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Milano, Teatro alla Scala – Lo schiaccianoci

Dopo la preziosa e lieve ouverture dal sapore settecentesco, ecco i bambini che scorrazzano su e giù con i loro monopattini, una venditrice di caldarroste, un paio di marionette che appaiono dietro a qualcosa che simula un teatrino e proiettano il loro movimento meccanico sui personaggi veri del palcoscenico: ricordo dei teatri delle feste russe o specchio dei nostri comportamenti? L’idea del movimento meccanico attraversa tutto il primo atto aperto dalla inquietante presenza dal misterioso personaggio dall’occhio bendato, Drosselmeyer.

Anche quest’anno, torna ovunque Lo schiaccianoci, il balletto con cui ciascuno celebra, a suo modo, il Natale. E il nostro modo si chiama Rudolf Nureyev che rende ancor più irresistibile il balletto di maggior fascino del repertorio classico. Rudy che abbiamo visto indimenticabile tanto nel ruolo del principe che in quello del suo alter ego. La stagione Ballo della Scala non poteva partire in modo più glorioso che con questa versione (Teatro Reale di Stoccolma’68 e Scala ’69) dove ogni istante propone differenti significati. Con il titolo (Pietroburgo, Mariinskij, 1892), il più accattivante, torniamo alla gloriosa stagione ciaikovskiana. Ancora una volta Nureyev compie una rivisitazione in chiave psicoanalitica, lettura autorizzata anche dalla fonte letteraria di Hoffmann, figura significativa del movimento romantico, portato al noir e a psicologismi che non mancheranno di interessare lo stesso Freud. E anche dai tormenti dello stesso Čajkovskij. Nel suo Schiaccianoci l’esule Rudy riversa a piene mani l’affettività negata. La madre lontana, la famiglia che non c’è, la patria perduta, il rimpianto di quell’infanzia povera e sognante che lo vede vendere monetine di rame, bottiglie vuote e giornali ingialliti mentre lontano sferraglia il treno della sua vita. Quello che passa una volta sola. Lo porterà al Kirov e da lì al mito. Così se il racconto vero e proprio è incentrato sulla figura della piccola Clara della quale il dettato coreografico accenna con sottile evidenza i giorni difficili del passaggio dall’infanzia all’adolescenza, il Nureyev più commovente è quello che descrive il Natale di una ricca casa borghese (che non è certo la sua, ma lui ama i contrasti). Quanta nostalgia nel salone addobbato, nell’entrata degli ospiti sul motivo popolare tedesco della “danza dei saluti”, nell’enorme albero illuminato, nei doni, nei girotondi, nella festa che coinvolge nonni e genitori. E quanta inquietudine sui sogni futuri che infatti si traducono in malinconia nel finale, quando il misterioso Drosselmeyer esce solo e senza meta, avvolto nel mantello del Wanderer e nel turbinio della neve che forse arriva da laggiù, dalla steppa da dove arriva anche lui. Nureyev accentua appunto il contrasto: strada popolare a abitazione fieramente borghese, incubi di Clara e scoperta dell’amore. I contrasti della vita, quelli che ti isolano. Con la tenerezza del ricordo Rudy colora paure e felicità di Clara con galoppi di ussari al galoppo che paiono usciti da un libro di fiabe inglesi, gioiose gavotte e paurosi pipistrelli, cavallucci che dondolano e insidiosi toponi. Gli viene incontro la musica, con il suo lieve tessuto melodico e timbrico. Un momento di riposo del compositore tra le fatiche sinfoniche e gli affanni personali con una partitura lieve e mille volte rielaborata sempre oscillando tra passato e presente.

Schiaccianoci, una rilettura di intensa poesia. Criptica per contenuti e inarrivabile per tecnica, quella d’école resa ancora più complessa dall’ossessione amorosa del Nostro per quel linguaggio tanto suo da volerlo rendere ancora più complesso con mille ineseguibili varianti. Nel secondo atto catturano i pas de deux di Clara-donna e dello Schiaccianoci-principe. Ma anche il divertissement che propone danze spagnole, arabe, cinesi, russe, affrontate con bella proprietà stilistica. Protagonisti i vari ranghi del Ballo scaligero che si accostano ai bambini dell’Accademia. Una lode a parte il coretto a voci chiuse e l’incantata danza sotto la neve dei Fiocchi di neve. Lo Schiaccianoci del Nostro non ha attimi di cedimento. È affrontato, per una volta, in modo egregio dall’ottimo direttore moscovita Valery Ovsyanikov che asseconda la nostalghia di Rudy, esule senza casa, senza patria, senza famiglia, senza tenerezza che non bastano a compensare l’amore per la danza e il bello né il clamoroso successo personale.

Non ci sono parole per dire l’eccellenza di tutti gli interpreti, a iniziare dalla ferrea ma eterea Alice Mariani, Clara di densa espressività accompagnata dall’ospite Hugo Marchand, stella dell’Opéra di Parigi, bello e bravo ma senza eccellenza. Perfetta la schiera di personaggi di Teatro e Accademia in un lavoro di grande complessità tecnica.
Come sempre un po’ cupe le scene di originali di Nicholas Georgiadis caro a Rudy. Tuttavia riscattate dai bellissimi costumi.
Tutto esaurito, trionfo e ovazioni a scena aperta e chiusa. Da non pedere. Repliche, fino al 12 gennaio.

Milano, 18 dicembre 2024

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