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Monaco di Baviera, Münchner Opernfestspiele 2024 – La dama di picche

Il Münchner Opernfestspiele, che ripropone nel mese di luglio gli spettacoli più nuovi della stagione appena conclusa, più qualche classico o novità, è stato sempre per gli appassionati un’occasione per vedere molti titoli in poco tempo e con alcuni dei grandi nomi della lirica contemporanea. Di solito si propongono per ogni opera due sole repliche ravvicinate, e non c’è giorno senza spettacolo (in non poche occasioni anche più d’uno). Oltre alle Nozze di Figaro di cui abbiamo già riferito (qui il link), il festival presenta quello che per molti è il capolavoro di Čajkovskij, La dama di picche, opera composta su libretto del fratello Modest ricavato dal racconto di Puškin.

Il nuovo allestimento firmato da Benedict Andrews lascia il tempo che trova. Il coro viene sistemato in tre modi: o canta in piedi passando dal fondo del palcoscenico al primo piano, o se ne sta semplicemente seduto come in una partita sportiva (la festa del atto secondo), oppure canta invisibile tra le quinte. In non poche occasioni i coristi agitano le mani insieme ai solisti. Se la scena dell’atto primo fa a pugni con il testo, nel finale il coro maschile si presenta en travesti (non mi si chieda il perché). La morte di Lisa è interessante, ma l’ambientazione assomiglia piuttosto a un quadro di Hopper; quella della Contessa avrebbe un suo interesse, ma il fatto che ci siano altre quattro controfigure della “Venere di Mosca” (che nell’ultima scena si materializza come all’inizio dell’opera e dà le carte fatali) fa sì che ogni rapporto tra Hermann e l’anziana diventi inesistente: lei muore in piedi, mentre il tenore minaccia una delle altre contesse.
I personaggi rispondono all’idea che ci siamo fatti di loro (tranne forse il Principe, che sembra piuttosto un intellettuale rivoluzionario occhialuto). Viene soppresso l’intermezzo pastorale della festa ma dimenticando di tagliare un intervento del coro che, tolto dal contesto, non ha senso. Naturalmente non siamo in caserma quando si presenta lo spettro della Contessa, ma in un bordello dove le quattro pupille sono le quattro controfigure di cui sopra. Non so se mi sfugge qualche altro elemento di rilievo, ma credo che basti per farsene un’idea.

Molto più interessante l’aspetto squisitamente musicale. Protagonista doveva essere Brandon Jovanovich che si è dato malato all’ultim’ora, ma abbiamo avuto la fortuna di trovare un sostituto più che notevole nel tenore Mikhail Pirogov: voce non particolarmente bella, ma all’altezza delle tremende difficoltà della parte. Dotato di buona estensione, emissione sicura e di un colore scuro e omogeneo, è stato molto bravo nella caratterizzazione del torturato Hermann. Applauditissimo.
Accolta con ovazioni la Lisa di Lise Davidsen, la cui voce più di una volta sembra troppo grande per la sala. Canta e recita benissimo, anche se conciata come una Lizabeth Scott dei film americani degli anni quaranta (mi pare che il personaggio sia un po’ diverso). L’ultima sua scena rappresenta l’apice vocale della serata, ma non c’è un solo momento debole o meno riuscito nella sua prestazione. Molto bene Roman Burdenko come Tomski, un ruolo che al baritono russo sta a pennello, forse più nel racconto dell’atto primo che nella canzone dell’ultimo (le facili oscenità gestuali si sarebbero potuto evitare e personaggio e musica avrebbero avuto tutto da guadagnare). Boris Pinkhasovich incappa in qualche oscillazione all’inizio della grande aria di Jelecki, ma per il resto è più coinvolto del solito. Victoria Karkacheva ha cantato nella parte di Polina meglio di quanto la ricordassi al Liceu di Barcellona. Tra i piccoli ruoli spiccavano Kevin Conners e Bálint Szabo (Cekalinskij e Surin).
Resta la Contessa di Violeta Urmana. Di solito, in questo ruolo, troviamo grandi personalità a fine carriera. Il mezzosoprano lituano si trova ancora in buone condizioni vocali, anche se non ha un registro grave strepitoso. Come attrice poi – non so quanto c’entri la regia – non è impressionante, pur avendo dalla sua un fisico imponente.

Molto bene il coro (compreso quello di voce bianche) preparato da Christoph Hel e ottima l’orchestra. La direzione del giovane Aziz Shokhakimov, salutato da ovazioni, risulta senz’altro più interessante rispetto a quella della Lucia all’Opéra Bastille di Parigi, ma in alcuni momenti troppo vivace e incline al facile effetto.

Monaco di Baviera, 15 luglio 2024

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