Ultimo capolavoro pucciniano, Turandot è un’opera che richiede voci importanti, messinscena effettistica o di grandi idee, orchestra variegata – divisa tra raffinatezze e tensioni espressioniste – e voglia di raccontare una fiaba. E proprio dalla fiaba parte la lettura registica di Cecilia Ligorio per l’allestimento veneziano realizzato nel 2019 al Teatro La Fenice, dove in questi giorni viene riproposto con un nuovo cast.
L’impianto di Alessia Colosso è scarno e presenta una cornice orientaleggiante di lacca blu che inquadra il boccascena: una sorta di scatola cinese dalla quale emergono nel corso dello spettacolo visioni fiabesche e fantasmagoriche. Al suo interno pochi elementi scenici: qualche praticabile, una passerella sospesa sulla quale appare Turandot e – a emblema dell’algido mondo della spietata principessa – una luna a forma di sciabola che precipita come una ghigliottina sulle teste dei pretendenti. Tutto è simbolico e minimalista, comprese le stelle, una costellazione di lampadine elettriche che si spegneranno con la morte di Liù, per poi lasciare il posto nel finale alla luce dorata di un disco solare.
In questa cornice fiabesca essenziale, Ligorio racconta la vicenda come una iniziazione dei personaggi, chiamati a compiere un viaggio interiore verso il cambiamento e la consapevolezza di se stessi. Calaf, il principe senza nome, è il primo a entrare nella scatola scenica, a intraprendere il percorso, costringendo anche gli altri protagonisti a evolversi e a cambiare. Turandot esorcizzerà i suoi fantasmi ancestrali e la paura di amare dopo essersi misurata con lui e anche con Liù. E proprio quest’ultima, mossa da un ideale di amore sublime, di cui difende la purezza assoluta fino al sacrificio, consentirà il definitivo cambiamento della principessa.
La fiaba insomma si mescola con l’analisi del profondo e viene raccontata attraverso una giustapposizione di visioni oniriche e immagini fantastiche: i costumi di Simone Valsecchi sono esotici per i protagonisti della fiaba, borghesi e indistinti per chi si limita al ruolo di spettatore (il popolo), o per chi la vicenda la racconta. È il caso del Mandarino, che governa il gioco teatrale con abito, trench e valigetta, quasi una sorte di burocrate (ma potrebbe essere un analista, o Puccini stesso).
Non tutto è chiaro nelle intenzioni di Ligorio. In linea di massima, l’impressione è che la regista riservi soluzioni generiche ai due protagonisti principali, Turandot e Calaf, e si concentri maggiormente sui personaggi ritenuti secondari. Oltre al Mandarino narratore, acquistano un rilievo particolare l’imperatore Altoum, non apparizione lontana ma figura incisiva al centro della scena, e soprattutto le tre maschere. In livrea rossa e stivaloni neri, Ping Pang, Pong interagiscono con altrettanti bambini destinati a diventare loro successori. I bambini, poi, sono una presenza pervasiva nel corso di tutto lo spettacolo: oltre a essere i destinatari della fiaba e della tradizione da tramandare, rappresentano il futuro, lo scorrere del tempo e dei passaggi della vita che iniziano fin dall’infanzia. Un aspetto intuibile, più che non realmente approfondito da Ligorio, al pari di altri spunti della messinscena fenicea, puntellata di idee interessanti e condivisibili, ma non del tutto sviluppate. In questa ripresa, poi, la stessa definizione dei tre ministri sembra più generica; aleggia nel complesso una maggiore staticità e il risultato sembra, a tratti, meno suggestivo rispetto a cinque anni fa. Per fortuna viene eliminata la stucchevole caratterizzazione in chiave neofemminista di Liù, raffigurata nell’edizione del 2019 come una ragazza aggressiva che cantava “Tu che di gel sei cinta” con il pugnale rivolto verso Turandot.
La recita a cui si riferisce questa recensione, dopo la cancellazione della “prima” per uno sciopero delle maestranze, si è svolta a una settimana di distanza dalla prova generale. Le piccole sbavature notate in orchestra e sul palco sono dunque il segnale di una esecuzione non ancora del tutto rodata. Dal podio, Francesco Ivan Ciampa privilegia per lo più il ritmo teatrale energico, le sonorità deflagranti, i colori forti e le atmosfere drammatiche. Mette bene in evidenza insomma la cornice rituale, ossessiva e inquietante, entro cui si svolge la fiaba. Una lettura, intendiamoci, non priva di attenzione per l’avanzata trama armonica e timbrica di alcune pagine dell’opera, e per le atmosfere sognanti e misteriose. Resta comunque il fatto che la direzione di Ciampa tende a enfatizzare le asprezze e i ritmi taglienti della partitura, più che a sottolinearne le finezze e le trasparenze impressionistiche.
Sul palco si impone Saioa Hernández. Il soprano spagnolo ha tutti i requisiti richiesti dalla vocalità di Turandot: ne affronta agevolmente la tessitura acutissima, sfoggia grande spessore sonoro, sovrasta tutto e tutti. Gli acuti, nella sala della Fenice, risuonano debordanti. È una principessa di gelo scultorea, se vogliamo tendenzialmente monolitica, più incline alle accensioni veriste che agli smarrimenti, o ai fraseggi analitici. Di fatto Hernández si allinea a una lunga tradizione interpretativa di Turandot aggressive e di perentoria forza drammatica, delineando nel complesso un personaggio convincente.
Di fronte a cotanta Turandot, il Calaf di Roberto Aronica risulta un po’ sottotono. Il tenore si conferma un affidabile professionista, ma, forse in forma non ottimale, esibisce centri non sempre ben timbrati, emissioni a tratti oscillanti, acuti per lo più forzati: il si naturale che conclude “Nessun dorma” è alquanto fisso e non fa scattare l’applauso del pubblico.
Nella parte di Liù, Selene Zanetti presenta una voce di timbro apprezzabile e buon volume. Canta bene (a eccezione del finale della sua seconda aria) e fraseggia con buone intenzioni, anche se sarebbero auspicabili abbandoni più sentiti e maggiori sfumature nel rendere il toccante patetismo del personaggio.
Timur è l’inossidabile Michele Pertusi, ineccepibile per timbratura, rotondità del suono e accuratezza del fraseggio. Il trio della maschere tiene la scena con efficacia e adeguato contrappunto fra le parti: emerge in particolare Paolo Antognetti (Pong) ma si fa valere anche Valentino Buzza (Pang), mentre il Ping di Simone Alberghini accusa qualche appannamento vocale. Ben delineato l’Imperatore Altoum di Marcello Nardis, efficace il Mandarino di Armando Gabba.
Al termine applausi scroscianti e ovazioni per gli interpreti principali, in particolare per Selene Zanetti. 




Teatro la Fenice – Stagione 2023/24
TURANDOT
Dramma lirico in tre atti
Libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
Musica di Giacomo Puccini
Turandot Saioa Hernández
L’imperatore Altoum Marcello Nardis
Timur Michele Pertusi
Calaf Roberto Aronica
Liù Selene Zanetti
Ping Simone Alberghini
Pang Valentino Buzza
Pong Paolo Antognetti
Un mandarino Armando Gabba
Il principe di Persia Alessio Zanetti
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Maestro del coro Alfonso Caiani
Piccoli Cantori Veneziani diretti da Diana D’Alessio
Regia Cecilia Ligorio
Scene Alessia Colosso
Costumi Simone Valsecchi
Light designer Fabio Barettin
Allestimento Fondazione Teatro La Fenice
nel 100° anniversario della morte di Giacomo Puccini
Venezia, 3 settembre 2024

