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Rosa Feola indisposta: ‘Lucia’ senza pazzia al San Carlo di Napoli

L’esauriente recensione di Paola De Simone del classicissimo allestimento di Gianni Amelio è stata già pubblicata (qui il link) e non c’è bisogno di ritonarci sul piano critico. Ma nella terza recita di Lucia di Lammermoor al Teatro San Carlo (e dopo una seconda che, a sentire tutti, era stata ottima) accade l’improbabile – che, come si è visto, può sempre succedere.

Tutto procede regolarmente, direi più che bene, finché l’unico intervallo si prolunga in modo anomalo. Una voce fuori campo informa che il soprano Rosa Feola, protagonista, è stata colta da un malore e sta cercando di riprendersi. Applausi, attesa. Si annuncia quindi che lo spettacolo sarebbe proseguito: il direttore Francesco Lanzillotta ricompare e alcuni orchestrali tornano al proprio posto. Ma la situazione non è del tutto chiara. Il maestro scompare di nuovo e, poco dopo, nuova comunicazione: il soprano non può in alcun modo continuare la serata e il terzo atto andrà in scena senza la scena della pazzia. Una parte del pubblico, evidentemente presente soprattutto per quel momento, si alza e abbandona il teatro (forse ignorando che il capolavoro di Donizetti continua a esserlo anche senza quella scena chiave). Dai palchi si levano anche grida di protesta per l’assenza di una cover. E devo dire, da spettatore oltre che da critico, che quelle voci avevano pienamente ragione.

Cinque recite di Lucia – o di qualsiasi opera di particolare impegno, e per di più di repertorio – dovrebbero tenere conto che gli artisti sono esseri umani e che tutto può accadere. Non è necessario un doppio cast (che in alcuni casi, peraltro, c’è stato al San Carlo), ma almeno una copertura. Sarebbe anche un’occasione per offrire spazio a interpreti più giovani, che trarrebbero beneficio dal confronto diretto con ruoli di questa portata.

Detto ciò, va riconosciuto che fino al secondo atto Rosa Feola si era comunque esibita in più che buona forma (forse qualche acuto un po’ aspro o metallico, ma si ricordano celebri protagoniste che presentavano caratteristiche simili non solo in serate poco felici). Onore poi a tutto il cast, che ha saputo riprendere lo spettacolo come se niente fosse.

Va riconosciuto il livello di eccellenza dei tre ruoli principali maschili: Alexander Köpecki, uno dei migliori Raimondo ascoltati dal vivo; il bravissimo Mattia Olivieri, che continua a scavare in una parte ormai sua, offrendo un Enrico ben più sfumato – anche scenicamente – del consueto “cattivo”; e ancora il positivo contributo del tenore Sun Tianxuefei nel ruolo di Arturo. Ma soprattutto si impone la prova maiuscola di René Barbera che, con pochissimo tempo per riposarsi dopo l’ottimo duetto della torre, affronta il quadro finale con sicurezza esemplare, sfoggiando sovracuti anche nella “bell’alma innamorata” che chiude questo intramontabile capolavoro.

Bravi tutti. Ma al Teatro San Carlo si richiedono anche attenzione e lungimiranza: gli artisti, il pubblico e – prima ancora – i compositori le meritano.

Napoli, 18 marzo 2026

Photo: Luciano Romano

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