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Reggio Emilia, Teatro Municipale Valli – Anna Bolena

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Se nella musica barocca le esecuzioni “storicamente informate” sono ormai la norma, e se è più comune incontrare interpretazioni di Haydn, Mozart o Beethoven secondo la prassi del periodo classico, è più raro che si vedano impiegare strumenti originali per opere italiane del Romanticismo. È appunto il caso di questa Anna Bolena di Gaetano Donizetti, presentata inizialmente a settembre al LAC di Lugano e ora al Teatro Municipale “Romolo Valli” di Reggio Emilia, prima tappa di un tour emiliano che la vedrà nuovamente a Modena e a Piacenza.

Eseguire Donizetti con gli strumenti storici non è una completa novità: già da qualche anno, al festival dedicato nella città natale al grande compositore orobico, l’ensemble Gli Originali interpreta un’opera con diapason e strumenti, come dice il nome, originali. Se al Festival Donizetti questo può essere un interessante spunto di variazione o di curiosità, l’operazione svizzero-emiliana è particolarmente audace anche nella scelta del titolo: la prima grande opera di Donizetti restata nel canone, e quindi maggiormente attraversata da una tradizione interpretativa che la lettura secondo la prassi storica finisce ovviamente per mettere in questione. Si può osservare d’altronde che il 1830, data di composizione della Bolena, è un po’ il limite temporale per ensemble che si occupano precipuamente di musica tardo-barocca e classica: negli anni successivi le innovazioni tecnologiche del secolo decimonono inizieranno a essere sempre più incalzanti anche nel campo degli strumenti musicali e le orchestre si distanzieranno sempre più da un modello che poteva essere altrettanto valido alla fine del Settecento. In Anna Bolena, però, non ci sono dubbi: la scrittura degli ottoni, ad esempio, mostra in maniera chiarissima che non si disponeva ancora di strumenti a pistoni (inventati solo qualche anno prima) o che i clarinetti non erano tanto diversi da quelli di cui poteva servirsi Mozart (con la necessità da parte degli esecutori di alternare i tagli in do, si bemolle e la).

In questo caso la formazione protagonista nella buca è I Classicisti, evoluzione dei Barocchisti sempre guidati da Diego Fasolis. L’ensemble ticinese aveva già da tempo affiancato al repertorio propriamente barocco anche esecuzioni di Mozart o di Rossini, ma per il passaggio a Donizetti opta per aggiornare la denominazione. Con essa, Fasolis abbandona l’accompagnamento alla tastiera (in un’epoca di passaggio tra i due metodi!) per il podio e la bacchetta, ma non rinuncia ovviamente ai suoi tratti stilistici: tempi stretti, una cura quasi cembalistica dell’articolazione (che gli archi, a partire dalla spalla Duilio Galfetti seguono in maniera estremamente fedele, e che però talvolta suona un po’ esasperata), e una predilezione per sonorità secche (quelle delle percussioni in particolare) che non lascino spazio a lunghe risonanze. Se l’orchestra segue completamente le indicazioni di Fasolis, sul palcoscenico la comunità d’intenti risulta meno evidente. Il Coro Claudio Merulo, pur ben preparato da Martino Faggiani, qua e là (specie nella componente maschile) non riesce a replicare le stesse articolazioni che il direttore vorrebbe, e in generale l’orchestra adotta una gamma dinamica più estesa di quella che i cantanti in scena possono gestire: le sonorità orchestrali risultano così talvolta soverchianti; in generale, la priorità del direttore non è quella di agevolare le voci, quando farlo andrebbe a scapito della lettura personale della partitura.

