramma lirico che, rispetto alla fonte gozziana, mai deraglia verso il comico. Quindi vestendo ognuno in scena nella foggia più astrusa e, lo ricordiamo per chi non avesse visto in teatro o su RaiPlay lo spettacolo, optando per la massima divergenza ai fini della riconoscibilità del ruolo: la principessa di gelo compare a mo’ di Giovanna d’Arco, Calaf di Batman, Timur in completo grigio anodino come un moderno Everyman, Altoum sembra un Rigoletto azteco conservato sottovuoto in teca e all’uopo tirato fuori come un’aringa secca, Liù sembra e si muove come una scappata di casa nel mondo di Oz, Ping, Pang e Pong rinviano a tre civette aliene sul comò. Da parte sua, il Coro, risulta statico come non mai e avvolto (con questo caldo, poi) in cappe totalmente coprenti, andando poi a unirsi tra incappucciati, cornuti e impagliati, ai figuranti tarantolati giusto per confonderne definitivamente il senso.

Al netto di qualche necessario ritocco al filmato in bianco e nero (dati i diversi interpreti) fermo restandone il funerale di cifra malavitosa, l’incidente a vittima alternata e i dialoghi da soap, l’impianto resta identico, con tanto di carcassa d’auto e cabina operatoria che salgono e scendono ciclicamente fra luci brusche e dissolvenze video trasandate, gettate come per caso fra scatti e rifiniture mancate (anche il telo di proiezione per i volti ad effetto FaceApp è mezzo scostato dalla vetrata), mai fonte neppure per un attimo di qualche remota forma di sensibilità o poesia. Insomma, senz’arte né parte.

In sostanza, una Turandot che era e resta sbagliata, quella creata per il Lirico napoletano dal regista Vasily Barkhatov in apertura di stagione 2023/2024 avvalendosi delle scene di Zinovy Margolin, dei costumi di Galya Solodovnikova ripresi ora nell’occasione da Anna Verde, delle luci di Alexander Sivaev, stavolta curate da Gianni Bertoli, del video di Vsevolod Taran, della coreografia di Dina Khuseyn. Una Turandot che non ha vinto allora né tantomeno convince oggi e addirittura, tolto l’effetto sorpresa, visivamente annoia persino, disturbando ad ogni punto e battuta l’intero, nuovo fronte musicale ritentando la sua seconda uscita con altro e migliore cast, almeno nei ruoli apicali. Cosa di cui probabilmente è conscio anche l’autore stesso dell’inutilmente astrusa drammaturgia e fallimentare quanto costosa impresa, arrivando a disertarne (pur essendo nei paraggi) l’opportuno se non doveroso appuntamento di rito al proscenio dinanzi al giudizio finale del pubblico pagante. Neanche dovesse uscire al cospetto del feroce boia Pu-Tin-Pao. Alla resa dei fatti, insomma, una ripresa da segnare nella lista nera a carico della stagione uscente, andata ulteriormente a opacizzare l’etichetta “Luminous” affidata a un circoscritto novero di super stelle (comunque non sempre ben abbinate al repertorio) e poggiata almeno su alcuni allestimenti notevoli, come l’ultima, effettivamente bellissima Adriana Lecouvreur.

Detto ciò, almeno all’ascolto e innanzitutto grazie ai due nuovi protagonisti, la recita esposta in prima linea si salva e consegna un’esecuzione canora da ricordare. Il merito spetta in prima istanza alla voce dall’impostazione portentosa del soprano napoletano Anna Pirozzi, Turandot autorevole e possente, proiettata lungo l’intera estensione con volume esatto e con un governo estremamente saldo, impressionante, nella coesione al passaggio tra affondi, linee, impennate, cromatismi e sbalzi. Una principessa pucciniana di fibra drammatica vera, alta e regale, forte senz’altro dell’esperienza su palchi al top (Covent Garden, Metropolitan e Teatro alla Scala) ma che, in sé, stringe e conserva il raro miracolo di saper unire al meglio e a un sol tempo nella natura facile da lirico-spinto come nell’attentissima gestione del suono, fermezza e slancio, reticenza e passione. In pratica, il gelo e lo sgelo. Il suo esordio nell’atto centrale (In questa reggia) taglia e attraversa con sferzante vigore la sala, come una lama, mantenendo ben ferme la dizione e una pasta sempre morbida e bella, a suo agio nell’inerpicarsi con sicurezza all’acuto, accendendo di fiamma i colori e gli accenti, garantendo tensione e forza al gran giro di vite nella scena degli enigmi. Come immaginabile, ne risulta una Turandot di prima sfera, imponente, solidissima e autentica pur nel quadro di un contesto scollante che sfiora l’assurdo, riconfermandosi, semplicemente, grande erede della migliore tradizione italiana.

Al suo fianco c’è un Calaf prezioso, bello come un Dio e dalla grana pucciniana doc: è il principe ignoto messo mirabilmente a segno dal tenore americano Brian Jagde nonostante l’annuncio a inizio spettacolo del suo non ottimale stato di salute, andato dunque a ringraziarlo per la partecipazione. Malessere o meno, la fibra intensa del suo canto e in special modo la tecnica di costruzione della frase tirano fuori finalmente un Calaf che ha tutte le carte in regola per svettare nel ruolo: fascino e potenza, bellezza e ardore di tinta, fiati dominati a meraviglia. La sua terza e infinita ripetizione del nome Turandot tuona in teatro come una folgore di Zeus: magnifica, luminosa, sonora. Nella sua romanza al primo atto (Non piangere, Liù) sfodera con nobiltà volume, colore e lirismo, attraversa a corde solidissime il quadro degli enigmi e trionfa (niente applausi a scena aperta ma solo perché la partitura e la bacchetta sul podio non lo concedono) nell’arioso celeberrimo “Nessun dorma” al principio dell’atto terzo, squillando in una poderosa, perfetta e umanissima puntatura al si nel cuore del suo “vincerò”.

