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Milano, Teatro alla Scala – Alcina (con Kožená, Bonitatibus, direttore Minkowski)

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Parliamo di Alcina, il dramma di Händel mai rappresentato alla Scala (a parte un’esecuzione del 1985 in forma oratoriale) prima che nel 2009 Robert Carsen vi portasse l’allestimento realizzato per Parigi nel 1999. Da allora la maga e le sue magate furono ingoiate dall’oblio fino all’esecuzione diretta lo scorso 8 febbraio da Marc Minkowski.

L’opera, parte di un trittico ispirato all’Ariosto, vede la luce al Covent Garden di Londra nel 1735. Il libretto che arriva dall’Italia è anonimo, adattato da quello per un’opera di Riccardo Broschi, fratello del celebre castrato Farinelli. L’impianto originale sposa la grandeur del teatro barocco. Potenziata dalla contingenza che consegna al teatro londinese non solo un coro ma anche un gruppo di danzatori, ora assenti, istruiti da Marie Sallé, mito del Settecentesco immortalato da un epigramma di Voltaire. Anche i cantanti della recita inaugurale sono di grido. Nei ruoli protagonisti (un soprano e un castrato) troviamo infatti Anna Maria Strada e il famoso Cusanino. La lunghezza dell’opera spinge lo stesso Händel a renderla più snella, ma dopo le repliche Alcina scompare dai teatri. Se ne riparla a partire dalla pubblicazione del 1868. La prima moderna è datata Lipsia 1928. La prima “accreditata” Londra 1957. Nel lavoro drammaturgia e vocalità procedono nel solco dell’opera seria italiana. I personaggi, differenziati per carattere e vocalità, sono coinvolti in ruoli di importante impegno. Alcina pretende un’estensione generosa e grande tenuta. Morgana gioca nelle zone acute. Ruggiero, il fatale amato, ha una parte dolente che lo muove tra sospiri di passione, incertezze, lutti. Il personaggio eroico è Bradamante. Una specie di Leonore beethoveniana. Alcina è una maga che arriva da lontano inserendosi sulle figure archetipiche della classicità: Circe, Calipso, Medea…Nasce a Ferrara per mano del Boiardo (Orlando Innamorato) e si sviluppa nell’Orlando Furioso di Ariosto. Fonte di un libretto che conserva il topos della natura ma non può competere con l’armonia che ha fatto dell’ottava ariostesca il simbolo stesso del rinascimento italiano.

Lo spettacolo di Carsen capovolgeva l’esito positivo dell’azione negando a Ruggiero e Bradamante il sacrosanto amore che unisce gli sposi. Quella regia incantata e intelligente finiva tuttavia con il togliere a quest’opera, che è barocca, qualsiasi forma di spettacolarità. Anche perché il finale mostrava come la chiave di lettura, oltre che psicologia, fosse esistenziale, indicando un’umanità priva di valori. Ma ora (il ciclo musica antica della Scala) che il capolavoro in forma di concerto è privo di fantasie interpretative e arriva nell’essenzialità della sua musica e delle sue parole, ogni cosa ritrova la giusta dimensione. Ancora una volta dobbiamo ringraziare Parigi che ci presta Les Musiciens du Louvre, un ensemble fondato nel 1982 da Marc Minkowski, oggi sul podio, che esegue su strumenti originali e vanta nelle sue schiere solisti di primissima qualità. Citiamo per tutti la superba spalla Alice Piérot. Un gruppo padrone del repertorio d’epoca e della tecnica interpretativa barocca, variamente riconosciuto.

Alcina, già variamente ridimensionata, alla Scala è ulteriormente limata. Dura quasi quattro ore e nell’intervallo qualcuno se ne va. Ma il fascino è tale che avvince e fa volare il tempo. Minkowski è un miracolo di levità, pulizia, artifici e improvvisazioni. Al suo aplomb fa riscontro il cast, costantemente alle prese con arie dagli interminabili “da capo”. L’assieme è dominato dall’Alcina di Magdalena Kožená, virtuosa che ripete con accenti sempre diversi i “da capo”, una cantante dai mezzi straordinari, una donna di grande fascino e personalità. Non le è da meno, e forse la supera, il Ruggiero en travesti di Anna Bonitatibus che ottiene ovazioni interminabili. Erin Morley, soprano, è una Morgana dalla voce un po’ piccola ma capace di svettare a registri impensabili. Magnifica, nelle sue arie di furia, la Bradamente di Elizabeth DeShong. Bene l’Oronte di Velerio Contaldo, il Melisso di Alex Rosen, l’Oberto di Alois Mühlbacher.
Una meraviglia. Una lunga e applauditissima meraviglia.

Milano, 8 febbraio 2024

In copertina, Marc Minkowski
Photo: Brescia e Amisano

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