Trasportare Tosca fuori dalla Roma papalina del 1800 è sempre un azzardo. L’opera nasce immersa in un contesto storico preciso, con le liturgie solenni e la pesantezza del potere clericale che incombono come una cappa sui personaggi. Molti registi hanno provato a spostarla in epoca novecentesca, leggendo nella crudeltà di Scarpia e nello stato di terrore il riflesso di dittature più vicine a noi.
Joan Anton Rechi, nella nuova produzione proposta dal Teatro La Fenice, fa altrettanto: nelle note di regia annuncia di collocare la vicenda negli anni Cinquanta in un Paese indefinito, sotto un regime senza volto né divise, uno di quei poteri che si insinuano dietro l’apparente normalità e opprimono la società attraverso il sospetto reciproco. Assunto teoricamente plausibile: per controllare le persone non servono armi né simboli militari, basta la paura di una denuncia o di un’accusa infondata. Tuttavia, proprio qui nasce la prima debolezza dell’allestimento. Senza armi, simboli o divise, il contesto dittatoriale non trova forma scenica precisa e resta generico. Ne risulta un ambiente più vicino a dinamiche criminali, quasi mafiose, dove l’idea di un potere politico oppressivo resta astratta e non trova traduzione teatrale.
La scenografia di Gabriel Insignares procede di fatto in direzione opposta rispetto alle dichiarazioni programmatiche. L’anelito verso la libertà, che secondo quanto annunciato dovrebbe tradursi simbolicamente in spazi aperti, si risolve invece in ambienti bui e claustrofobici. Il primo atto è dominato dal portone opprimente di una chiesa in restauro, con tanto di impalcature; solo nel Te Deum questo si apre su un cortile dove prende forma una processione con una Vergine in stile sivigliano, reminiscenza delle vírgenes macarenas: un tocco pittoresco che cancella Roma per far posto a un’atmosfera estranea al mondo evocato dalla musica di Puccini. Lo sfondo religioso che contrassegna l’opera viene così ridimensionato e ridotto a episodio folcloristico, privato del suo peso teatrale originario. Il secondo atto si ambienta di notte nel giardino del palazzo di Scarpia e ruota attorno a un’automobile, che sostituisce la canonica “tavola imbandita” della camera di Palazzo Farnese: trovata scenografica poco originale (le auto in scena sono ormai un cliché) e priva di reale efficacia drammaturgica. Nel terzo atto, infine, il riferimento dichiarato alle Carceri d’invenzione di Piranesi si risolve in una struttura ben poco evocativa; e pesa soprattutto l’assenza della luce dell’alba romana.
La regia e la recitazione restano convenzionali: i gesti e le posture degli interpreti procedono secondo codici consolidati, senza particolare approfondimento psicologico, mentre la morte di Scarpia dentro l’automobile si riduce a puro effetto esteriore e non è gestita al meglio. Così, le coordinate scenico-registiche prescelte, prive di un progetto coerente sul piano drammaturgico, non bastano a sostenere l’allestimento: le intuizioni concettuali indicano una strada che la realizzazione scenica non percorre. In definitiva, questa Tosca “novecentesca” non riesce a proporre una lettura logica e lineare, risultando un’operazione che somma segni già codificati in molti altri allestimenti, senza elaborare un disegno interpretativo compiuto.
Per fortuna, dall’orchestra arrivano le atmosfere e i colori che la scena non riesce a definire. Daniele Rustioni legge Tosca non come un’opera verista ma come un dramma proiettato nel Novecento, riportando in primo piano quella ricchezza sinfonica che ridisegna di continuo il tessuto emotivo dell’opera. Il direttore, attraverso un fraseggio ampio e mai forzato, con tempi non stringati ma sempre funzionali, riesce a garantire la continuità drammatica e musicale che Puccini esige, restituendo sia la tensione del noir che le morbidezze liriche e sentimentali. L’orchestra svela dettagli inediti e alterna sinuosità e dolcezze a momenti di grande drammaticità, mantenendo sempre un equilibrio con le voci che consente al canto di conversazione di emergere con naturalezza. L’approccio di Rustioni dimostra come il rispetto della partitura possa convivere con l’intensità emotiva: dalla buca emerge tutta la modernità orchestrale pucciniana che anticipa il linguaggio cinematografico, restituendo all’opera l’attualità che la regia cerca invano sul palcoscenico. Alla fine, resta la sensazione che questa Tosca trovi nella direzione musicale la bussola interpretativa più coerente.
