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Roma, Teatro dell’Opera – Ein deutsches Requiem (direttore Michele Mariotti)

Serenamente meditativo, teneramente umano nello sguardo al sacro protestante come nel respiro sonoro accorato e delicatissimo a specchio costante di un’esperienza terrena al termine che prende concreta coscienza di sé al cospetto dei grandi misteri e dell’onnipotenza divina.

Quello “tedesco” di Johannes Brahms non è difatti il solito Requiem o almeno, per testi, concetti, struttura e musica, non quello canonico e terrifico della tradizione cattolica teatralmente scolpito in latino intorno al tonante giorno del Giudizio universale (che qui pure c’è, ma con diverso segno) inglobando la tanto efficace sequenza medievale del Dies irae sopravvissuta al Concilio tridentino. Così come, stando alla sublimata perfezione degli esiti messi a fuoco e a segno dal podio con salda visione analitica fra la limpida concezione strutturale-espressiva e una restituzione realmente esemplare da parte sia del Coro che dell’Orchestra dell’Opera di Roma preparati dai rispettivi maestri Ciro Visco e Michele Mariotti, quindi esibitisi a pieno organico in serata unica e applauditissima accanto alle voci dei solisti ospiti sotto la guida del direttore musicale della Fondazione lirica per la stagione di concerti al Teatro Costanzi, quel che si ascolta non è il solito, monumentale e massiccio Ein deutsches Requiem, d’impianto monolitico, di cifra teutonica distaccata e severa. Piuttosto, un grande e sincero affresco consolatorio d’impronta laica per soli, coro e orchestra, ben teso a filo unico nella studiata misura metrico-timbrica e nell’impianto armonico ad anello sul rasserenante Fa maggiore.

Un affresco dal vago sapore nostalgico e dalle sfaccettature emotive molteplici, terso nella scansione caratterizzante dei sette pannelli in cui si articola e in costante aderenza allo stile del primo Brahms. Ossia, sul fronte di tutti gli esecutori in campo, ponderato in ogni parametro e sui modelli di tradizione tedesca, Schütz e Bach in primis, ma soprattutto potenziato nella viva simbiosi fra la parola vetero e neotestamentaria liberamente assemblata dallo stesso compositore di Amburgo (a seguito della morte dell’amico Schumann) e una scrittura in pentagramma di alto calibro corale, nell’occasione al Costanzi ben dettagliata nel pulsare inesorabile del metro, nella sensibilità estrema dell’agogica, nella forza delle ampie costruzioni in contrappunto rigoroso. Ne affiora infatti, come deve, l’immagine di un’umanità attonita ma cosciente dinanzi all’ignoto, fra morte, salvezza e fede consolatoria, grazie a un quadro esecutivo miracoloso per tenuta e luce di una coralità cesellata a fior di labbra e a fior di pelle, sinceramente consapevole nella sospensione dolente così come serrata con forza e rigore massimi nel severo contrappunto delle due poderose architetture fugate.

Il lavoro tecnicamente meticoloso e di massima valenza musicale effettuato sul Coro della Fondazione capitolina dal maestro Ciro Visco – al termine, sommerso da un commosso e meritato trionfo di applausi tributato sia dal pubblico in sala che da tutti gli artisti in palcoscenico – risulta chiarissimo sin dalle prime battute dell’opera 54. La sua compagine dà infatti prova concreta e immediata nel movimento d’apertura “Abbastanza lento e con espressione” di un non comune governo di tutti i parametri in gioco, garantendo all’incipit omoritmico e in pianissimo sul Discorso della Montagna dal Vangelo secondo Matteo (Selig sind, die da Leid tragen, Beati coloro che sono nel pianto) un soffio al limite del percettibile eppur saldo fra parola e suono, lucente e intonatissimo, toccante, mirabile per quota e tenuta. Un piccolo miracolo che ha in sé, del Requiem brahmsiano, praticamente già tutto, fino a tornare in coda nell’ultimo numero per legare quella stessa percezione di trascendenza, beata e impalpabile, nel nome del Signore.

Sempre restando sul piano del Coro, perché il Requiem tedesco è opera corale innanzitutto, nel secondo e più celebre Lento, a tempo di marcia funebre (Denn alles Fleisch, es ist wie Grass, Poiché tutta la carne è come l’erba), l’organico misto incede parimenti in pianissimo, compatto e inesorabile, per dar forza e crescente peso all’arco di similitudine fra l’uomo e la sua gloria, l’erba e il fiore così come dalla prima Epistola di San Pietro unito all’invito alla pazienza contenuto di lì a breve nell’Epistola di San Giacomo, fino a culminare nella ripresa ancora in piano quindi in fortissimo, assottigliandosi subito per espandere accenti e squillo nell’ampio fugato carico di slancio e scarti espressivi. Di efficacia drammatica sono le risposte ai soli intonati dal baritono al terzo movimento mentre imponente al forte e all’acuto è la grande fuga in tempo tagliato (Der Gerechten Seelen sind in Gottes Hand, Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio), sui versi dal Libro della Sapienza, svettante in una chiusa alla breve con corona luminosa ed immensa. Il mi bemolle e la scansione ternaria conferiscono al quarto movimento, sui versi del Salmo 84 e meramente corale, un vago e stemperato andamento pastorale, qui pur sempre vivificato da un incedere ritmicamente acuminato. Assai delicata è quindi l’unione con la voce del soprano al quinto numero (presumibilmente da ricollegare alla morte della madre di Brahms), di folgorante vertigine drammatica è l’accensione improvvisa e per blocchi (Denn es wird die Posaune Schallen, und die Toten werden auferstehen unverweslich, Poiché quando squillerà la tromba e i morti risorgeranno incorrotti) al centro del sesto movimento (Denn wir haben hie keine bleibende Statt, Poiché qui non abbiamo una stabile dimora) sfociante nella grande e lucente fuga a due soggetti in do maggiore. E fino a toccare un echeggiare paradisiaco che è certezza nella pace celeste.

