Chiudi

Lione, Opéra National de Lyon – La forza del destino (direttore Daniele Rustioni)

«Appropriarsi del futuro» è il tema scelto dall’Opera di Lione per il festival primaverile che, come di consueto, affianca due produzioni liriche nel teatro cittadino a uno spettacolo off. Quest’anno, a fronteggiarsi, troviamo un insolito dittico formato da La forza del destino e da 7 minuti, opera recentemente composta da Giorgio Battistelli.

L’atteso titolo verdiano (il teatro registra il tutto esaurito in ogni replica) è anche l’occasione per Daniele Rustioni di salutare il pubblico lionese, prima di partire oltreoceano con il ruolo di direttore ospite principale del Met. Quale arrivederci migliore, allora: perché la Forza è chiaramente nelle corde di un Rustioni, la cui direzione brilla per raffinatezza e cura dei dettagli. Fin dalle prime, celeberrime note dell’ouverture: quando ai secchi mi degli ottoni risponde prima la melodia di un clarinetto luminoso e poi un canto sognante degli archi. Rustioni si agita sul podio per disegnare una a una le frasi, per sottolineare accenti e articolazioni talvolta insolite, o per graduare un crescendo di rara intensità drammatica. Qualche tempo, nelle arie e negli insiemi (l’introduzione del secondo atto, per esempio), più largo di quanto si suole ascoltare dà l’idea di un tono elegiaco che attraversa l’opera: ma è una relativa calma che non diminuisce la tensione scenica. Merito anche di una orchestra dell’Opera di Lione in splendida forma che segue pedissequamente le indicazioni del suo direttore e non finisce mai a ridurre la scrittura verdiana agli zumpappà.

Dopo le primissime note dell’ouverture, il sipario si alza per mostrare una sorta di fabbrica-prigione, dove operaie tutte uguali con uno strano copricapo che le fa sembrare insetti alati (lo vedremo indosso a tutte le donne in qualche modo coinvolte nello sforzo bellico, prima tra tutte Preziosilla) sono indaffarate a confezionare, come in una catena di montaggio, proiettili d’artiglieria. Nelle intenzioni del regista Ersan Mondtag e del suo drammaturgo Till Briegleb, la messinscena vorrebbe essere una riflessione sul colonialismo e sul razzismo di cui è vittima don Alvaro, associando il marchese di Calatrava al militarismo e all’oscurantismo: in realtà la scena dell’ouverture è forse l’intervento più radicale nella rilettura dell’opera, che continua senza particolari stravolgimenti (con una sola licenza: lo scambio, nel terzo atto, del duetto di Velletri con la scena corale, con cui il «Rataplan!» diventa, in luogo di un finale, una sorta di intermezzo. Drammaturgicamente, la scelta è piuttosto innocua, e anzi permette un po’ di riposo a tenore e baritono). Per il resto, le scene concepite dallo stesso Mondtag prevedono delle costruzioni con una grafica da fumetto piene di teschi e rappresentazioni di danze macabre (il destino che manifesta tutta la sua potenza?); i costumi di Teresa Vergho, al contrario, presentano colori sgargianti e fogge talvolta grottesche, come le divise blu di don Carlo e don Alvaro versione soldati con le spalle inverosimilmente imbottite. Più che a una denuncia del colonialismo, le scene fanno pensare a una lettura piuttosto ironica del libretto, come se solo nel mondo esagerato di una graphic novel possano trovare posto le incredibili coincidenze di cui sono protagonisti i personaggi della Forza. Da questo punto di vista, lo spettacolo funziona, anche grazie all’abilità nel manovrare le masse nelle grandi scene corali.

