Questa sera, venerdì 28 marzo, Rai Cultura propone in prima tv su Rai5 l’Evgenij Onegin di Pëtr Il’ič Čajkovskij con la regia di Mario Martone recentemente andato in scena al Teatro alla Scala. Sul podio è impegnato Timur Zangiev, che alla Scala aveva già diretto Dama di picche nel 2022. Le scenografie sono di Margherita Palli, i costumi di Ursula Patzak e le luci di Pasquale Mari. Il cast schiera nella parte del titolo Alexey Markov, mentre come Tat’jana debutta in un’opera al Piermarini Aida Garifullina. La voce di Lenskij è quella di Dmitry Korchak. Elmina Hasan è Olga e Dmitry Ulyanov è Gremin, mentre come Larina torna alla Scala Julia Gertseva. Qui riproponiamo la recensione di Giancarlo Arnaboldi.
Regia bicefala quella, contestatissima, di Mario Martone per l’Evgenij Onegin di Čajkovskij che ha debuttato mercoledì sera al Teatro alla Scala. Infatti, a un primo atto e a una scena finale molto ben costruiti si sommano incongruenze e cantonate registiche di non poco conto. Spostare l’azione dal previsto Ottocento ai giorni nostri non è certo una novità, anzi si direbbe una scelta ormai decisamente convenzionale e di scarsissima fantasia, ma potrebbe pure trattarsi di un espediente innocuo se ben gestito. Ma trasformare il duello durante il quale Onegin uccide il proprio amico del cuore, con relativo senso di colpa che gli ammorberà il resto della vita, in una roulette russa è scelta drammaturgicamente alquanto discutibile e fuorviante. In tal modo viene stravolto il senso dell’avvenimento e delle sue conseguenze: grave errore. Allo stesso modo trasformare lo sfarzoso e aristocratico ballo a Pietroburgo in un siparietto di volgari tendaggi rossi, con ombre proiettate e deformi, potrebbe andar bene per sottolineare il lato grottesco dei Racconti di Hofmann, ma non certo per un capolavoro del Romanticismo musicale. Fortunatamente, l’evocazione della campagna russa nel primo atto, con i suoi immensi campi di grano, i suoi cieli trascoloranti e mutevoli (molto ben realizzati nei video di Alessandro Papa) o la scena completamente vuota e nera del finale che fagocita e risucchia la rinunciataria Tat’jana (bellissima, in tutto quel nero, la bianchissima spalla nuda della protagonista che si dilegua nel buio) sono invece esempi di grande regia operistica. Dissentiamo quindi sulle impietose contestazioni che hanno accolto i realizzatori dell’allestimento a fine spettacolo (oltre a Martone, Margherita Palli per le scene, Ursula Patzak per i costumi, Pasquale Mari per le luci) e ci chiediamo come mai la stessa severità non sia stata riservata all’interprete di Gremin che con la sua voce rugginosa, cavernosa e dallo scarso legato ha rovinato la splendida aria del principe.
Il cast ascoltato non rimarrà certo nei ricordi imperituri degli ascoltatori come avvenne per la storica Tat’jana di Mirella Freni, era il 1986, ma si attesta su di un discreto livello complessivo. Dmitry Korchak, il più applaudito, tenta di tratteggiare un Lenskij sospeso fra malesseri esistenziali e languore amoroso. Non sempre il gioco gli riesce, a volte le mezzevoci sfociano nel falsetto, a volte inciampano nel legato, ma il personaggio appare comunque centrato nei suoi caratteri essenziali. Bel timbro e presenza scenica affascinante sfoggia Alexey Markov, un Onegin molto seducente, ma che dovrebbe curare di più dinamiche e chiaroscuri. Deludente, purtroppo, la Tat’jana di Aida Garifullina che non va oltre una generica mestizia. La voce appare piuttosto esile e povera di colori, poco consistente nel registro medio e grave. Tutto ciò che di febbrile, sovraeccitato, dovrebbe prorompere nella magnifica “scena della lettera”, stenta a decollare. La direzione d’orchestra di Timur Zangiev, inoltre, forse per non coprire la voce del soprano frena gli slanci orchestrali, disinnescando il pathos che invece dovrebbe deflagrare in simile momento. Zangiev si conferma direttore affidabile e coscienzioso, ma a fatica cercheremmo nella sua interpretazione quel tanto di folle e parossistico così peculiare nella partitura di Čajkovskij. L’orchestra suona bene, ma forse con meno splendore di quanto potrebbe fare. Il coro appare leggermente sottotono. Fra gli altri interpreti, ci sembrano meritevoli di lode l’Olga di Elmina Hasan, la Larina di Alisa Kolosova e la njanja di Julia Gertseva. 