Partitura che viene qui eseguita secondo l’edizione critica a cura di Paolo Fabbri con tagli ridottissimi (qualche da capo qua e là) ma praticamente integrale rispetto alla maggior parte delle rappresentazioni dell’opera. Oltre agli strumenti e all’accordatura a 430 Hz, si recuperano anche le tessiture originali, con Giovanna Seymour interpretata da un soprano “puro”. Se spesso gli specialisti del repertorio barocco, quando si cimentano in lavori più tardi, non resistono alla tentazione di “barocchizzare” l’opera, Fasolis si mantiene più fedele al carattere ottocentesco della partitura. Di certo però è un Donizetti che guarda di più al passato che alle prefigurazioni verdiane. Nel quintetto del primo atto (“Questo dì per noi spuntato”) sembra di essere in un insieme del Don Giovanni, le cabalette non hanno il tono bellicoso che sarà del primo Verdi, e anche la follia finale guarderà più alla disperazione d’una Médée di Cherubini che a Lady Macbeth. Sono scelte comunque che aiutano a scoprire un lato diverso dell’opera di Donizetti, meno esplorato ma interessante contrappunto a esecuzioni invece più fondate nella tradizione romantica.

Ripristinata la voce sopranile per Giovanna, le due grandi parti femminili acquistano, per i differenti colori vocali, ruoli quasi opposti a quelli tradizionali. Se Carmela Remigio è un’Anna Bolena dalla voce imbrunita, Arianna Vendittelli è una limpida Jane Seymour. Più che la regina protagonista e l’antagonista rivale, rappresentano la moglie abbandonata e la nuova giovane fiamma del monarca, rispettando in questo la verità storica più che le convenzioni del melodramma. Remigio, forse assecondando le sue doti vocali, rinuncia ad acuti-stilettate e ad agilità pirotecniche per concentrarsi sul lato più drammatico e malinconico del personaggio. Insomma, rifugge un certo divismo che impone un carattere furibondo alla regina. Ma d’altronde, la cabaletta finale, seppur spesso eseguita con un’aria di furia, non è in realtà una rinuncia alla vendetta, una denuncia d’ingiustizia certo, ma con accenti di perdono? Ecco, questo traspare dalla Bolena di Carmela Remigio, e le puntature all’ottava di cui è costellata la sua parte, raggiunte con una certa dolcezza, appaiono sempre lamenti più che annunci di vendetta.

Arianna Vendittelli fa da contraltare a questa Bolena: una voce abituata al repertorio barocco e mozartiano che disegna una Seymour di giovanile freschezza combattuta tra la passione per il re e la fedeltà ad Anna, con un timbro sempre chiaro e una grande abilità nelle agilità che la parte richiede. Alcuni momenti sono perfettamente riusciti: su tutti, il “Sì, tremo” pronunciato davanti al re con una voce che si fa veramente tremante, e le struggenti mezzevoci nella scena del perdono. Delude invece l’Enrico VIII di Simone Alberghini (forse non in perfetta forma): in difficoltà a proiettare il suono, si abbandona nel duetto iniziale con Giovanna a un parlato che maschera problemi d’intonazione. La performance migliora nel corso della recita, in un finale primo in cui i toni declamatori funzionano meglio, e nel contrappunto ad Anna e Percy nel terzetto del secondo atto, dove la scrittura insiste maggiormente nel registro più grave: ma la cabaletta “Salirà d’Inghilterra sul trono” non riesce a essere trascinante come dovrebbe, e si spegne negli acuti.
Continuando sul versante maschile, Ruzil Gatin è un ottimo Percy: affronta senza timore l’acutissima scrittura per tenore contraltino (si tratta di una parte pensata per Rubini) con una voce squillante, ottimi filati e grande precisione, che gli permette sempre di svettare. Peccato solo per una pronuncia un po’ meccanica del testo italiano, e forse una minor attenzione nel tratteggiare un Percy che vada oltre la convenzione del ruolo tenorile (ma quella di Percy è, in effetti, una parte assai convenzionale). Bene anche Luigi De Donato nei panni di Rochefort (avrebbe potuto forse interpretare Enrico?), mentre è da rivedere Marcello Nardis, un sir Hervey dal timbro incisivo ma non sempre precisissimo. Molto elegante invece lo Smeton di Paola Gardina, in particolare nella romanza “Deh! non voler costringere” nelle cui strofe sa inserire variazioni delicate e quanto mai appropriate.