Al suo ingresso in scena, la Leonora di rosso vestita interpretata da Hulkar Sabirova indossa, da buona figlia di Calatrava, il cappello con le ali, dialogando con un marchese (Rafał Pawnuk) freddo e scostante. La cantante uzbeka ha un timbro scuro con gravi sicuri e possenti che le danno agio nelle declamazioni e in molte frasi “di conversazione”. Già però nel registro centrale, la tendenza a gonfiare le note con un vibrato molto ampio fa perdere precisione a un canto dotato comunque di acuti prestanti. Questo rischierebbe di essere un problema quando alla fine del secondo atto arriva «La Vergine degli angeli»: ma Sabirova risolve usando abilmente il registro di testa per ottenere, con un filo di voce, un’emissione molto più precisa e trovare la necessaria grazia per invocare la Madonna.
Riccardo Massi è invece don Alvaro, che vediamo, nel primo atto, spuntare da un carrello industriale per raggiungere l’amata. Massi si presta con grande generosità a un ruolo che, a essere onesti, oltrepassa le sue forze. L’intenzione c’è tutta, come il bel fraseggio e la proiezione: ma gli acuti fin dall’inizio lo mettono in difficoltà e risentono di una certa fatica e di un timbro metallico. Non aiuta il fatto che, per migliorare il timbro, Massi finisca spesso per aprire eccessivamente le vocali, rendendo così il testo di più difficile comprensione. In realtà, indossati i panni di don Federico Herreros, i toni eroici si fanno più congeniali a Massi che sfodera così un ottimo «Testimone del vostro valor», oltre a risultare assai convincente nei due duetti con Vargas.
Il fratello di Leonora è interpretato dal mongolo Ariunbaatar Ganbaatar, che fin dalle prime note nella taverna di Hornachuelos mostra tutta la sua attitudine al ruolo, conquistando già il centro dell’attenzione con un «Son Pereda» che ne mostra tutta la doppiezza. Siamo insomma di fronte a un ottimo baritono verdiano, dalla voce piena e nobile, capace di attraversare la gamma dinamica e di usare la mezzavoce sempre in linea con un’intenzione teatrale. Il confronto con il suo connazionale più noto in Italia è naturale: Ganbaatar non può vantare la stessa precisione e uniformità lungo tutta la tessitura di Enhkbat, ma la sua recitazione convince pienamente, con un «Morir, tremenda cosa» in cui si sente tutta la tensione e i dubbi di don Carlo. Segue un’«Urna fatale» in cui si distingue l’uso dei piani e dei forti e delle messe di voce, oltre a una cadenza di gran classe, ma nella successiva cabaletta, in cui Ganbaatar mostra di non aver timore dei toni bellicosi, si registra un piccolo qui pro quo: un buco di memoria tradisce il baritono ed è Rustioni dal podio a riportare Vargas sulla retta via cantando la linea mancante! L’acuto finale di Ganbaatar, in ogni caso, fa dimenticare rapidamente l’incidente.
La Preziosilla di Maria Barakova (che, come tutti i personaggi legati al complesso militare-industriale indossa il solito cappello alato) sorprende per la prestanza vocale e scenica dimostrata tanto nel secondo quanto nel terzo atto; e nei suoi couplet fa ampio sfoggio di agilità, giocando spesso con i piani e gli staccati. Il coro dell’opera di Lione (preparato da Benedict Kearns e Guillaume Rault) assolve benissimo al suo non facile compito, sapendosi adattare con facilità e precisione ai tanti differenti ruoli che gli sono affidati. Ben riuscito è anche il Trabuco di Francesco Pittari.
Nel convento dei cappuccini, il Padre guardiano, nella sua tunica biancazzurra, ha l’aspetto di un vecchio saggio da videogioco fantasy più che da frate francescano. La profondità vocale ieratica, pur nella sua staticità, ne fa di Michele Pertusi un interprete perfetto, a cui non mancano comunque toni più paterni. Il Melitone dagli acuti poderosi di Paolo Bordogna, invece, abbandona i caratteri più comici da frate goffo per assumere quelli di un personaggio ben più oscuro. Il suo sermone è perentorio, e privo del compiaciuto sarcasmo dei giochi di parole ben trovati; nella distribuzione della zuppa sembra mostrare un disprezzo autentico, non solo dettato da una mancanza di pazienza.
È insomma in questa attenzione alla caratterizzazione dei personaggi che questa Forza lionese, grottesca e fantasmagorica, trova il suo punto di forza, mentre l’annunciata rilettura registica si mostra assai meno rivoluzionaria delle attese (ma in fondo, la musica di Verdi non esprime già la radicalità di quest’opera?). Ecco, la musica di Verdi: vera trionfatrice di questa serata portata sullo scudo dalla direzione eccellente e ispirata di Daniele Rustioni, salutato da acclamazioni trionfali di un pubblico che, siamo certi, ne sentirà la nostalgia.

Opéra National de Lyon
LA FORZA DEL DESTINO
Melodramma in quattro atti
Libretto di Francesco Maria Piave
da Don Álvaro o la fuerza del sino di Ángel de Saavedra
Musica di Giuseppe Verdi

Donna Leonora di Vargas Hulkar Sabirova
Don Alvaro Riccardo Massi
Don Carlo di Vargas Ariunbaatar Ganbaatar
Padre Guardiano Michele Pertusi
Preziosilla Maria Barakova
Fra’ Melitone Paolo Bordogna
Il Marchese di Calatrava Rafał Pawnuk
Mastro Trabuco Francesco Pittari
Curra Jenny Anne Flory
Un Alcade / Un Chirurgo Hugo Santos

Coro e orchestra dell’opera di Lione
Direttore Daniele Rustioni
Maestri del coro Benedict Kearns, Guillaume Rault
Regia e scene Ersan Mondtag
Luci Henning Streck
Costumi Teresa Vergho
Drammaturgia Till Briegleb

Lione, 22 marzo 2025

Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino