Al Gran Teatre del Liceu l’anno di Puccini si è concluso con la ripresa di Madama Butterfly nell’allestimento di Moshe Leiser e Patrice Caurier, con scene del fu Christian Fenouillat e costumi di Agostino Cavalca (più le luci di Christophe Forey). Uno spettacolo già visto diverse volte, tenuto a battesimo dall’ultima grande interprete del ruolo al Liceu, Fiorenza Cedolins. Strano che un teatro che non si stanca di realizzare nuove inutili produzioni, riproponga di fila tre allestimenti d’annata come questo, la recente Forza e la prossima Traviata.
Ancora una volta abbiamo avuto tre cast diversi per i ruoli principali. Qui riferiamo del terzo, che forse era il meno allineato allo star system ma in compenso aveva una protagonista che per mezzi vocali e scenici era la più adatta al complesso personaggio della geisha. Per la prima volta Ailyn Pérez mi ha convinto appieno in un ruolo del grande repertorio. I suoi punti di forza sono una voce da lirico non enorme ma bene proiettata, tecnicamente a posto, un bel colore soprattutto al centro e negli acuti, bei suoni filati (uno per tutti il difficilissimo finale della Ninna nanna nell’atto terzo) e anche la capacità di affrontare con successo i momenti più drammatici quali “Che tua madre” – molto commovente – o “Tu, tu piccolo Iddio”, per non parlare dell’esplosione di Cio-Cio-San quando arriva la nave di quel diavolo d’un Pinkerton. L’unica ovazione durante lo spettacolo è stata naturalmente per lei, dopo “Un bel dì vedremo” di cui ha offerto una versione davvero buona. Anche l’aspetto attoriale risultava azzeccato con movimenti delicati ma decisi (la famosa “farfalla” di questo allestimento spoglio nelle scene, ma con costumi e luci pregevoli, veniva resa ottimamente).
Peccato che alcuni momenti abbiano risentito dalla direzione ipervulcanica di Paolo Bortolameolli che, con un’orchestra in buona forma, non risparmiava nessuno e già nell’introduzione sembrava stesse dirigendo qualche titolo di Wagner piuttosto che Puccini. Per fortuna il Maestro ha saputo poi come regolarsi, ma il rischio della pesantezza era sempre in agguato (non parliamo del povero Bonzo del pur corretto David Lagares).
Celso Albelo, vuoi per questo motivo, vuoi per il modo di accostarsi a ruoli per lui nuovi, cantava con bel timbro ma parecchio forte. Certo, considerato che tra le parti per tenore pucciniane questa è particolarmente infelice visto il tipo di personaggio, non è che si possa fare molto sotto il profilo intrerpretativo.
Molto bene, al netto di qualche tensione in un paio di momenti in zona acuta, il console di Gerardo Bullón. Non al meglio della forma ma molto partecipe la Suzuki di Gemma Coma-Alabert, e molto interessante la Kate Pinkerton di Montserrat Seró. Buono anche lo Yamadori di Carlos Cosìas e invece discreto Juan Noval-Moro nei panni di Goro.
Il coro preparato come al solito da Pablo Assante si faceva valere nello straordinario Coro a bocca chiusa. Simpaticissimo il bambino che interpretava Dolore (ma la soluzione del gioco durante il suicidio di Butterfly sarebbe stata forse più credibile nel Wozzeck).
Molto pubblico e molti applausi alla fine dello spettacolo. 




Barcellona, 11 dicembre 2024

