Da un lato il viaggio, come tracciato metastorico delle impronte di un vissuto universale, interiore, sognato o reale. Dall’altro il mare, luogo di fuga e di speranze, culla di memorie, canto lontano di un tempo perduto che lega a fil doppio, nella sua danza silenziosa e incessante, vivi e morti insieme, di ogni provenienza, età e cultura. Intorno, ci sono le mille e una storia di un’umanità di migranti che da sempre e oggi soprattutto scorrono dolorose e dolenti, fra gli eventi più tragici delle cronache, dinanzi ai nostri occhi e alle nostre coscienze impotenti.
È quanto narra mirabilmente e con impressionante forza sonora il racconto musicale in sette quadri con prologo ed epilogo L’ultimo viaggio di Sinbad, lavoro scolpito dall’ultima, nuova e potentissima partitura di Silvia Colasanti in unione al libretto polimetrico di Fabrizio Sinisi liberamente ispirato ai testi di Erri De Luca, con pieno successo proposto in prima assoluta per cinque recite dalla committente Opera di Roma nella sala del vicino Teatro Nazionale, in collaborazione con la Fondazione RomaEuropa Festival. Un titolo pensato a chiusura di stagione quanto in aggancio di rara pertinenza progettuale con il Peter Grimes di Benjamin Britten allestito in parallelo al Costanzi, condividendone anche la similare sospensione dell’acrobata che attraversa in alto la scena. In entrambi i casi difatti, andando a incrociare a specchio uno dei massimi capolavori del Novecento europeo e una firma italiana di punta del panorama compositivo contemporaneo, i temi-chiave s’incontrano e confrontano sui destini della solitudine e dell’emarginazione, sul rifugio e fuga finale giù in fondo al mare, sulla non facile sfida e sperimentazione esemplare in Britten come in Colasanti declinando in soluzione inedita i modelli formali storici dell’opera e le possibilità infinite di connessione fra parola e musica.
Nel caso del Sinbad, si entra per 75 serrati minuti in un viaggio per mare che mescola in sé le tracce dei richiami biblici e dei miti arcaici, dei riti e delle fiabe, di storie vere o di leggende del mare attingendo al pari e oltre il tempo alle culture d’Oriente e d’Occidente. Un viaggio destinato, ben oltre la dimensione del mero spettacolo, a forare con i suoi brividi la pelle, fino a commuovere tutti e a restare per lungo tempo nel cuore con i suoi personaggi dal canto vario e molteplice, con i suoi messaggi diversi e, in special modo, con l’intensità solenne di un’epopea sacra e laica al contempo che, a ogni quadro-stazione, monta in crescendo come una marea inesorabile. Una marea magmatica che, fra l’orchestra e un cielo dipinto già come onda scura e minacciosa, finisce nell’epilogo con il sovrastare le teste dei passeggeri e con il seppellirne le voci sublimate in un lamento corale in smorzando, quasi un “Plorate, filii” oratoriale stancamente intonato dalla folla scesa dalla nave giù nella penombra della sala, sfilando tra le file del pubblico e lasciando gli ultimi istanti al canto solo di una voce bianca, la vittima più giovane.
Il dedalo di significati e stili, essi stessi simbolo e metafora di situazioni antiche quanto perfettamente calzanti ai nostri giorni, è particolarmente fitto ma facilmente fruibile in quanto ben strutturato per stazioni tematiche, quindi restituito con piena sagacia da una dimensione visiva cupa e inquietante, di forte impatto così come costruita dall’attenta regia di Luca Micheletti (al suo debutto in tale ruolo per l’Opera di Roma) sia sull’oscillare del gruppo sia nello studiato risalto del singolo, dalle scene ad alta tensione e suggestione di Leila Fteita, dai costumi esotici o di guerra creati da Anna Biagiotti e dalle luci esatte di Marco Giusti secondo la ben coesa drammaturgia di Benedetto Sicca.
A occupare l’intero spazio scenico è la fiancata di un’imbarcazione in ferro, in posizione sghemba e sensibilmente inclinata, molto simile a un immaginario Nautilus verniano color ruggine smangiato dalla salsedine e dal tempo, alla cui base passano una madre incappucciata (poi si scoprirà essere la Memoria) che per mano conduce un bambino. A breve e per il primo quadro quella fiancata svelerà, aprendosi non casualmente a ghigliottina, gli oblò e le porte da cui il vecchio Sinbad, scafista di lungo corso, dà il “malvenuto” ai passeggeri in fuga dall’Africa per toccare, con tutte le illusioni del caso, miglior terra in Europa. Poi, dando luce al piano inferiore, se ne svelerà la stiva, laddove gli imbarcati pur paganti sono assiepati uno sull’altro e trattati come schiavi, così come anche il gioco di luci sulle pareti a grata sembra suggerire l’ambiente moresco di una casba, laddove si fa oltraggio e mercato degli esseri umani.
Il motore del tutto, e lo si comprende subito, è in pentagramma. Nella scrittura delicata e folgorante a un tempo di Silvia Colasanti che con arte robusta e sensibilità sottile narra, descrive e scava fra le pieghe dell’anima seguendo le tante e diverse orme lasciate dalla storia, per tecniche e metriche, per forme e per temi, per timbri e dinamiche. Ne risulta un’opera prismatica che originalmente accoglie in sé la grande tradizione dell’ultimo Verdi (Otello nello specifico per quel che riguarda il rinnovato recitar cantando d’esordio e l’agogica a onde e flutti dal “Dio, fulgor della bufera!”), del secondo Puccini fra moderno lirismo e scatto in declamato fino allo Sprechstimme della seconda Scuola di Vienna, accanto a un’intonazione naturale più vicina alla canzone d’uso dei nostri giorni, all’ipervirtuosismo spinto oltre i confini di tonalità e registro, al sinfonismo onirico e magico di John Williams con tanta arpa e celesta, alle sinuose suggestioni d’Oriente rievocate dai suoni incantatori dello chalumeau, dei sonagli e dell’oud. Il tutto, in contenitori formali chiusi o liberamente organizzati che vanno dalla romanza al lamento o al duetto, dal sillabato al parlante, dal coro misto e di voci bianche in stile omofonico o madrigalesco al declamato, dalla canzone strofica di tradizione al contrappunto serrato. E fino alla tempesta quale ingrediente scenico e onomatopeico da sempre immancabile nella maggior quota delle opere, Peter Grimes compreso.
Un gran merito naturalmente nel dar vigore e disciplina alle mille dinamiche, al non facile equilibrio fra il piano delle voci e degli impasti sonori, oltre a garantire a ogni tassello l’esatta tensione narrativa e drammatica, spetta al giovane maestro sul podio Enrico Pagano, bel talento classe 1995 al suo debutto nella programmazione della Fondazione lirica capitolina magnificamente guidata dal sovrintendente Francesco Giambrone con la direzione artistica di Paolo Arcà. Già direttore in residenza e consigliere artistico dell’Istituzione Universitaria dei Concerti di Roma, Pagano è direttore artistico dell’Orchestra da Camera Canova da lui fondata diciannovenne e già riconosciuto tra i 100 Forbes Under 30 destinati a cambiare l’Italia. Inoltre, lo scorso aprile, ha tenuto a battesimo un’altra partitura in prima assoluta della Colasanti, il Requiem. Stringeranno nei pugni una cometa, alla IUC di Roma. Eccellente, d’altra parte, il lavoro dell’organico strumentale formato dai professori dell’Orchestra dell’Opera di Roma (si premiano, in particolare, il primo violino Gabriele Ceci, l’arpista Agnese Coco, Alessia Capoccia alla celesta, i percussionisti Claudia Foddai e José Espì) con qualche aggiunto da altra Fondazione lirica e i tre valenti oltre che fondamentali solisti Luciano Orologi (chalumeau), Peppe Frana (oud) e Lorenzo Brilli (percussioni). Così come una speciale lode, in particolare per la salda tenuta di colore e intonazione in zona acuta e sovracuta, va al Gruppo Vocalist e alla Scuola di Canto Corale curata dall’ottimo Alberto de Sanctis.
Tanti e tutti bravissimi, poi, gli interpreti protagonisti in palcoscenico, in qualità di personaggio o di personificazione. Nel Prologo (Fine della Terra) a distinguersi sono le sei voci dei passeggeri in coro (Valentina Gargano, Maria Cristina Napoli, Eduardo Niave, Nicola Straniero, Benedetta Marchesi, Alessandro Della Morte) e le voci bianche dei bambini, in cammino corale simbolico da un terreno di guerra alla scommessa per una sorte migliore via mare, spingendosi con un canto di speranza verso approdi acuti e lontani.
