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Verona, Arena Opera Festival 2026 – Nabucco (con Ludovic Tézier)

Vivo successo al debutto areniano nel ruolo di Nabucco per Ludovic Tézier. Un approdo atteso, considerando come il baritono francese abbia ormai collocato il repertorio verdiano al centro della propria maturità artistica, affrontandolo attraverso un canto nel quale la nobiltà della linea e la bellezza del timbro non sono mai disgiunte dall’attenzione alla parola.

Il suo Nabucco si impone fin dall’ingresso per piglio energico e autorevolezza. La voce è ampia, omogenea e dotata di una proiezione davvero areniana, capace di attraversare lo spazio senza perdere compattezza né qualità. Tézier non si limita però a esibire materia vocale: il fraseggio è incisivo, la dizione scolpita senza affettazione, la linea sempre sorvegliata. Ne deriva un sovrano credibile tanto nella tracotanza quanto nello smarrimento, costruito secondo una progressione che conduce dall’arroganza del conquistatore alla fragilità dell’uomo e del padre. La parte trova naturalmente il proprio vertice nel quarto atto. Tézier anima con grande varietà il recitativo «Son pur queste mie membra!», alternando incredulità, angoscia e improvvisi ritorni d’orgoglio. «Dio di Giuda» è affrontata con morbidezza d’eloquio e autentica trepidazione, senza indulgere a effetti esteriori: il canto si raccoglie, si fa intimo, lascia emergere la conversione come necessità interiore prima ancora che come svolta drammatica. Nella successiva cabaletta «O prodi miei, seguitemi» la voce torna a svettare con sicurezza, sostenuta da accento fiero e slancio trascinante. È una prova che conferma in Tézier non soltanto uno dei maggiori baritoni verdiani del nostro tempo, ma un interprete capace di dare al canto una precisa funzione teatrale.

Al suo fianco, Maria José Siri ripropone un’Abigaille volitiva, impetuosa e saldamente dominata sotto il profilo vocale. La cantante affronta la scrittura impervia senza rinunciare alla cura del fraseggio, restituendo tanto l’ambizione e lo sdegno quanto le incrinature più segrete del personaggio. Particolarmente convincente è la capacità di evocare, nei momenti più raccolti, il ricordo di un tempo perduto e di un’innocenza ormai irrecuperabile. L’antagonista non si riduce così a una presenza furiosa e vendicativa, ma conserva una dolorosa complessità umana: di fatto, Abigaille è uno dei personaggi più interessanti del giovane Verdi.

Il basso Simon Lim presta a Zaccaria una voce possente e ampia, ben proiettata nell’anfiteatro. L’autorevolezza del canto evita ogni rudezza e conferisce al pontefice ebraico una dignità severa, particolarmente efficace nei grandi momenti di ispirazione profetica. Anna Werle è una Fenena partecipe e corretta, mentre Galeano Salas affronta con sicurezza e bella voce scura la parte di Ismaele. Completano adeguatamente il cast Nicolò Ceriani come Gran Sacerdote di Belo, Riccardo Rados nei panni di Abdallo ed Elena Borin in quelli di Anna.

Dal podio Michele Spotti imprime alla partitura un piglio energico e linee nette. Le frequenti accelerazioni nelle code non sono semplice ricerca di effetto, ma nascono da una chiara idea della tensione teatrale e conducono con decisione ai punti culminanti. Il gesto mantiene un controllo costante dell’orchestra e garantisce un equilibrio ben calibrato con il palcoscenico, aspetto tutt’altro che secondario in Arena. Piace soprattutto il fraseggio duttile, sostenuto da un gioco raffinato di colori: sotto la sua guida l’orchestra areniana rivela finezze e dettagli non sempre evidenti in una partitura troppo spesso ricondotta alla sola energia risorgimentale e alla monumentalità corale. Anche il rapporto con le voci è curato con sensibilità. Spotti sa assecondare il respiro dei cantanti senza allentare la continuità drammatica e trova una misura convincente tra l’urgenza del giovane Verdi e le aperture più liriche, già proiettate verso gli sviluppi futuri del suo teatro. Il Coro della Fondazione Arena, preparato da Roberto Gabbiani, si conferma elemento portante dell’opera per compattezza, intensità e presenza scenica.

L’allestimento di Stefano Poda conserva intatta la propria efficacia. Come avevamo osservato lo scorso anno (vedi qui la recensione), la regia si presenta quale autentica partitura visiva, fondata sull’interazione tra corpi, luci, costumi e grandi elementi scenografici. Le due strutture semisferiche che dominano la scena traducono plasticamente la dialettica tra mondi contrapposti: Ebrei e Babilonesi, spiritualità e ragione, fede e potere. Il loro avvicinarsi e allontanarsi scandisce il dramma con una chiarezza simbolica immediatamente leggibile anche dalle gradinate più lontane. Particolarmente felice resta il ricorso alla scherma. L’eleganza danzante dei movimenti sublima la violenza del conflitto, trasformandola in un rituale astratto che rappresenta non soltanto lo scontro tra Ebrei e Babilonesi, ma anche quello interno alla corte, tra le fazioni di Nabucco e Abigaille. Le lame disegnano nello spazio linee geometriche, mentre la disciplina dei corpi contrasta efficacemente con il disordine morale e politico della vicenda.
Poda dimostra inoltre di sapere mantenere viva la scena anche nei passaggi affidati a pochi personaggi. Ballerini e figuranti si dispongono accanto ai solisti componendo gruppi plastici, immagini che accompagnano il canto e ne amplificano il significato senza trasformarsi in semplice decorazione. È proprio questa capacità di articolare costantemente lo spazio a rendere lo spettacolo tanto adatto all’Arena: il grande palcoscenico non appare mai abbandonato né dispersivo, ma attraversato da una continua corrente visiva.
Meno persuasivo risulta forse l’epilogo. Il ricongiungimento dei due volumi nella sfera completa coerentemente il disegno simbolico della regia, traducendo in immagine il superamento delle opposizioni; proprio nell’ultima scena, tuttavia, la gestione delle masse si fa più convenzionale e perde parte di quella forza inventiva che caratterizza il resto dello spettacolo. Si tratta comunque di un limite circoscritto all’interno di una produzione che, alla prova della ripresa, conferma pienamente la propria capacità di parlare il linguaggio dell’Arena.

Arena Opera Festival 2026
NABUCCO
Dramma lirico in quattro parti
Libretto di Temistocle Solera
Musica di Giuseppe Verdi

Nabucco Ludovic Tézier
Ismaele Galeano Salas
Zaccaria Simon Lim
Abigaille Maria José Siri
Fenena Anna Werle
Il Gran Sacerdote di Belo Nicolò Ceriani
Abdallo Riccardo Rados
Anna Elena Borin

Orchestra, Coro, Ballo e tecnici della Fondazione Arena di Verona
Direttore Michele Spotti
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Regia, scene, costumi, luci e coreografia Stefano Poda
Assistente alla regia, alle luci e alle coreografie Paolo Giani Cei

Verona, Arena, 12 luglio 2026

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