Per proseguire la stagione, il Teatro Colón ha proposto un’opera in forma di concerto al Palacio Libertad (ex Auditorio CCK), il vecchio Palazzo delle Poste rinominato a seconda dei gusti politici/ideologici del governo di turno, proprio come capita oggi negli Stati Uniti d’America – la pazzia e la stupidità non hanno limiti geografici.
Si tratta di una struttura con una sala centrale affettuosamente denominata la ballena per la forma esterna, ma pensata più come auditorio sinfonico che per le voci liriche. Questo, insieme a una acustica non sempre ottima e che dipende dal posto in cui si trova lo spettatore, non la rende proprio ideale. I soprattitoli, ben lontani e con caratteri microscopici, non servono a nulla.
E poi il primo capolavoro pucciniano è l’ultimo dei titoli per una versione in forma di concerto: gli artisti hanno in parte sopperito cercando di esprimere – qualche volta un po’ sopra le righe, come nel caso di Des Grieux – il voltaggio altamente emotivo della maggior parte delle situazioni. Il pubblico, comunque, ha gradito, perfino tirando un sospiro di sollievo per non dover soffrire le pazzie registiche degli ultimi tempi, e ha applaudito tutto e tutti anche durante la recita. Incomprensibilmente, però, ha lasciato passare in silenzio il grande duetto del secondo atto, “Pazzo son” del tenore e “Sola, perduta, abbandonata” del soprano, mentre si è scatenato per “Donna non vidi mai”, “In quelle trine morbide” e – guarda guarda – “L’ora o Tirsi”.
Diciamo anche che l’orchestra sul palcoscenico e il coro in alto non contribuivano all’equilibrio ideale con le voci. Non si capisce perché non si potessero alternare le recite con quelle di un balletto nella sala del Colón, e meno ancora perché le quattro recite abbiano avuto solo un giorno di riposo tra l’una e l’altra.
La versione è stata comunque la più riuscita dopo quella del 1966 diretta da Bartoletti con Caballé e Tucker, che, dopo un vuoto negli anni Cinquanta del secolo scorso, rispondeva parzialmente alle frequenti e splendide riprese del titolo tra il 1911 e il 1948 (con nomi quali Vitale, Toscanini, Marinuzzi, Panizza, Bellezza tra i direttori; Bori, Dalla Rizza, Muzio e Caniglia tra le protagoniste; Caruso, Pertile e per due volte Gigli nei panni di Des Grieux, scusate se è poco). Tra il 1970 e la versione di oggi l’opera è stata ripresa poche volte e con solo qualche nome isolato, come Nicola Martinucci.
Henrik Nánási non sempre mi sembra un ottimo direttore, ma questa volta il suo Puccini suonava idiomatico e, soprattutto, la sua bacchetta riusciva a estrarre da una brava orchestra del Teatro tutte le ricchezze di una partitura traboccante di creatività e ispirazione. Forse i momenti più sgargianti e quelli più raffinati risultavano superiori ad altri carichi di passione, nei quali purtroppo l’acustica e il suono finivano per imporsi a scapito delle voci. E se il celebre Intermezzo era buono ma non il momento migliore, tutto l’atto finale merita solo lodi. Mi chiedo se la sua Tosca al Liceu non risultasse altrettanto riuscita non per “colpa” del maestro, ma per la tensione creata da una regia assurda. Bene il coro istruito da Miguel Martínez, ma sempre un po’ troppo gravitante sul forte.
Chiara Isotton, al suo debutto a Buenos Aires, ha ottenuto un trionfo meritato con una lettura ancora più rifinita rispetto al suo primo approccio alla complessa protagonista a Lione, di cui ho riferito (qui il link). La voce correva con facilità, omogenea e timbratissima, con ottimi acuti, bei filati, un centro corposo e un fraseggio da vera grande scuola italiana. Se “L’ora o Tirsi” stupiva per la capacità di alleggerire, tutto il quarto atto – evidentemente compresa la grande aria – era una dimostrazione di azzeccatissima espressività, con un “orribilmente” da brivido e le frasi finali – “le mie colpe travolgerà l’oblio…” – un vero esempio di recitar cantando.
Grande successo anche per Francesco Pio Galasso, nei panni di Des Grieux. La parte gli si addice meglio di quella di Alvaro interpretata al Liceu di Barcellona, ma l’artista è generico nel fraseggio. Se complessivamente l’atto primo è il migliore, proprio l’inizio di “Donna non vidi mai” risulta scialbo. Poi, singhiozzi oppure occhiali buttati per terra, per dimostrare disperazione, non sempre paiono convincenti o adeguati. La voce ha metallo ma l’emissione a tratti resta troppo in gola e l’acuto, che è la sua arma migliore, diventa forzato e rischia l’incidente (per fortuna solo sfiorato alla fine di “Pazzo son”).
Discreto, ma udibile solo in zona acuta, il Lescaut di Junhyeok Felix Park. E qui una domanda doverosa: non si poteva trovare un cantante locale per la parte? Bene il Geronte di Ricardo Seguel, più baritono che basso; modesto l’Edmondo di Andrés Cofré; interessante il musico di Lidice Robinson; discreto il Maestro di ballo di Ramiro Pérez. Gli altri nomi li ho trovati sul sito web, non sulla scheda consegnata in sala. Da rilevare le prestazioni di Carlos Esquivel (Comandante ) e soprattutto di Gastón Oliveira Weckesser (Lampionaio). Negli altri ruoli, Juan Barrile e Claudio Rotella. Sala non piena. 




Buenos Aires, 10 settembre 2026