La spettacolo firmato da Carmelo Rifici si basa sulla scenografia di Guido Buganza che consiste, in pratica, in un elemento in rotazione (una sorta di muro grigio, un po’ industria un po’ prigione) che scopre ogni volta una stanza della corte. L’idea del muro e della separazione in effetti è centrale in Anna Bolena, se si pensa ad esempio alla scena del processo che avviene a porte chiuse e di cui i cortigiani raccolgono le indiscrezioni. Ecco che le rotazioni di questo muro allora scoprono scene che avvengono in contemporanea, a volte vorticosamente (come quando vediamo, in pochi istanti, la preparazione per l’esecuzione di Anna e le nozze di Giovanna ed Enrico). Per il resto, i movimenti in scena restano talvolta convenzionali (se si pensa al quintetto con i cinque cantanti schierati in proscenio come se si trattasse di un’esecuzione in forma di concerto) e anche le gestualità dei cantanti non esulano molto da quelli standard. Qualche idea particolare c’è, ma non sempre sfruttata fino in fondo, come il volto di donna dipinto sul muro parzialmente scoperto da degli operai durante la sinfonia, uno Smeton che mostra i segni della tortura dopo il processo, o ancora l’apparizione per qualche istante d’un giullare — una sorta di fool shakespeariano — o, ogni tanto, di una piccola Elisabetta I già vestita come nel più famoso ritratto: un particolare un po’ didascalico, a meno che si tratti di un’anticipazione di un futuro ciclo di rappresentazioni della serie delle opere donizettiane sulle vicende della monarchia britannica.
I costumi di Margherita Baldoni non appartengono a uno specifico periodo storico: un po’ Tudor e un po’ moderni (con qualche immancabile cappottone), si concentrano su colori che ben si sposano con le luci di Alessandro Verazzi a dare un che di pittorico alle scene. Per quanto dei tableaux vivants si faccia in questa produzione un po’ abuso, lo spettacolo resta sempre piacevole alla vista, anche quando vorrebbe essere più thriller di quello che effettivamente riesce.

Al termine di un’opera lunghissima (senza tagli lo spettacolo sfiora le quattro ore), il pubblico reggiano si mostra comunque soddisfatto tributando applausi a tutti i protagonisti, in particolare a Gatin e Vendittelli. L’operazione può dirsi, malgrado qualche ombra, riuscita, e resta l’auspicio che anche altri teatri di maggiore importanza possano osare un po’ e proporre l’ascolto di opere della grande tradizione italiana con strumenti e prassi originali. Senza pretendere di imporre la lettura “filologica” (per quello che poi la parola voglia significare — si dovrebbe aprire un discorso immenso) come unica accettabile e condannare d’un tratto qualunque altra esecuzione; ma certamente il recupero delle prassi esecutive storiche può aggiungere prospettive sempre interessanti a capolavori arcinoti.

Teatro Municipale “Romolo Valli” – Stagione 2023/24
ANNA BOLENA
Tragedia lirica in due atti
Libretto di Felice Romani
Musica di Gaetano Donizetti

Enrico VIII Simone Alberghini
Anna Bolena Carmela Remigio
Giovanna Seymour Arianna Vendittelli
Lord Rochefort Luigi De Donato
Lord Riccardo Percy Ruzil Gatin
Smeton Paola Gardina
Sir Hervey Marcello Nardis

I Classicisti
Direttore Diego Fasolis
Coro Claudio Merulo di Reggio Emilia
Maestro del coro Martino Faggiani
Regia Carmelo Rifici
Scene Guido Buganza
Costumi Margherita Baldoni
Luci Alessandro Verazzi

Coproduzione LAC Lugano Arte e Cultura,
I Teatri di Reggio Emilia, Teatri di Piacenza,
Teatro Comunale di Modena, I Barocchisti
Reggio Emilia, 11 febbraio 2024

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