Cifra e dominio dello stile come dell’intera forma arrivano poi, con impronta ed evidenza assolute, a briglie tese dal podio. Il direttore musicale Michele Mariotti imprime infatti forma estatica ai delicati accenti di dolore e speranza del primo pannello, conferendo anche al successivo, cupo tempo di marcia in si bemolle minore, scandito dal battito cardiaco dei timpani (intimi, morbidi e come eterni), una tinta interiore a mezzavoce, leggermente marcata e profondamente espressiva. Dunque già indirizzata al chiarore della sezione mediana in maggiore pari all’invito dell’attesa paziente e fiduciosa nel ritorno del Signore, per poi caricare di repentine dinamiche e di pieno vigore la sezione in fugato. Ancor più viva fra la verità di accenti a sostegno del baritono solista e la gran fiamma nella sezione corale, è la bipartizione fra l’Andante moderato con baritono in re minore e l’imponente ordito fugato a tre sviluppi nella parallela tonalità maggiore, così come cinetico e dal piglio quasi danzante è l’Andante moderato (Mässig bewegt) in mi bemolle maggiore affidato al canto di momentanea gioia del coro. Dolcemente contenuto entro una dimensione quasi da camera per voce, legni e archi è a seguire il Lento in sol maggiore con soprano poi unito al coro mentre, con l’imponente sesto tassello (Andante in do minore con baritono e Fuga in la minore), si tocca il doppio vertice della costruzione brahmsiana e delle intenzioni analitico-espressive di Mariotti che, fra le otto sottosezioni sul tema della speranza nella Redenzione, articola con polso fermo e in sapiente scavo di accenti le diverse prospettive della narrazione.

Dal misurato equilibro ritmato in punta di piedi nelle battute introduttive, da cui si stacca e si loda la linea melodica del giovane primo fagotto ospite Simon Dallmeier, e attraversando i passi musicalmente ben scontornati dal baritono solista, si vira all’acme sonoro e drammatico affidato al coro con le immagini del giorno del Giudizio sui testi dell’Apocalisse: l’intera orchestra con il coro concorrono fra le impennate degli ottoni e gli sferzanti ostinati degli archi al gran fragore sul tema della Resurrezione al suono della tromba. Poi la seconda grande fuga, stavolta in chiave gioiosa e difatti in Do maggiore, a vessillo del potere del Signore. È infine nel movimento di chiusura (Selig sind die Toten, Beati i morti) che il tema altisonante e solenne (Feierlich) ribadisce l’esistenza di un orizzonte più sereno, agganciando e cogliendo nel medesimo sussurro corale la beatitudine della vita nel dolore, come intonato in apertura, e la gioia della morte nel Signore. Dunque tirando la linea del senso complessivo dell’Ein deutsches Requiem colto e restituito in stagione da Michele Mariotti, se ne comprende con estrema chiarezza la visione laica e concreta di una morte accettata semplicemente come altra faccia della vita. Dunque evento conseguente e naturale, se non addirittura migliorativo nel porre un termine alle sofferenze inevitabilmente presenti in ogni esistenza.

Solista notevolissimo per la partitura in ascolto si rivela a colpo d’orecchio il basso-baritono australiano Dertek Welton, non solo specialista del repertorio sacro dal barocco di Bach ed Händel all’epoca contemporanea, nonché rodato interprete teatrale per Wagner, Strauss, Bartók e Janáček, presenta infatti una voce ideale e in armonia perfetta con le compagini romane. Con fibra sicura e ben proiettata, dal bronzo omogeneo e naturalmente potente, dà corpo e colore al terzo pannello (Herr, lehre doch mich, Fammi conoscere, o Signore) basato sul Salmo 39, là dove si distingue con viva pregnanza lirica in alternanza all’acceso canto responsoriale del Coro. E ancora se ne riconoscono i meriti nel vivo temperamento scolpito nel penultimo movimento.
Protagonista per un solo numero (il quinto, Ihr habt nun Traurigkeit, Ora siete nella tristezza), il soprano Carolina López Moreno, di origini boliviano-albanesi ma tedesca per nascita e formazione, più che per la varietà di espressione e la plasticità nella dizione, si apprezza per il buon volume e un timbro molto morbido a luce ben viva e calda, alla Barbara Hendricks. Della sua aria tripartita costruita sul commiato di Gesù agli apostoli nell’ultima cena, narrato dal Vangelo secondo Giovanni, asseconda le ampie volute melodiche fra il centro e l’acuto, per poi affiancarsi e unirsi al Coro che a sua volta intona i versi biblici del profeta Isaia e dal Libro del Siracide.
Al termine della serata gli applausi giustamente premiano tutti, con ovazioni per i maestri Visco e Mariotti, ampie lodi per il Coro, per l’Orchestra e con tanti consensi per i solisti Welton e López Moreno.

Teatro dell’Opera – Stagione di Concerti 2024/25
Johannes Brahms
EIN DEUTSCHES REQUIEM

Direttore Michele Mariotti
Maestro del coro Ciro Visco
Soprano Carolina López Moreno
Baritono Dertek Welton
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma

Roma, 22 marzo 2025

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