Nell’ormai lontano 1961, alla Piccola Scala, venne proposta un’edizione de L’Orontea di Antonio Cesti che vide nei panni della protagonista Teresa Berganza e Bruno Bartoletti sul podio. Oggi la Scala, ormai da tempo avviata sulla giusta via della riscoperta del teatro musicale barocco (basta limitarsi a ricordare i felici recenti allestimenti de La Calisto di Cavalli e de Li zite ngalera di Vinci), ripropone il titolo in un nuovo allestimento firmato dalla regia di Robert Carsen (a lui già si deve il memorabile Giulio Cesare di Händel visto alla Scala nel 2019).
Di quest’opera, della quale si conosceva l’edizione discografica curata negli anni Ottanta da René Jacobs, si apprezza il valore di un libretto, di Giacinto Andrea Cicognini, già musicato per le scene veneziane da Francesco Lucio, della quale opera si è però persa ogni traccia. Il testo, ricco di colpi di scena e intrecci, mischia il serio al comico; finì nelle mani di Cesti quando il compositore aretino aveva già lasciato Venezia alla volta di Innsbruck. Fu lì che, grazie all’invito dell’arciduca d’Austria Ferdinando Carlo d’Asburgo, divenne maestro di cappella da camera e direttore di un teatro d’opera creato appositamente per lui, dove propose diverse nuove opere, fra le quali, appunto, L’Orontea nel 1656, utilizzando il testo di Cicognini rivisto da Giovanni Filippo Apolloni. La commedia degli equivoci e dei continui tira e molla amorosi si basa sull’identità nascosta dell’umile pittore Alidoro, del quale si invaghiscono un po’ tutte, compresa la protagonista, Orontea, regina d’Egitto, determinata a negarsi a ogni amore finché non incontra il bel giovane, per di più persuasa, dal precettore Creonte, a non cedere alle lusinghe di un ragazzo di così basso rango. Ma al cuor non si comanda ed ecco che, mentre Alidoro fa perdere la testa anche a Silandra allontanandola dalle braccia di Corindo, il nodo dell’intricata vicenda, ricca di scambi di coppie e travestimenti (Giacinta, che in abiti maschili si presenta come Ismero facendo suo malgrado innamorare di sé l’anziana Aristea), si scioglie quando un medaglione finito nelle mani di Alidoro, per il quale viene anche accusato di furto, lo rivela di origini nobili, rapito in fasce e reso corsaro, ma ora finalmente pronto e svelare la sua vera identità di principe con tutte le carte in regola per andare in sposa ad Orontea. Un lieto fine che è coronamento obbligato di ogni libretto conforme allo stile dell’opera seicentesca veneziana, in cui ogni componente drammatica confluisce a creare situazioni sceniche razionalmente equilibrate nella loro alternanza di stili derivanti dai modelli del teatro spagnolo mischiando elementi patetici a concessioni comiche, sempre secondo il filone della materia amorosa ad intreccio. Dall’incalzante e dinamico gioco teatrale che ne deriva nascono spunti musicali per dar vita ad accorati lamenti quale risvolto delle sofferenze d’amore, o a scene comiche affidate ai personaggi di basso rango che sfociano in pruriginosi doppi sensi e concessioni ai piaceri del buon vino (nei personaggi di Gelone e Tibrino), o in voglie sensuali che la senescenza non si rassegna ad assopire (come nel personaggio della vecchia Aristea, creduta madre di Alidoro).
A domandarsi come realizzare sul palcoscenico tutto questo senza sembrare banali provvede Robert Carsen, che insieme alle scene e ai costumi di Gideon Davey pensa a una ambientazione dell’opera calata nella Milano dei nostri tempi, in uno spazio d’arte formato da una scena unica girevole. Siccome Alidoro è un pittore, oltre che il centro di gravità di tutte le dinamiche relazionali amorose da lui messe in essere, il regista pensa di utilizzare l’impianto scenico stesso a fini drammaturgici. Orontea è una donna d’affari, responsabile di una galleria d’arte: da un lato c’è lo spazio espositivo della sua impresa, formato da un grande ambiente semicircolare a soppalco deve vengono allestiste le mostre, dall’altro l’arioso ufficio con scrivania e divano con skyline sui grattacieli della nuova Milano. La scena gira ancora per mostrare gli ambienti dove agiscono i personaggi di basso rango, in un sottoscala con bidoni della spazzatura e una biblioteca deposito dove i personaggi più leggeri agiscono in un andirivieni continuo di situazioni che le scene stesse commentano dando all’opera un ritmo narrativo incalzante e perfettamente attinente all’intreccio di relazioni amorose presentate dall’opera. Carsen, in accordo col direttore, si prende solo una libertà: abolisce il Prologo, in cui Amore e Filosofia fanno le loro considerazioni di natura filosofeggiante. Si entra così da subito nell’azione, nell’incedere pressante degli intrecci, con Orontea che è appunto alla guida di questa azienda che organizza mostre d’arte contemporanea in pieno clima da fashion week milanese, con i suoi vernissage affollatissimi e un Alidoro che, da subito, appare come seduttore un po’ perduto in se stesso, vanesio e superficiale, in abiti da squattrinato pittore bohémien. È lui a sedurre Silandra, collaboratrice di Orontea, che per amor suo rompe il legame con Corindo. Poi, dopo la furiosa scena di Orontea, gelosa per aver scoperto la tresca fra i due nel momento in cui Alidoro decide di far un ritratto a Silandra, tutto cambia: il giovane apprende per lettera di essere amato da una donna di rango superiore, Orontea appunto, si veste degli abiti dorati da lei recategli in dono e monta in boria divenendo vanitoso fino al ricongiungimento finale delle coppie, con l’ennesimo vernissage di ritratti, questa volta realizzati da Alidoro come omaggio ai tanti nudi pittorici femminili della storia dell’arte e forse anche alla sua vocazione di seduttore, festeggiato da un pubblico accalcato attorno a lui per domandargli autografi. Stupisce davvero come Carsen, da grande regista quale è, sappia cogliere l’intimo carattere dei personaggi in questo spazio d’arte moderna, avendo cura di andare all’essenza caratteriale di ciascuno e dando chiarezza all’intreccio senza forzature dettate dalla scelta dell’ambientazione contemporanea stessa.
