Vengono catapultati sulla scena, scaraventati fuori dalla prigione, incatenati, oppressi. In una frazione di secondo, Giovanni Di Stefano, sul podio, posa temporaneamente la bacchetta: rivolto ai prigionieri ebrei, dirige «Va’, pensiero» trattenendo il suono, asciugandolo, contenendolo. Non è un inno, come qualcuno un tempo pretendeva, ma una preghiera sommessa, sussurrata, a fior di labbro, un «cantabile» in cui cantano «tutti sotto voce», come voleva Verdi: una carezza. E anche quando irrompe il fortissimo («Arpa d’ôr dei fatidici vati»), è appena un conato di rivolta, un risollevare la testa prima di abbandonarsi nuovamente a un destino superiore, alla capacità di infondere «virtù» a un «patire» che sembra senza fine, prolungato dalla corona che suggella uno dei momenti più alti della storia del melodramma.
Dapprima timido, quasi a non voler disturbare l’atmosfera d’incanto e di raccoglimento che si è diffusa nel piazzale di Villa Margherita a Trapani, poi l’applauso diventa forte, convinto, spavaldo, punteggiato di richieste di bis. Non è stato solo il momento più atteso di Nabucco di Giuseppe Verdi: il pubblico che ha assistito alla trionfale inaugurazione della 78a edizione del Luglio Musicale Trapanese, la più longeva stagione lirica estiva siciliana, si è idealmente raccolto intorno al palcoscenico, in uno dei rari momenti in cui – potenza dell’afflato verdiano – l’uditorio si fa assemblea, momento di riflessione e di incontro. Comunità, in una parola.
Era forse questo il senso che Walter Roccaro, direttore artistico del ricco cartellone, intendeva promuovere trovando un titolo, “Verbi d’amore”, che a ciascuna opera associa un termine, un verbum carico di significato: coralità, per il capolavoro verdiano. E proprio il Coro, preparato con la consueta, certosina dedizione da Fabio Modica, è stato il vero protagonista dello spettacolo: pronto a trascorrere dall’ira alla rassegnazione degli Ebrei, dal trionfo al pentimento degli Assiri. Due popoli in uno, quello di una compagine capace di dar vita alle ragioni dei vincitori come a quelle dei vinti, alla brillantezza sonora delle più travolgenti scene d’insieme come, appunto, al dolore della schiavitù. Non è un caso se, infine, Verdi raccoglie tutto e tutti in un settimino con coro che – a eccezione di Abigaille, che pure sarà presto pentita e redenta – suggella la partitura con un inno all’unisono, senza distinzioni, senza separazioni, nel segno di un’unità ritrovata e degnamente celebrata.
Nabucco, dunque, ha inaugurato l’estate trapanese con grande concorso di pubblico, in un nuovo allestimento coprodotto con l’Opera Giocosa di Savona, dove lo spettacolo ha debuttato un paio di settimane or sono, e con il Teatro Politeama di Lecce. Al debutto, alla Fortezza del Priamar, la produzione è già stata recensita su queste colonne da Alessandro Mormile (qui il link): sicché tutto è stato già detto, e nel modo migliore. Basteranno dunque poche note di cronaca per approfondire il merito dell’iniziativa, oltre ad alcune notazioni su una distribuzione in minima parte modificata.
Tutto scaturisce, come si è accennato, dalla direzione di Giovanni Di Stefano, mente, anima e cuore dell’Opera Giocosa di Savona. A capo di una compagine che fa i conti con la calura e l’umidità e la serata, non solo riesce a far sì che vengano valorizzati i dettagli della strumentazione – così preziosi, pure in una partitura apparentemente così irruente; ma, domando ogni esuberanza di carattere pompier, riesce a trasmettere un’idea interpretativa forte: quella del dramma dei vinti, sullo sfondo dell’esultanza dei vincitori, e soprattutto di un dramma che si fa preghiera. È un Nabucco mai ridondante, eccessivo, impetuoso, bensì attraversato da un’intima commozione, dal ricorso continuo a quel «sotto voce» che ne costituisce la cifra unitaria, fino alla preghiera finale di Abigaille, il cui sacrificio infine la assimila al resto dell’umanità redenta.
Da Savona arrivava anche il terzetto dei protagonisti, capitanato da Ankhbayar Enkhbold. Il baritono appartiene ormai a quella che può essere considerata, a buon diritto, come la scuola mongola, da cui provengono alcune delle voci di punta della corda. Anche nel suo caso, se non una potenza ancora da acquisire, si apprezza la cura del fraseggio – non una sillaba sfugge a una limpida comprensione del testo – come la morbidezza di un’emissione omogenea lungo tutto il registro. Ha una presenza monolitica, nella prima parte del dramma, ma che progressivamente si anima, cogliendo tanto le manie di grandezza quanto l’improvviso disorientamento causato dalla punizione divina: molto interessante è la conclusione di un delirio dal piglio rossiniano («Chi mi toglie il regio scettro?…») in un’ansa melodica («Ah! perché, perché sul ciglio | una lagrima spuntò?») che l’artista asiatico affronta con vellutato carisma.
