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Parigi, Opéra Bastille – Nixon in China

L’enorme significato storico della détente sino-statunitense del 1972 è forse ancora più chiaro adesso che nel 1987, quando John Adams portò sulle scene il suo Nixon in China. Ed è quindi lodevole che l’Opéra national de Paris abbia deciso di includerla, nel 2023, nel suo repertorio, e di riprenderla quest’anno (con un cast quasi interamente sovrapponibile), andando così a formare un dittico con un altro grande titolo del minimalismo – Satyagraha di Philip Glass – dedicato all’ascesa dell’altra grande potenza post-coloniale del nostro mondo: l’India. Si tratta però di un’occasione in gran parte sprecata: la regia di Valentina Carrasco, bloccata dietro le lenti giudicanti di certo occidentalismo liberal, sembra faticare ad abbracciare la cifra introspettiva e malinconica del lavoro di Adams.

Ed è un peccato, perché la messa in scena a cura di Carles Berga e Peter Van Praet sarebbe prodiga di idee riuscite, tanto sul piano visivo che su quello allegorico, a partire dalla contrapposizione tra il dragone rosso cinese e la grande aquila di metallo – a un tempo aereo presidenziale e simbolo degli Stati Uniti d’America – che volteggia sul palco. Tra i momenti più felici figura il dialogo tra Pat Nixon e il dragone (due macchie rosse sullo sfondo verde della foresta) diventato già il simbolo della produzione. Forse un po’ abusato il costante richiamo alla diplomazia del ping-pong, che comunque funziona e dona una certa unitarietà alla mise en scène.

Accanto a questo lato giocoso e onirico, pienamente in linea con lo spirito del libretto di Alice Goodman, affiora però sovente un indigesto afflato catechistico à la Don Camillo: la partita a ping-pong che qui chiude il primo atto è truccata per far vincere Mao; i libri nella sua biblioteca sono cartonati perché nelle segrete il Partito brucia quelli veri, mentre un violinista viene torturato. Questo particolare ci verrà poi spiegato attraverso l’innesto, tra il secondo e il terzo atto, di un lunghissimo estratto video sulla repressione dei musicisti durante la Rivoluzione Culturale (ben dieci minuti!), tratto del documentario del 1979 From Mao to Mozart: Isaac Stern in China. Non aiuta a correggere il tiro il parallelismo finale, aggiunto in questa ripresa, tra i recenti fatti di Minneapolis e quelli di Piazza Tienanmen: più un tardivo tentativo di cerchiobottismo, se non di autocompiacimento liberal, che un’autocritica. Una vera e propria violenza, quindi, non solo allo spirito dell’opera, ma anche al suo impianto drammaturgico. Tic, paranoie da operetta e riflessi pavloviani da Guerra Fredda si dimostrano più vivi oggi che all’epoca della composizione dell’opera, quarant’anni fa (con buona pace della “fine della Storia”). E la nostra intellighenzia, così attenta a decolonizzare un passato lontano quando si tratta di mettere in scena Aida o Lakmé, non si fa alcun scrupolo a ricolonizzare un passato ben più prossimo.

Sembra invece reggere meglio alla prova del tempo il cast che, come già tre anni fa, mostra un ottimo livello vocale e interpretativo. A partire dall’inossidabile Renée Fleming, che aveva debuttato come Pat Nixon nella produzione del 2023 all’età di sessantaquattro anni, e che ritorna qui a vestire i panni della First Lady. Se è vero che il ruolo non prevede grande estensione o salti d’ottava, la tenuta vocale nella sua grande scena e aria è impeccabile, e nei filati troviamo gli echi di una tecnica forgiata da una lunga frequentazione mozartiana.
Altra voce di lunghissimo corso è Thomas Hampson (Richard Nixon) e in questo caso è innegabile un certo affaticamento nella salita all’acuto. Se quindi vocalmente siamo lontani dai fasti di un tempo, una certa ruvidità nella resa – assieme all’indiscusso dominio della parola scenica – non guasta, contribuendo a creare l’immagine di un Nixon non più giovane e pieno di dubbi.
Unica novità rispetto 2023, Caroline Wettergreen (Chiang Ch’ing) affronta l’ingratissma “I am the wife of Mao Tse-tung”: se la voce non è enorme (e l’orchestra, in questo caso, non l’aiuta), la precisione e la pulizia ne fanno un’esibizione comunque interessante. Al netto di qualche leggero affaticamento, il Mao di John Matthew Myers si distingue per il timbro chiaro e cristallino, mentre la voce tenebrosa di Joshua Bloom, tratteggia un Kissinger quasi mefistofelico, di grande effetto. L’opera si chiude con il bel monologo di Chou En-lai, dove Xiaomeng Zhang sfoggia tutti i colori della sua ricca tavolozza timbrica.

La bacchetta di Kent Nagano è decisamente nel suo elemento: ne emerge una lettura raffinata e vibrante, attenta a mettere in risalto il citazionismo di Adams, e che dà il meglio di sé nelle grandi scene corali, in cui l’imponente coro dell’Opéra, diretto come al solito egregiamente da Alessandro Di Stefano, riesce a dialogare alla pari con l’orchestra. Più complesso il bilanciamento dei volumi orchestrali coi solisti, che sembrano spesso in difficoltà, complici forse il nutrito organico e gli spazi ampi della sala della Bastille.
Lo spettacolo incontra un caldo successo, in particolare per Renée Fleming e Kent Nagano – che si presenta a sorpresa sul proscenio uscendo dal dragone rosso. Pur condividendo parzialmente questo giudizio positivo, rimane il dubbio di aver assistito a una versione un po’ meno kitsch degli sponsorizzatissimi spettacoli di propaganda Shen Yun organizzati dal Falun Gong.

Opéra Bastille – Stagione 2025/26
NIXON IN CHINA
Opera in tre atti
Libretto di Alice Goodman
Musica di John Adams

Richard Nixon Thomas Hampson
Pat Nixon Renée Fleming
Chou En-lai Xiaomeng Zhang
Henry Kissinger Joshua Bloom
Mao Tse-tung John Matthew Myers
Chiang Ch’ing (Madame Mao) Caroline Wettergreen
Nancy T’ang, prima segretaria di Mao Aebh Kelly
Seconda segretaria di Mao Ning Liang
Terza segretaria di Mao Emanuela Pascu

Orchestra dell’Opéra national de Paris
Direttore Kent Nagano
Maestro del coro Alessandro Di Stefano
Regia Valentina Carrasco
Scene Carles Berga, Peter Van Praet
Costumi Silvia Aymonino
Luci Peter Van Praet
Creazione sonora Mark Grey

Parigi, 24 febbraio 2026

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