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La Doriclea – Il pomo d’Oro, Andrea De Carlo (Arcana CD)

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Il nome di Alessandro Stradella oggi farebbe scattare, forse, nella mente dell’appassionato melomane, più facilmente l’associazione con quello di Flotow, che alle avventurose vicende del compositore viterbese dedicò un’opera, piuttosto che con un titolo fra quelli dei suoi lavori teatrali. Considerato come un predecessore di Scarlatti per la facilità melodica, Stradella lasciò un ricco catalogo di composizioni musicali fra cui si annoverano anche un numero di un certo rilevo di cantate profane, oratori e circa una decina di opere. La Doriclea, scritta per l’aristocrazia romana forse nei primi anni Settanta del Seicento, prima quindi della fuga del compositore a Venezia e da là a Genova (ma non tutti concordano su questa data), fu considerata perduta sino agli Trenta del secolo scorso quando la partitura venne segnalata nella curia vescovile di Rieti per poi essere riportata alla luce dalla clavicembalista Lucia Adelaide di Nicola in tempi recenti, come racconta Arnaldo Morelli nel breve saggio che introduce l’edizione discografica pubblicata da Arcana. Operazione doverosa, quella dell’editore, e curata sotto ogni punto di vista, a partire dall’elegante veste grafica del cofanetto, che arricchisce la nostra conoscenza dello stile di Stradella e colma con un importante tassello la storia dell’allora neonato melodramma.

Il numero ridotto di personaggi, sei in tutto, che agiscono in questo libretto attribuibile forse a Lelio Orsini, fa propendere per una destinazione elitaria, un piccolo teatro privato. La trama pone in scena le vicende amorose di due coppie di estrazione nobile, a cui si contrappongono quelle di due personaggi comici: scambi di persona, malintesi, la protagonista, Doriclea che si traveste da uomo scatenando la gelosia dell’amante Fidalbo e facendo innamorare di sé la giovane Lucinda in rotta con il suo Celindo, sono alcuni degli espedienti attraverso cui procede l’azione ispirando al poeta versi che raggiungono, talora, la quintessenza del miglior – leggasi peggior – barocco, come in questo esempio tratto dal duetto Doriclea-Fidalbo: “Godi pur mio bene/ godi all’affetto/ del mio petto/ ché crescendo nel seno ognor l’ardore/ salamandra d’amor sarà il mio cuore”. Rispetto a questi eccessi, la musica di Stradella suona fresca e genuina, ricca nei ritmi mutevoli e intensa nel cogliere le sfaccettature dei sentimenti dei protagonisti: le arie con strumenti obbligati, per lo più violino primo e secondo, non sono molte, confinate nei momenti di maggior pathos ; fra queste vanno ricordate almeno le magnifiche Chi sa dove dimori la beltà, e O pupille crudeli, mentre non pochi sono, all’opposto i duetti. Di particolare effetto sono i pezzi e i recitativi scritti per la coppia dei due comici, Giraldo e Delfina, che con i loro interventi ravviavano l’azione: sono gli antenati dei vari Leporello e Figaro l’uno, di una più corposa Berta l’altra: i loro screzi amorosi sono intrisi di arguzie che vertono su topoi ancestrali, come nel duetto “Uomo che vive solo, vive infelice/ felice”, massime e riflessioni amare sull’amore e sul tempo che scorre, per esempio nell’amara aria di Delfina “Donne mie non aspettate che ‘l crin d’or venga d’argento”. Musicalmente sono forse fra i brani più vari e in a particolare tutta la parte di Giraldo è quella che, per taluni aspetti, anticipa tratti della scrittura per basso comico che meglio conosciamo dal repertorio più tardo.

L’esecuzione musicale è eccellente, potendo contare sul pluripremiato ensemble Il Pomo d’Oro (violini, viola da gamba, violoncello, violone, tiorba, arciliuto, arpa, clavicembalo e organo) diretto magnificamente da Andrea De Carlo, direttore, fra l’altro, del Festival Internazionale Alessandro Stradella, che sa mantenere vivo e costante il ritmo narrativo di una partitura che potrebbe altrimenti venire penalizzata dalla mancanza, in disco, della componente scenica. La fantasia infusa nei recitativi, il giusto stacco dei tempi delle arie, la varietà di colori e accenti che sanno infondere a ogni pagina questi mirabili musicisti fuga questo rischio in maniera encomiabile.
Non sono da meno gli interpreti chiamati a rivestire i panni dei personaggi. Doriclea è Emöke Baráth che delinea un personaggio composito e meno convenzionale di quel potrebbe apparire: donna amante, gelosa e poi finto uomo che deve dimostrare saggezza nel respingere gli approcci amoroso di un’altra donna riconducendola fra le braccia del suo amante, fino agli accenti più tragici delle ultime scene prima del lieto fine. Il controtenore Xavier Sabata risolve con eleganza la parte di Fidalbo, ma il timbro non è sempre accattivante e la gamma di colori risulta non molto ampia. Ottimi la Lucinda di Giuseppina Bridelli e il Celindo di Luca Cervoni, bella voce di soprano la prima e di tenore leggero il secondo, che sostenuti da una bella tecnica riescono a trovare sfumature e accenti corrispondenti alla gamma dei sentimenti professati dai due amanti. Su cast di alto livello spiccano tuttavia il baritono Riccardo Novaro nella parte di Giraldo e il contralto Gabriella Martellacci in quello di Delfina: voci entrambe ben timbrate e pastose, malleabili, tratteggiano due personaggi che già nel testo e nella musica sono i più vivi e prossimi a una sensibilità moderna.

Alessandro Stradella
LA DORICLEA

Doriclea Emőke Baráth
Fidalbo Xavier Sabata
Lucinda Giuseppina Bridelli
Celindo Luca Cervoni
Delfina Gabriella Martellacci
Giraldo Riccardo Novaro

Il Pomo d’Oro
Direttore Andrea De Carlo
Etichetta: Arcana
N. supporti: 3

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