Lo affianca, ed efficacemente lo contrasta, l’Abigaille di Caterina Meldolesi, che se saprà amministrare con giudizio uno strumento di considerevole interesse, si candida a essere una valida interprete del repertorio drammatico d’agilità. È una prova di pregio, la sua, perché volutamente non punta tutto sulla lama, sulla protervia dell’aspirante regina assira, ma si concede delle oasi liriche («Anch’io dischiuso un giorno») in cui mette a fuoco una ricca paletta di colori. Ne scaturisce una visione prismatica del personaggio, che – come tradizione ottocentesca vuole – a malincuore rinuncia all’amore per la conquista del potere.
Giovanni Battista Parodi è Zaccaria: non più allo zenit delle sue possibilità vocali, ma proprio per questo capace di puntare sull’autorevole presenza scenica come su una conoscenza del repertorio, che gli consente di scandagliare un fraseggio forbito, attento alla ‘parola scenica’ verdiana, sin dall’Introduzione, in cui brilla l’empito di «Come notte a sol fulgente».
Nei ruoli di fianco merita una menzione speciale l’ottima Fenena di Angela Schisano, timbro avvolgente da autentico mezzosoprano di nobile caratura; Blagoj Nacoski veste i panni di un atletico Ismaele, attento a calibrare l’espressività della linea di canto; spicca Ikumi Nakagawa come Anna, pronta a emergere con slancio nell’impegno dei concertati; mentre Mariano Orozco è un Sacerdote di Belo cinico e calcolatore, ormai irrinunciabile punto di riferimento nelle produzioni trapanesi; e Gianluca Moro incarna un comprensivo, affidabile Abdallo.
Al posto dello sfondo roccioso della Fortezza del Priamar, lo spettacolo firmato da Renato Bonajuto viene adesso incorniciato dai rigogliosi ficus del giardino pubblico trapanese, una vegetazione lussureggiante all’interno della quale ben si inserisce il progetto scenico impaginato da Lorenzo Trucco: un insieme di elementi modulari in ferro che definiscono l’imponenza, ma al tempo stesso la labilità dei palazzi del potere. Così, il tempio di Gerusalemme e la reggia di Babilonia sono meri scheletri mobili, che si scolpiscono nella memoria grazie ai suggestivi giochi di luci e all’intreccio di proiezioni, ma che si smontano e rimontano secondo logiche apparentemente casuali, in realtà frutto di proterve logiche umane. Un cavallo bronzeo, su cui Nabucco fa il suo trionfale ingresso, e un trono, posto in cima a una scala, sono gli unici accessori cui fa riferimento una narrazione agile ed efficace, priva di orpelli e di effetti speciali ma al tempo stesso abilissima nel puntare sullo sfarzo dei costumi di Artemio Cabassi, sontuosi per i due protagonisti, fasciati d’oro e di porpora. Nel tempo senza tempo di una storia che inesorabilmente si ripete, Nabucco diventa così una sorta di apologo dell’ambizione umana, nel desiderio di confronto con il divino, ma anche del calvario cui è destinata l’umanità, vittima della violenza: un monito per evocare la ricerca della dignità e della libertà dei popoli, mai così tragicamente attuale. 




Teatro “Giuseppe Di Stefano” – 78° Luglio Musicale Trapanese
NABUCCO
Dramma lirico in quattro parti
Libretto di Temistocle Solera
Musica di Giuseppe Verdi
Nabucco Ankhbayar Enkhbold
Ismaele Blagoj Nacoski
Zaccaria Giovanni Battista Parodi
Abigaille Caterina Meldolesi
Fenena Angela Schisano
Il Gran sacerdote di Belo Mariano Orozco
Abdallo Gianluca Moro
Anna Ikumi Nakagawa
Orchestra e Coro del Luglio Musicale Trapanese
Classic Ballet School
Direttore Giovanni Di Stefano
Maestro del coro Fabio Modica
Regia Renato Bonajuto
Scene Lorenzo Trucco
Costumi Artemio Cabassi
Coreografie Giorgia Alestra, Fabio Hasani
Nuovo allestimento in coproduzione con Opera Giocosa di Savona
e Teatro Politeama di Lecce
Trapani, 12 luglio 2026