L’imbarco sul ronzìo degli armonici agli archi per l’immagine sonora di un porto orrifico dà quindi il via al primo quadro (La notte), atto a siglare la sortita del Sinbad di un immenso Roberto Frontali, severo e tonante nell’emissione come nel gesto all’accoglienza degli imbarcati ma già profondamente umano nel ripensare all’ennesimo, nuovo viaggio, con un canto lento e carico di sentimento, sospeso sul ricordo fra arpa, celesta e i richiami della Memoria (il mezzosoprano Annunziata Vestri). Al suo fianco, nel concorrere alla tinta scura, c’è il parimenti apprezzabile baritono Paolo Antognetti nel ruolo del Nostromo.
Al secondo quadro (Le sorelle) una fascia timbrica onirica, alla Potter, segna unitamente al flusso ondeggiante l’incedere del viaggio. È il quadro di una prima storia, quella narrata da due sorelle, la prima (Elisa Balbo) è cieca prima, l’altra (Alice Rossi) ne è guida. La prima, dagli occhi velati, chiede a Sinbad: “È bella l’Europa?”. E lui sferzante risponde con una sorta di romanza postpucciniana squadrata in efficaci quinari ma con una prima chiusa metrica tronca eccedente: “L’Europa sembra / la giungla o il mare. / Piena di sogni / belli e feroci. / Regna una legge / senza perdono. / Grande mercato / che non ha pietà”. Quindi la seconda aggiunge dolente, in bel canto sfumato “L’Europa è come questa nave: / acqua dappertutto / ma neanche una goccia da bere”. Ne nasce un racconto nel racconto diviso fra le due giovani donne, brave a pari merito, poi unito a tre affiancandosi il Disertore di vivo temperamento interpretato dal tenore Giorgio Misseri. Disertore che, nel successivo terzo quadro (La tempesta), decide di gettarsi in mare quale vittima sacrificale per sedare una bufera resa viva e palpabile dal flusso curvato in fasce sonore e dinamiche a forchetta fra gorghi e bagliori, stridore dei violini, folgori alle percussioni, affondi nei pedali degli ottoni gravi e passeggeri in coro. Aperto dall’Uomo della Preghiera affidato a un terzo alfiere baritonale, un accorato e intenso Roberto Abbondanza, dal quadro germina una filastrocca sinistra e bellissima, divisa in tre strofe (Si chiamava Ionà), molto alla Nightmare firmato Tim Bruton, che incrocia il presente e il passato, la paura e la calma raggiunta. Le sonorità luminose annunciano la prima luce dell’alba da cui sorge il canto compatto dei passeggeri.
Con il quarto quadro (Nostalgie) si arriva al centro numerico ed espressivo del percorso: lo chalumeau distilla una melodia acre e pungente, dolce al contempo, accompagnata dall’oud. Da lì parte il melos genuino, ma modulato in arabeschi preziosi, intonato dall’Uomo del mare sulla cantica di Mosè e dei figli d’Israele. A darvi corpo e suono è anche in tal caso un artista speciale, il salernitano Vincenzo Capezzuto, più che controtenore una voce naturale color del miele dalla storia unica e a sé, che parte a sua volta da lontano. Ossia dalla danza targata Teatro San Carlo di Napoli, tra la rapida crescita del suo talento coreutico alla scuola di Ballo di Anna Razzi, poi solista nel Corpo di Ballo eccellendo in Bournonville come in Petit, in Balanchine come in Forsythe, collaborando con figure immense quali Roberto De Simone e Rudolf Nureyev. Poi, abbandonato il “posto fisso”, vola in Compagnie di prima sfera (Aterballetto di Mauro Bigonzetti, l’English National Ballet, la MMcompany di Michele Merola e il Ballet Argentino di Julio Bocca, partecipando ai galà della scaligera Alessandra Ferri) per poi tentare in salto d’azzardo anche la via del canto, in parte testato nella sua attività di danzatore (in Barmoon/the cage di Fabrizio Monteverde), cresciuto con l’ensemble barocco “L’Arpeggiata” di Christina Pluhar e lanciato con il suo stile personalissimo attraverso i progetti targati Soqquadro, cimentandosi con successo da Monteverdi a Mina. Qui il ruolo gli sta a meraviglia e, con quella mezzaluna turca che appare nel cielo finalmente sereno, dopo gli interventi del Nostromo (“La casa è il mio sogno” fra un Ping e uno Schicchi) e di Sinbad (Muore una notte calma), l’Uomo del mare tocca con il suo secondo canto verace, flessuoso e potente, “in equilibrio” (la bellezza ricorda lo stile di Ilaria Porceddu) oltre il confine di genere, le corde più vicine al cuore e all’Oriente. Poi l’unione splendida, in duetto a contrasto, con la pasta cupa e densa di Frontali.