Come recentemente attestato sullo stesso palcoscenico con il debutto in Bohème, il pur tanto quotato soprano di coloratura Pretty Yende non ha la stoffa del lirico puro. Non ha brillato in Mimì e neanche appaga come Liù, nonostante l’apprezzabile impegno nel sostenerne vocalmente la parte. A soffrire della mancanza di legato e sostegno nell’arco melodico è in special modo la sua prima romanza (Signore, ascolta!), con evidenti segnali di affaticamento e frammentazione nel salire in soluzione non fiorettata all’acuto. Dunque centrando le note (i due la bemolle e il si bemolle) ma non restituendone le necessarie sfumature filate e la lucente dolcezza ad alta quota. Meno problematica, sostanziandola di maggiori accenti eroico-drammatici, è invece la vetta estrema anche per l’autore “Tu che di gel sei cinta”, non lasciando comunque per il futuro alcuna impronta da ricordare.

Tra gli altri interpreti si premia per levatura e smalto l’Imperatore Altoum del tenore Raúl Giménez (indimenticabile Ferrando nel Così fan tutte al Mercadante diretto da Salvatore Accardo, nel 1990 con la Despina di Cecilia Bartoli), sostanzialmente adeguato al ruolo di Timur per tinta e omogeneità il basso Riccardo Fassi, giunto probabilmente all’ultimo e solo per la sera della première in sostituzione del previsto Alexander Vinogradov (ancora presente nel foglietto del cast interno al programma di sala ma corretto con striscette aggiunte sulle locandine in Teatro e sul sito), efficace nel complesso il terzetto delle maschere con il Ping del baritono Gianluca Failla, il Pang e il Pong dei rispettivi tenori Matteo Macchioni e Francesco Pittari, anche se poco favoriti per una piena caratterizzazione da una direzione tendente al celere. Bene, a contorno del cast, Hae Kang (Un mandarino) e ottime le prove degli artisti del Coro della Fondazione, Leslie Olga Visco (Prima ancella), Valeria Attianese (Seconda ancella) e Massimo Sirigu (Principe di Persia).

Rispetto alle effervescenze della scorsa direzione affidata per lo stesso allestimento all’allora vertice musicale Dan Ettinger, la Turandot di oggi poggia su una visione di segno praticamente opposto. Vale a dire, una lettura cinetica, controllatissima e particolarmente nitida, al limite del razionale, affidata al giovane Vincenzo Milletarì che per la seconda volta è salito alla guida di Orchestra, Coro (ben preparato da Fabrizio Cassi) e Coro di Voci Bianche curato da Stefania Rinaldi. I tempi scelti da Milletarì per l’intero impianto sono in genere netti e alquanto camminati, condotti con grande sicurezza e lucidità nel sagomare le forme come nello scolpire sia la peculiare armonia che la timbrica ossuta degli idiofoni. Dunque, andando sì a garantire dinamismo e tensione al tutto ma non di rado asciugando la narrazione (già di contorta decodifica scenico-registica) dalla invece necessaria quota di Oriente e soprattutto dalle debite, antiche ombre di mistero. Se ne apprezzano, in ogni caso, i crescendo costruiti ad arte e le chiuse di non comune rigore a effetto.

Teatro quasi pieno, tanti gli applausi al termine con ovazioni speciali per la coppia Pirozzi-Jagde uscita subito a raccogliere le grandi lodi al netto della scena (grazie al sipario appena chiuso alle loro spalle), qualche accenno di dissenso per la direzione e bocca asciutta per i buu mai partiti data l’assenza ai saluti degli artefici dell’allestimento.
Si replica, per un totale di otto recite, fino al 15 luglio.

Teatro San Carlo – Stagione 2025/26
“BE LUMINOUS”
TURANDOT
Dramma lirico in tre atti e cinque quadri
Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
dalla fiaba teatrale “Turandotte” di Carlo Gozzi
Musica di Giacomo Puccini

La Principessa Turandot Anna Pirozzi
L’Imperatore Altoum Raúl Giménez
Timur Riccardo Fassi
Calaf Brian Jagde
Liù Pretty Yende
Ping Gianluca Failla
Pang Matteo Macchioni
Pong Francesco Pittari
Un Mandarino Hae Kang
Prima ancella Leslie Olga Visco
Seconda ancella Valeria Attianese
Principe di Persia Massimo Sirigu
♮ Coro del Teatro di San Carlo

Orchestra, Coro e Coro di voci bianche del Teatro di San Carlo
Direttore Vincenzo Milletarì
Maestro del coro Fabrizio Cassi
Direttore del Coro di voci bianche Stefania Rinaldi
Regia Vasily Barkhatov
Scene Zinovy Margolin
Costumi Galya Solodovnikova
Luci Alexander Sivaev
Coreografie Dina Khuseyn

Produzione Teatro di San Carlo
Napoli, 5 luglio 2026

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