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Buenos Aires, Teatro Colón – Otello (con Gregory Kunde e Maria Agresta)

Al Teatro Colón è tornato ancora una volta Otello, un titolo che a Buenos Aires vanta una notevole tradizione di grandi protagonisti. Tra questi, i debutti assoluti nella parte del titolo di Mario Del Monaco e Jon Vickers; un’edizione di forte impatto con Domingo e Bruson diretti da Molinari Pradelli; alcune recite di Carlo Cossutta; ma soprattutto la famosa edizione del cinquantesimo anniversario dell’inaugurazione del Teatro, con Vinay, Taddei e Stella diretti da Beecham (luglio 1958), della quale è rimasta una testimonianza live.
La presente, con un nuovo allestimento scenico, non potrà certo considerarsi allo stesso livello, ma complessivamente il risultato – almeno per quanto riguarda il primo cast – è stato buono.

In assoluto, la prova migliore l’ha offerta una Maria Agresta in grande spolvero, la cui Desdemona si annovera tra i suoi personaggi più riusciti, perché si adatta particolarmente bene alle sue qualità e possibilità musicali e vocali. Bei centri, ottimi piani, controllo del fiato, grave corretto, se non memorabile, e una buona interpretazione. Non sarà forse stata sua l’idea di cantare l’“Ave Maria” con qualche frase di sdegno, né di schiaffeggiare il marito verso la fine di “Dio ti giocondi, sposo”. Il pubblico le ha comunque riservato grandi applausi alla fine della grande scena dell’atto quarto, unico brano festeggiato durante la recita.

Gregory Kunde, che non tornava qui dalla sua epoca di tenore di grazia, ha dimostrato ancora una volta di essere capace di reggere, eccome, l’impervia parte del protagonista. Oggi non si ritrovano sempre lo smalto e l’omogeneità tra i registri che esibiva ancora pochi anni fa, come al Liceu di Barcellona, ma il canto ha vigore ed espressività e il fraseggio ha un suo senso, con risultati spesso di grande effetto. Ci sono alcuni suoni biancastri, soprattutto nelle mezzevoci, e le note sostenute possono qua e là oscillare, ma l’insieme è di tutto rispetto, con un atto secondo che è un diamante e un ragguardevole “Dio mi potevi”.

Non avevo mai sentito prima il baritono Daniel Luis De Vicente, il cui nome non mi era comunque sconosciuto. Lo strumento è buono e vanta un ottimo centro; gli acuti sono emessi non sempre con facilità – si veda il Brindisi dell’atto primo – ma il cantante sembrava raffreddato, anche se non c’è stato alcun annuncio in proposito. Il registro grave non è molto pieno e le mezzevoci sono quasi inesistenti; di conseguenza, il “Sogno” non è stato quel capolavoro di perfidia che dovrebbe essere. Tutto sommato, il momento migliore è risultato il “Credo”, ma l’interprete non ha esibito un fraseggio di particolare rilievo, risultando quasi banale, e anche come attore è parso piuttosto acerbo. Che poi, alla fine dell’atto terzo, dimostri di ambire al “trono” di Otello mi pare sia stata un’altra “trovata” della regia.

Tra gli altri cantanti spiccava il tenore Diego Bento nei panni di Cassio, che va seguito con interesse, ma ha bisogno di acquisire una maggiore scioltezza scenica. Bene il Montano di Mario De Salvo, corretta l’Emilia di Alejandra Malvino, discreto Insung Sim come Lodovico, un po’ meno il Roderigo di Fermín Prieto. Malgrado l’esiguità della parte, l’Araldo del baritono Gabriel Vacas faceva sentire un bel colore.
Il coro, preparato da Miguel Martínez, ha cantato bene, anche se un po’ forte. Lodevole il coro dei bambini, istruito da Mariana Rewerski. Bene anche l’orchestra del Teatro, che suonava però un po’ opaca in non pochi momenti.

La conduzione del direttore principale Alejo Pérez, che in altre occasioni mi era sembrata buona, questa volta è risultata altalenante: con bei momenti, come il duetto alla fine dell’atto primo, il “Credo” e l’atto quarto, ma priva totalmente di forza e spirito nel “Fuoco di gioia”; una scena iniziale dell’atto secondo assolutamente antidrammatica; un “Dio ti giocondi” che sembrava costruito con frammenti diversi; e un concertato solo discreto.

La regia di Fabio Sparvoli risultava parecchio tradizionale, a parte i momenti menzionati più sopra, e poco felice per quanto riguarda i movimenti di cantanti e coro. Lo spettacolo si avvaleva delle scene non particolarmente memorabili di Nicolás Boni, dei costumi – molto belli – di Tommaso Lagattolla, delle luci non molto riuscite di José Luis Fiorruccio, dei video dello stesso Boni e di Matías Otálora – molto bene la tempesta iniziale – e di una coreografia di Vagram Ambartsoumiam sulla quale non mi esprimerò.
Teatro pieno, ma con posti non esauriti. Nel secondo cast, i ruoli principali venivano affidati a Michael Fabiano, María Belén Rivarola e Fabián Veloz.

Buenos Aires, 19 agosto 2026

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