Più il tempo passa, più diventa difficile scrivere di certe opere. Non tanto per la sensazione di ripetersi ad nauseam davanti a titoli popolari (e bellissimi), sui quali sembra non esserci più nulla da dire se non sull’interpretazione del momento. C’è un motivo ancora più profondo: alcuni capolavori finiscono per renderti sempre più incapace di tradurre in parole tutto ciò che ti trasmettono. È quello che ormai da anni mi accade con l’ultima opera del Gran Vegliardo, man mano che mi sembra di capirla un po’ meglio.
Per fortuna (?) Falstaff non è tra i titoli verdiani più popolari e tra una produzione e l’altra trascorre di solito abbastanza tempo da lasciare sedimentare le impressioni. Stavolta, invece, sono trascorsi appena pochi mesi dalle recite di Bruxelles ed ecco ricomparire il Pancione al Liceu di Barcellona, nello stesso allestimento già visto alla Monnaie e poi approdato anche a Napoli.
Mi sono sempre chiesto perché questa straordinaria commedia umana (complici Shakespeare e Boito), pur godendo del favore del pubblico, non rientri fra le opere più amate e rappresentate di Verdi. Forse perché qui non ci sono più i grandi gesti teatrali ai quali Verdi ci aveva abituati. Quando affiorano, restano appena accennati. Come la vita stessa, l’azione e la musica scorrono senza tregua, più dell’acqua del Tamigi: ci sono momenti che si vorrebbero trattenere, pagine che si vorrebbero ascoltare ancora, ma Verdi non concede soste e sembra ripetere, insieme ai suoi personaggi, “Via, via, via!”.
Alla fine qualcuno dice “Un coro e terminiam la scena”, e quel coro è una fuga costruita secondo la tradizione ma modernissima nel trattamento delle voci e del testo. Può suscitare qualche sorriso, ma lascia soprattutto un nodo alla gola, forse ancora più dei grandi finali tragici di Verdi. È un sorriso bonario, venato però di amarezza davanti alle debolezze umane, non soltanto a quelle del vecchio Sir John. Il crescendo sul “Tutti gabbati!” continua ogni volta a togliermi il respiro. Alle mie spalle un collega ha gridato “Viva Verdi!”. Aveva pienamente ragione, anche se io non sono riuscito a imitarlo. La seduzione del Grande Mago, più ancora del fiore di Carmen, funziona sempre, ma in modo diverso.
Venendo alla recita, mi astengo dal soffermarmi ancora sullo spettacolo di Laurent Pelly, che, come il buon vino, migliora col tempo e mi è sembrato persino più convincente che alla Monnaie. Chi fosse interessato può leggere quanto ne scrissi allora (link), tenendo conto che oggi il mio giudizio è ancora più positivo, oppure, meglio ancora, la dettagliata e brillante recensione della produzione napoletana firmata da Paola De Simone (link). Mi limito ad aggiungere che rivedrei questo allestimento molto volentieri.
Con questo Falstaff, Josep Pons ha deciso di chiudere dopo quattordici anni la sua esperienza di direttore musicale al Liceu. La scelta del titolo è simbolicamente significativa. In questo lungo periodo il Maestro è riuscito a trasformare profondamente un’orchestra che in passato, nei suoi momenti migliori, rimaneva comunque discontinua. Oggi il livello tecnico è elevato e, a seconda della bacchetta e delle prove, offre interpretazioni interessanti. Certo con Falstaff l’impresa è difficile. L’esecuzione si è distinta per la chiarezza del tessuto orchestrale: ogni strumento risultava perfettamente udibile. Pons, che non è mai stato un verdiano doc – il suo terreno d’elezione resta il repertorio tardo ottocentesco e novecentesco, soprattutto tedesco e slavo – si è sforzato di controllare l’esuberanza degli ottoni, che con lui suonano sempre esplosivi. Non mi è parso tuttavia che “sorridesse” con Verdi. L’episodio del “sacco di monete”, per esempio, dovrebbe essere scintillante, ironico: qui era ben eseguito, ma non possedeva l’adeguata leggerezza. È stato energico, ma non sempre vivace, mentre le non molte oasi liriche tendevano a rimanere in secondo piano. Se, almeno idealmente, i due giovani innamorati rappresentano la speranza che riscatta il mondo degli adulti, qui più di una volta ho avuto l’impressione che fossero destinati a diventare una nuova coppia Ford-Alice, che proprio ideale non direi. Il coro, chiamato in causa soprattutto nell’ultimo atto con pagine tutt’altro che semplici, ha offerto una prova di ottimo livello sotto la preparazione di Pablo Assante.
Luca Salsi non ha ancora affrontato molte volte il ruolo di Sir John, ma lo canta bene, molto bene. Niente da dire sul piano vocale. Qualche frase più parlata del solito è accettabile, e magari verrà migliorata. Finora l’interprete non ha avuto modo di esplorare il registro comico, ma ci prova con buoni risultati. Solo il monologo iniziale del terzo atto potrebbe acquistare maggiore incisività.
Più problematico il caso di Carolina López Moreno, al debutto al Liceu. Il progresso rispetto a quanto ricordavo dal Concorso Viñas è evidente, ma non credo che Alice sia il personaggio più adatto alle sue corde. Insiste su un registro centrale e grave quasi da soprano spinto, dal colore piuttosto opaco e un po’ ingolato, mentre gli acuti, molto belli anche se un po’ metallici, sono da lirico pieno. Scenicamente è disinvolta, ma mi sembra che cerchi di essere troppo “sexy”. Dopo il ritiro di Igor Golovatenko, è rimasto solo Lucas Meachem a sostenere il ruolo di Ford. È un valido attore e un cantante corretto. Il timbro non possiede un fascino particolare; il registro acuto è buono, mentre il centro e il grave appaiono più modesti. Ma è soprattutto il fraseggio a risultare piuttosto generico.
Daniela Barcellona ha riproposto la sua Quickly già ascoltata a Bruxelles e oggi il personaggio appare ancora più compiuto. La punta di diamante della sua interpretazione è la prima scena del secondo atto. Vocalmente è risultata in ottima forma, anche se forse troppo prudente nel registro grave (scelta comunque più intelligente rispetto a un’artificiosa apertura della voce). Come Nannetta, Serena Sáenz ha fatto bella figura da tutti i punti vista. La sua Regina delle fate era ottima e la sua ‘arietta’ o ‘canzone’ ci ha fatto ringraziare Verdi di averla composta. Santiago Ballerini possiede il physique du rôle adatto a Fenton e si muove bene. Anche vocalmente convince, pur mostrando qualche tensione nell’estremo acuto che non ricordavo. Per fortuna, quell’altro piccolo gioiello che è “Dal labbro il canto estasiato vola” (un elogio della voce umana che lascia chi l’ascolta in estasi) è stato il suo momento migliore.
Molto piacevole, divertente e divertito, l’intervento della brava Gemma Coma-Alabert nel ruolo di Meg, mentre Josep Fadó ha offerto un’eccellente caratterizzazione, tanto scenica quanto vocale, di Dottor Cajus. Alessio Cacciamani, Pistola, ha esibito mezzi di tutto rispetto e grande simpatia. Il Bardolfo di Pablo García-López, infine, era deliziosamente inarrestabile (forse un po’ sopra le righe nella prima scena) e ha cantato molto bene, pur senza un timbro di grande qualità. 




Barcellona, 9 luglio 2026

