Laurent Pelly dovrebbe forse riflettere. Gli spettacoli comici – anche se spesso caratterizzati da un’ironia sottile, non priva di amarezza e rimpianto, come nel recente Falstaff di Bruxelles – sembrano riuscirgli decisamente meglio di quelli tragici, almeno quando si tratta del melodramma romantico italiano.
Questa Lucia di Lammermoor alla Wiener Staatsoper non è mal riuscita, ma non è granché. L’atmosfera è permanentemente cupa, ambientata in un paesaggio eternamente coperto di neve e leggermente scosceso, con costumi – soprattutto maschili – in stile primo Novecento sui toni del grigio e nero (fa eccezione solo l’abito nuziale della protagonista). Il coro, quando si muove, involontariamente suscita ilarità – effetto immagino non desiderato – e non risponde ai pochi momenti festosi della musica: dell’“immenso giubilo” non c’è traccia e, quando c’è, risulta ridicolo. Scarse, per non dire assenti, le indicazioni specifiche agli interpreti, salvo qualche gesto attribuito a Lucia nel primo atto. E questo è quanto.
Sul versante musicale, per fortuna, le cose vanno molto meglio. Appartengo alla specie – in via di estinzione – che considera ancora il direttore musicale il primo responsabile del successo o meno di una serata lirica. Roberto Abbado, fin dalle prime battute del preludio, imprime il tono giusto per delineare il clima emotivo e i sentimenti predominanti della splendida partitura. L’orchestra – e che orchestra, soprattutto nei legni – lo segue con grande compattezza. I tempi sono distesi, ma né lenti né privi di tensione, e non si perde mai di vista la necessità di respirare con – e non contro – i cantanti. Anche il coro, preparato da Martin Schebesta, risponde pienamente alle alte aspettative di una sala gremita e attenta (turisti inclusi).
Sul palco brillano i rampolli della famiglia Ashton: Lucia ed Enrico. Adela Zaharia, accolta da applausi entusiastici dopo le sue due grandi arie (la sortita e la scena della pazzia), è una Lucia splendida: cantante completa, dotata di agilità ed estensione sbalorditive, ma anche di una voce di dimensioni importanti e di un timbro brunito che, uniti alle sue doti interpretative, le consentono di rendere con chiarezza la fragilità mentale della protagonista, che fragile del tutto non è. Abbandoni, paure, fantasia febbrile ma anche coraggio – “Il pallor funesto, orrendo” – emergono in modo chiarissimo in un canto di contrasti, dove colorature, trilli, sovracuti, messe di voce sono sempre al servizio dell’espressione. Il dialogo con la glassarmonica (Christa Schönfeldinger) diventa il passaggio di una mente ormai smarrita in un altro mondo. Una prova maiuscola.
Forse il momento di massima tensione della serata è il grande duetto del secondo atto con Enrico, grazie alla forte intesa con Mattia Olivieri, che aveva offerto già prove di “cattiveria” nel Paolo del Boccanegra napoletano. Insieme al Barbiere e a Don Giovanni, questo Enrico sembra un altro dei ruoli fétiche del baritono. Lo avevo già sentito a Parigi, ma senza la scena della torre, qui invece presente. Nel relativamente poco tempo trascorso – e non solo perché ora la parte è completa e inserita in una regia che non gli impone moltissimo – il personaggio si è ulteriormente approfondito, come la voce. “Cruda, funesta smania” e la cabaletta seguente – purtroppo non ripetuta – costituiscono già un biglietto da visita di alto livello per canto, dizione e accento, ma nei duetti successivi non solo la voce risulta più luminosa, ma il fraseggio scava nel personaggio. L’ira cieca del duetto della torre – sì, ci sono gli acuti, ma non sono certo l’unica cosa che conta – coronata in modo splendido, lascia poi spazio, nella scena della pazzia, a frasi brevi e quasi sospese, in cui si intravede un uomo smarrito che, forse, inizia a comprendere il proprio errore.
Non a questi livelli ma comunque interessante il tenore Bekhzod Davronov, forte di un timbro leggermente scuro ma squillante. Inizia molto bene, ma arriva un po’ appannato al secondo atto – dove raramente si sente un sestetto con stretta così dominato da soprano e baritono – per poi riprendersi nella grande aria “Fra poco a me ricovero” e nel duetto con Enrico, dove manca però un po’ di volume, soprattutto in acuto. La scena finale – quella “bell’alma innamorata”, uno dei vertici assoluti del grande Donizetti e del canto romantico in generale – presenta ancora qualche problema in acuto, ma una buona presenza scenica e un’interpretazione molto volenterosa lo aiutano non poco.
Quanto al Raimondo di Adam Palka, pur dotato di una voce di basso interessante e di qualità, non ha troppo a che vedere con lo stile del belcanto. Suoni aperti anche nel grave, fissi in acuto, mezzevoci rare ma corrette, fraseggio e atteggiamento scenico piuttosto generici fanno pensare che il suo repertorio di elezione non sia proprio questo. Bene i comprimari, in particolare l’Arturo di Hiroshi Amako, ma molto valida anche l’Alisa di Isabel Signoret; un po’ sottotono il Normanno di Carlos Osuna.
Gli applausi, già calorosi nel corso della recita, alla fine diventano vere e proprie ovazioni in piedi. 




Vienna, 19 novembre 2025