Il quinto quadro (La Madre) si concentra sulla nascita a bordo di un bimbo morto affidato alla culla del mare su una mestissima Ninna-nanna da pelle d’oca. Una nenia staccata “a cappella” dal soprano Daniela Cappiello, quindi sostenuta dal solo del violino con arpa in sfida virtuosa per range, intonazione e intensità d’espressione, chiusa da due colpi di timpani pari agli ultimi battiti di vita condivisi fra madre e figlio.
Poi il sesto quadro (La memoria), in didascalia “Fuori dal tempo presente”, è un Adagio in stile parlante, quasi un’Ave Maria interpretata con buon governo di timbro ed estensione da Annunziata Vestri su un tappeto volante e lievissimo di suoni e voci, da cui svetta il solo violinistico sfumato in armonici. Infine nel Settimo quadro (La Costa), in stile Sprechstimme a effetto alonato, nell’avvistare la Terra all’orizzonte il viaggio si ferma: stavolta Sinbad, lo scafista un tempo spietato, si mostra pietoso e non intende abbandonare la nave. Narra la storia di Sheherazade e abbandonando la vita attraverso il racconto, affonda con il destino dei suoi passeggeri in un mare fatto di suono ad archi e coro tesi. L’Epilogo è come un velo, parte dalla coralità scesa in sala evocante la visione a un passo dalla terra, con un crescendo lentissimo e inesorabile in cui l’acqua diventa cielo mentre, in alto sulla scena, un equilibrista solca una linea di luce che assimila in sé il volo di un’umanità oltre la vita, spenta nel brivido di una voce bianca rimasta allo sgranarsi delle note in solitudine.
Scroscianti gli applausi al termine per tutti gli artisti e un trionfo speciale per la compositrice Silvia Colasanti, prima protagonista di un progetto triennale dedicato dall’Opera di Roma alla musica contemporanea al femminile che, nelle prossime due stagioni, porterà in scena per la prima volta in Italia Adriana Mater di Kaija Saariaho con la regia di Peter Sellars e, nella stagione 2025/26, l’opera Inferno di Lucia Ronchetti. 




Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2023/224 – S|Confinamenti
L’ULTIMO VIAGGIO DI SINDBAD
Racconto musicale in 7 quadri
Musica di Silvia Colasanti
Libretto di Fabrizio Sinisi
Liberamente ispirato a testi di Erri De Luca
Commissione del Teatro dell’Opera di Roma
Prima rappresentazione assoluta
Sindbad Roberto Frontali
Nostromo Paolo Antognetti
Uomo della preghiera Roberto Abbondanza
Uomo del mare Vincenzo Capezzuto
Disertore Giorgio Misseri
La madre Daniela Cappiello
Prima sorella Elisa Balbo
Seconda sorella Alice Rossi
La Memoria Annunziata Vestri
I passeggero Valentina Gargano*
II passeggero Maria Cristina Napoli
III passeggero Eduardo Niave*
IV passeggero Nicola Straniero*
V passeggero Benedetta Marchesi
VIII passeggero Alessandro Della Morte**
* dal progetto “Fabbrica” Young Artist Program
del Teatro dell’Opera di Roma
**diplomato “Fabbrica” Young Artist Program
del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Enrico Pagano
Regia Luca Micheletti
Direttore del Gruppo Vocalist
e della Scuola di Canto Corale Alberto de Sanctis
Scene Leila Fteita
Costumi Anna Biagiotti
Luci Marco Giusti
Drammaturgo Benedetto Sicca
Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma
Solista oud Peppe Frana
Solista percussioni Lorenzo Brilli
Solista chalumeau Luciano Orologi
con la partecipazione della Scuola di Canto Corale
del Teatro dell’Opera di Roma
Nuovo allestimento Teatro dell’Opera di Roma
In collaborazione con Fondazione RomaEuropa Festival
nell’ambito del RomaEuropa Festival 2024
Roma, Teatro Nazionale
20 ottobre 2024