Lo spettacolo è così teatralmente efficace che alla musica e al canto non resta altro che commentare il contenuto emotivo degli eventi seguendo un tracciato che la direzione di Giovanni Antonini realizza con scorrevole discorsività musicale, alla testa dell’Orchestra del Teatro alla Scala con strumenti storici. Lo fa senza che la struttura formale stessa dell’opera di Cesti, in fluente bilico fra recitativi e ariosi talvolta strofici altre volte ritmicamente plasmati sulle pieghe emozionali suggerite del testo stesso, risenta di cesure, bensì appaia impostata su fluire dell’azione e l’avvicendarsi degli eventi con sottile arguzia e un velo di ironia. Il suo è un mantello sonoro discreto ma efficacissimo, attento nel dar sostanza alle diverse anime espressive dell’opera, fra momenti di leggerezza affidati ai personaggi comici subalterni e le oasi di lamento e invocazione amorosa che offrono una patina di seducente abbandono ai passaggi musicalmente più alti dell’opera. Questi sono concentrati soprattutto nel secondo atto, con la scena di gelosia di Orontea, il suo celebre lamento “Intorno all’idol mio” e il risveglio di Alidoro dal sonno.
La compagnia di canto è di alto livello, tutti recitano da attori provetti, ben calati nei loro personaggi. Stéphanie d’Oustrac è una Orontea di bel timbro vocale e di femminilità determinata e fiera, pronta a sciogliersi man mano che l’amore le coinvolge i sensi fino a farla impazzire di gelosia. Ed è qui che mette a segno la maledizione e il furore della donna tradita con vigore d’accenti quasi tragici. Francesca Pia Vitale offre la sua bellezza al personaggio più frivolo di Silandra senza tuttavia trasformarlo solo in donna incapricciata del miglior offerente, assai brava nell’aria “Addio, Corindo, addio”, nella quale si libera definitivamente dal fedele amante, ormai già sedotta da Alidoro nel sensuale duetto posto verso la fine del primo atto. Si impone su tutti Carlo Vistoli, magnifico Alidoro, dal timbro caldo, pastoso e avvolgente, perfetto sul palcoscenico, attento nel tratteggiare la parabola del seduttore incostante che passa dai tratti disincantati dell’amatore impenitente e un po’ annoiato alla consapevolezza del suo potere; il tutto con una voce di controtenore che si appoggia morbidamente sulle note e le colora di una malinconia autenticamente seduttiva, dando spessore espressivo alla scena della lettera che chiude il secondo atto, conclusa dalla bella melodia “Care note amorose”, poi, nel terzo atto, all’aria in due strofe “Il mondo così va”. Ottimo è anche il controtenore Hugh Cutting nei panni di Corindo, amante abbandonato da Silandra, anche lui, come Vistoli, in possesso di un falsetto assai timbrato. Fra i personaggi che fanno da corona leggera agli scambi amorosi dei personaggi principali, spicca il servo ubriaco Gelone di Luca Tittoto, convinto che nel vino si possa trovare soluzione a ogni male o problema, irresistibile per verve scenica e incisività vocale, così come la vecchia Aristea del mezzosoprano Marcela Rahal e la luminosa Sara Blanch nei panni del valletto Tibrino, in bella evidenza nell’aria “Or se dir mi convien la verità”. Ottimo anche l’austero Creonte di Mirco Palazzi e la Giacinta di Maria Nazarova, che si presenta vestita in abiti maschili come Ismero e Carsen la mostra come un centauro con tanto di casco che le copre la chioma bionda poi svelata per farsi riconoscere da Orontea.
Sala stracolma di pubblico, a conferma di come il repertorio barocco incontri gli interessi del pubblico, e al termine dello spettacolo, durato quasi tre ore mezza intervalli compresi, volate via senza che neanche ce se ne accorgesse, successo franco per tutti. 




Teatro alla Scala – Stagione 2023/24
L’ORONTEA
Dramma per musica in un prologo e tre atti
Libretto di Giacinto Andrea Cicognini e
Giovanni Filippo Apolloni
Musica di Antonio Cesti
Orontea Stéphanie d’Oustrac
Creonte Mirco Palazzi
Silandra Francesca Pia Vitale
Corindo Hugh Cutting
Gelone Luca Tittoto
Tibrino Sarah Blanch
Aristea Marcela Rahal
Alidoro Carlo Vistoli
Giacinta Maria Nazarova
Orchestra del Teatro alla Scala
su strumenti storici
Direttore Giovanni Antonini
Regia Robert Carsen
Scene e costumi Gideon Davey
Luci Robert Carsen e Peter Van Praet
Nuova produzione Teatro alla Scala
Milano, 26 settembre 2024