In sintonia con la lettura di Rustioni, Chiara Isotton disegna una Tosca centrata sul canto, lontana da eccessi veristici e facili effetti. L’adesione al personaggio e ai suoi complessi passaggi psicologici è puntuale. La voce è quella di un soprano lirico pieno: ampia, ben timbrata nel registro medio-grave e salda negli acuti. Bella cavata, intensità d’accento e musicalità sostengono una lettura senz’altro efficace sul fronte drammatico. Il “Vissi d’arte”, inoltre, è reso con forte intensità emotiva e le procura l’unico applauso a scena aperta della serata. Qualche leziosità nei movimenti richiesti dalla regia nel primo atto e i costumi discutibili nei primi due la penalizzano un po’, ma non offuscano una prova di indubbia forza comunicativa.
Anche Riccardo Massi evita le estroversioni veriste e delinea un Cavaradossi di precisa definizione stilistica. La sua prova va in crescendo: se in “Recondita armonia” il timbro risulta un po’ velato, recupera presto vigore esibendo una voce dal colore brunito e gradevole, con una certa sicurezza negli acuti (pur non sempre squillanti) e un canto adeguatamente sfumato nei momenti amorosi con Tosca. “E lucean le stelle” viene eseguita con slancio e il giusto afflato lirico.
Ben controllato sul piano del fraseggio e dell’espressività lo Scarpia di Roberto Frontali, costretto però a fare i conti con un’indisposizione annunciata in sala prima del secondo atto. Nel primo la vocalità regge, salvo qualche stimbratura in acuto, ma nel secondo emergono slittamenti di intonazione e maggiori problemi di tenuta. Va comunque riconosciuto al baritono il merito di aver portato a termine la recita nonostante le condizioni vocali non ottimali.
Funzionale il resto della compagnia. Matteo Peirone è un Sagrestano giustamente estraneo a effetti macchiettistici, ma l’impostazione registica non ne definisce con chiarezza la caratterizzazione. Completano la locandina: Mattia Denti, Angelotti, Cristiano Olivieri, Spoletta, Matteo Ferrara, Sciarrone, Emanuele Pedrini, un Carceriere. Ottimo il contributo del Coro del Teatro diretto da Alfonso Caiani e pregevoli gli interventi del Coro dei Piccoli Cantori Veneziani preparati da Diana D’Alessio.
Al termine, applausi per tutti – team registico compreso – con acclamazioni particolari per Isotton e Massi. 




Teatro La Fenice – Stagione 2024/25
TOSCA
Melodramma in tre atti
Libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa
Musica di Giacomo Puccini
Tosca Chiara Isotton
Mario Cavaradossi Riccardo Massi
Il barone Scarpia Roberto Frontali
Cesare Angelotti Mattia Denti
Il sagrestano Matteo Peirone
Spoletta Cristiano Olivieri
Sciarrone Matteo Ferrara
Un carceriere Emanuele Pedrini
Un pastore: solista del Coro dei Piccoli Cantori Veneziani
Orchestra e Coro del Teatro La fenice
Piccoli Cantori Veneziani
Direttore Daniele Rustioni
Maestro del coro Alfonso Caiani
Maestro del coro voci bianche Diana D’Alessio
Regia Joan Anton Rechi
Scene Gabriel Insignares
Costumi Giuseppe Palella
Light designer Andrea Benetello
Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
Venezia, 29 agosto 2025

