Il Teatro Coccia di Novara aggiunge un altro significativo capitolo al Progetto DNA Italia, il cui scopo, secondo le intenzioni della direttrice del teatro novarese, Corinne Baroni – da sempre attenta e curiosa indagatrice delle nuove proposte del teatro musicale italiano, espresso dai suoi nuovi talenti o da compositori già affermati – è quello di fondere il passato al presente, offrendo al pubblico due brevi opere, una della grande tradizione italiana, l’altra completamente nuova, presentata in prima esecuzione assoluta. L’idea tenta anche di stabilire un legame narrativo fra le partiture, o almeno di creare suggestioni che possano accomunarle rendendole quanto più possibile vicine.
Per l’opera di repertorio si è scelto, nell’anno del centenario pucciniano che il teatro novarese ha opportunamente omaggiato mettendo in scena La bohème, Madama Butterfly e La rondine, Gianni Schicchi, l’unico titolo, si fa per dire comico, che dietro l’inganno del protagonista cela quell’ironia amara e sarcastica che lo rende così singolare nel cinico realismo del suo soggetto e in quell’humor nero che permea di sé il tono della commedia.
L’atto unico di Puccini viene preceduto dalla breve opera La Benedizione, composta da Cristian Carrara su libretto di Marco Malvaldi, il cui evidente intento è quello di raccontare, come in un antefatto, l’ultimo giorno di vita di Buoso Donati. Segue, con l’alzata di sipario sull’opera di Puccini su testo di Giovacchino Forzano, il piagnisteo dei parenti simulanti falsamente il pianto per la morte di Buoso Donati, anche se in realtà non aspettano altro che scoprire quale destino riserverà loro l’eredità tanto agognata; beffati, scopriranno che essa è stata destinata per intero al convento dei frati e all’Opera di Santa Reparata. Ma perché avviene questo? L’opera di Puccini, ovviamente, non lo spiega, quella di Carrara e Malvaldi, invece, è tutta incentrata su questo aspetto.
In poco meno di quaranta minuti di durata, infatti, si mostrano i “parenti serpenti” alla ricerca spasmodica del modo più opportuno per liberarsi di Buoso Donati, che è in fin di vita da mesi ma non si decide ad andarsene. Le studiano tutte: farlo fuori con una zuppa avvelenata, accoltellarlo o ingaggiare un sicario-confessore, un assassino travestito da frate che lo tolga di mezzo senza destare troppi sospetti. Ironia della sorte vuole che giungano quasi contemporaneamente sul suo letto di morte due frati: uno vero, per recargli conforto spirituale “prima che arrivi il riposo eterno”, mentre quello falso, pronto a mettere in essere il progetto delittuoso dei parenti, viene malauguratamente freddato, sul punto di giungere, da un piatto di minestra arrivatogli in testa perché il coccio che la contiene è istintivamente lanciato con ira dalla finestra da Donati stesso (“hanno preso un frate in testa con un coccio di minestra” dice una voce dalla strada sottostante l’abitazione), stufo di sorbirsi l’ennesima cattivissima brodaglia propostagli con la finta raccomandazione del medico di mangiarla tutta. Donati si sente subito in colpa per l’atto avventato compiuto e domanda di confessarsi col Frate che gli suggerisce prontamente, prima di morire, di espiare le sue colpe donando tutti i suoi beni al convento (“non c’è cosa migliore che mettere tutto quanto nelle mani del Signore.” – dice il Frate – “Nelle sue mani e in quelle dei suoi servi, che possono pregare giorno e notte che nel suo paradiso vi conservi”). Il gioco è fatto. Pur di ricevere il perdono prima di spirare, Donati accetta la proposta del Frate, riceve la sua benedizione (da qui, appunto, il titolo dell’opera) e se ne va sereno all’altro mondo privando i parenti di ogni sostanza. Ed è così che si capisce, quando si passerà all’opera di Puccini, il motivo per cui il testamento è stato così ingeneroso nei confronti dei legittimi eredi.
Inutile dire come questo soggetto metta in evidenza, prima ancora che il sipario si alzi sullo Schicchi, l’insana avidità dei parenti, la loro macchinosa e spasmodica ricerca di liberarsi quanto prima del vecchio Buoso Donati per metter le mani sul malloppo dell’eredità. Sono così cinici da apparire grotteschi. Ed è proprio su questo aspetto che musica e libretto cercano un legame comune, perché i quattro parenti (Zita, Gherardo, Simone e Rinuccio) architettano delitti che non saranno necessari eppure offrono all’opera una tinta scura che la musica spesso riprende con sonorità drammatiche, inondando il declamato che caratterizza la vocalità dell’opera di ritmi pulsanti, di reiterazioni tematiche che risentono di vaghi richiami alla musica Philip Glass, come nelle magmatiche e ansimanti modulazioni che si ascoltano ad apertura di sipario e poi concludono ciclicamente l’opera ripresentandosi alla fine, sul calare del sipario, come a voler dimostrare che il tema dell’opera non è affatto leggero, bensì attraversato da un clima dai contorni quasi gotici. I parenti, che in maniera così goffa tentano ogni via per liberarsi di Buoso, finiscono per diventare vittime di se stessi, burattini gabbati dalla sorte e dalle cattiverie messe in essere dai loro comportamenti sempre sopra la righe.
