Per inaugurare la stagione 2025-2026 – la prima della nuova sovrintendente Christina Scheppelmann, ma ancora frutto della programmazione del suo predecessore – La Monnaie ha scelto un nuovo allestimento (coprodotto con il Teatro Real di Madrid) dell’ultima opera di Verdi, firmato da Laurent Pelly e diretto dal direttore musicale Alain Altinoglou. In due recite, fra cui quella di cui qui si parla, la bacchetta è però passata al suo assistente Ouri Bronchti.
Lo spettacolo del regista francese – autore anche dei costumi, non sempre coerenti – ambienta la vicenda in un’Inghilterra vagamente d’inizio Novecento. Come spesso accade nei suoi lavori, la regia risulta intelligente e propensa più al lato comico e ironico che non a quello malinconico e “dolceamaro” che attraversa l’opera, con le sue sfumature di disillusione e l’amore ideale riservato ai due giovani. I personaggi sono presentati con cura, ma non tutti convincono allo stesso modo. Forse sarebbe interessante se qualcuno provasse un approccio “alla Orson Welles”, ispirato al celebre film del regista su Falstaff.
L’opera di Verdi, credo, si apprezza di più con il passare degli anni, come dice lo stesso vecchio John, che pur ricordando i bei tempi da paggio deve fare i conti con la realtà di questo “reo mondo”, dove, per esempio, l’onore non è che una parola.
Onore a Simon Keenlyside che, già ottimo Ford fino a poco tempo fa, si trasforma qui in un Falstaff panciuto e malizioso, dagli occhi furbi ma capace di passaggi di grande intensità: dal monologo dell’onore, pervaso di un cinismo disperato, a quello di inizio terzo atto, con un “l’acqua mi gonfia” dove l’ultima parola viene accentata e prolungata in modo quasi terrificante. Anche in quel momento, con un gesto di sdegno sovrano e un bicchiere in mano, sembra quasi trovare una rivincita… solo per ricadere ancora una volta negli inganni dell’amore, che “metamorfosa l’uomo in una bestia”. Poco prima della straordinaria fuga finale, con signorile autorevolezza può affermare “son io che vi fa scaltri”. Keenlyside canta sempre benissimo, con un bel colore e senza mostrare segni del tempo.
Al suo livello non arriva nessun altro: gli si avvicinano Benedetta Torre, che delinea un’eccellente Nannetta, con bei piani e acuti sicuri, e Daniela Barcellona, una riuscita Quickly, forse il personaggio meglio delineato dalla regia. Buone le prove di Bogdan Volkov, Fenton di timbro non proprio esaltante ma corretto, e di Lionel Lhote, apprezzabile Ford. Vanno lodati la Meg vocalmente interessante di Marvic Monreal e l’ottimo duo dei furfanti, soprattutto il Bardolfo di Mikeldi Atxalandabaso, ma anche il Pistola di Patrick Bolleire.
Con rammarico bisogna segnalare invece lo stato vocale problematico di John Graham-Hall, artista di valore ma qui in seria difficoltà come Dottor Cajus. L’Alice di Sally Matthews, vivace e simpatica, non dispone del materiale vocale ideale: qualche acuto è riuscito, ma frasi come “e il viso mio…”, “ogni più bel gioiello mi nuoce” o soprattutto “Gaie comari di Windsor” non hanno il giusto effetto.
Il coro, preparato da Emmanuel Trenque, è molto efficace nell’ultimo atto. L’orchestra suona benissimo, ma – immagino su indicazione di Altinoglou – Ouri Bronchti ha talvolta spinto verso un “sinfonismo” eccessivo. Le celebri “monete” del sacco del signor Fontana suonano aspre, e l’introduzione del terzo atto, piuttosto tempestosa, ne è un altro esempio.
Il teatro era gremito, con richieste di biglietti perfino all’ingresso, e lo spettacolo ha riscosso un vivo successo. A proposito: le pause tra i quadri erano interminabili. Inoltre, o si rispettano i tre atti con due intervalli, o l’opera andrebbe eseguita tutta d’un fiato. Unire i primi due atti per fare un’unica lunga pausa non trova giustificazione dal punto di vista drammatico, anche se oggi è una consuetudine diffusa. Forse non sarebbe male ricordare che Verdi e Boito conoscevano molto bene i tempi teatrali. 




Bruxelles, 26 settembre 2025