La stessa regista dello spettacolo, Teresa Gargano, intelligentemente coadiuvata dalle scene di Lorenzo Mazzoletti e dai costumi di Silvia Lumes, pensa per i due spettacoli a una Firenze degli anni Novanta del Novecento dalle tinte per lo più scure e tetre. L’impianto scenico, che al lato destro mostra il letto di Buoso e alla sinistra ora un salotto con divano e sedie con alle spalle le figure di Adamo ed Eva per l’opera di Carrara, ora un tavolo imbandito affacciato su un fondale con sagome nere dei palazzi di Firenze per quella di Puccini, fa da giusta corona alla cattiveria dei parenti, alle loro anime nere, avide ed egoistiche, così enfatizzate nell’agire fisico stesso da rendere il loro dinamismo forzato e, per questo, pertinente a un disegno registico che offre poco spazio alla comicità, anzi la colora di ombre inquiete che di leggero hanno ben poco.
Il passaggio da un’opera all’altra, eseguite di seguito, senza intervallo proprio per accentuare il legame narrativo che le lega in questo filone di ribollente carica dissacratoria in cui i parenti vengono accomunati da una disperata ansia corrosiva, quasi isterica, per l’ottenimento della agognata eredità, conferma come l’idea che mira ad accomunare le due opere sia assai meditata, non solo nei tratti della musica, ma anche nel disegno registico che consequenzialmente le lega, lasciando l’impressione che sulla prima le tinte leggere siano avvolte, quasi fagocitate dal dramma, mentre sulla seconda, dalla comicità certo più arguta e croccante, pesa l’astuzia liberatoria della “gente nova”, di quello Schicchi che con la sua furbizia riesce a ergersi sulla atavica cattiveria di chi gabba, meritandosi per questo un posto nel girone infernale dantesco, ma anche l’attenuante della simpatia del pubblico per aver agito per il bene di chi ama.
Anche l’esecuzione musicale, oltre che quella visiva, ha ragioni per essere lodata. Per l’opera di Carrara gli interpreti sono Marcello Rosiello (Buoso), Francesca Mercuriali (Zita), Xiaosen Su (Gherardo), Stefano Paradiso (Simone), Nicola Di Filippo (Rinuccio) ed Eugenio Di Lieto (Un frate). Ma è in Puccini dove le personalità dei singoli riesce a prendere maggior forma e fisionomia dando a Marcello Rosiello, già bravissimo Buoso Donati nell’opera di Carrara, la possibilità di mostrarsi non solo vocalmente in bella evidenza ma anche artisticamente uno Schicchi di rilievo, grazie alla presenza scenica disinvolta e al fraseggio accuratissimo, pronto a delineare un protagonista di astuta e sincera arguzia. Al fianco della sua assodata esperienza si muove un cast di interpreti in parte selezionati della Accademia AMO del Teatro Coccia, quindi alle loro prime esperienze sceniche. Così la Lauretta certo promettente e di bel timbro ma ancora un po’ intimorita e non del tutto omogenea nella resa vocale della giovane Beatrice Caterino, come Francesca Mercuriali (Zita), Xiaosen Su (Gherardo), Zi Jing (Nella) e Mariateresa Federico (La Ciesca). Non sono invece della suddetta accademia il giovane tenore Nicola Di Filippo, che ha voce giusta per Rinuccio ma forse non ancora sicurezza vocale, ampiezza sonora e slancio necessari per la sua aria, i bravi Eugenio Di Lieto (Betto di Signa) e Stefano Paradiso (Simone), fino al giovanissimo (appena sette anni) Giulio Ongeri (Gherardino), Lorenzo Liberali (Marco), Ranyi Jiang (Maestro Spinelloccio/Messer Amantio), Alberto Parola (Guccio) e Jesús Noguera (Pinellino), tutti disinvolti sul palcoscenico e ben preparati da una regia che li fa recitare da veri attori.
Vittorio Parisi, sul podio dell’orchestra Bazzini Consort, offre alle due opere un ritmo musicale di bell’involo teatrale e si pone come ciliegina sulla torta di una produzione che, in collaborazione con Lirica Tamagno, uscirà presto dai confini novaresi per approdare, il prossimo anno, ad Asti. 




Teatro Coccia – Stagione 2024
LA BENEDIZIONE
Opera buffa in un atto
Libretto Marco Malvaldi
Musica Cristian Carrara
Nuova commissione Fondazione Teatro Coccia
in prima esecuzione mondiale
Buoso Marcello Rosiello
Zita Francesca Mercuriali*
Gherardo Xiaosen Su*
Simone Stefano Paradiso
Rinuccio Nicola Di Filippo
Un frate Eugenio Di Lieto
*Allievi Accademia dei Mestieri
dell’Opera del Teatro Coccia – AMO
GIANNI SCHICCHI
Opera comica in un atto
Libretto di Giovacchino Forzano
Musica di Giacomo Puccini
Gianni Schicchi Marcello Rosiello
Lauretta Beatrice Caterino*
Zita Francesca Mercuriali*
Rinuccio Nicola Di Filippo
Gherardo Xiaosen Su*
Nella Zi Jing*
Gherardino Giulio Ongeri
Betto di Signa Eugenio Di Lieto
Simone Stefano Paradiso
Marco Loreno Liberali
La Ciesca Mariateresa Federico*
Maestro Spinelloccio/Messer Amantio Ranyi Jiang
Guccio Alberto Parola
Pinellino Jesús Noguera
Buoso Donati Daniele Guida (allievo attore STM)
*Allievi Accademia dei Mestieri
dell’Opera del Teatro Coccia – AMO
Orchestra Bazzini Consort
Direttore Vittorio Parisi
Regia Teresa Gargano
Scene Lorenzo Mazzoletti
Costumi Silvia Lumes
Luci Ivan Pastrovicchio
Produzione Fondazione Teatro Coccia
in coproduzione con Lirica Tamagno
Novara, 25 ottobre 2024

