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Nizza, Teatro dell’Opera – Don Pasquale

L’Opéra di Nizza, sotto l’attuale direzione di Bertrand Rossi, azzarda programmazioni stimolanti, talvolta anche coraggiose, ma mai banali. Prova ne sia il cartellone attualmente in corso, che dopo l’inaugurazione nel segno di Philip Glass con l’opera Satyagraha, ispirata alla vita di Gandhi (il teatro di Nizza aveva già dedicato una passata apertura di stagione a Glass proponendo un altro suo titolo di riferimento operistico, Akhnaten) e un autunno dedicato all’operetta e alla commedia musicale di Broadway, ha aperto il nuovo anno con La clemenza di Tito di Mozart fino ad arrivare all’attuale allestimento di Don Pasquale di Donizetti, messo in scena da Tim Sheader, regista teatrale britannico che è approdato all’opera dopo un percorso nell’ambito del teatro shakespeariano e del musical.

L’idea che prende forma da questo spettacolo, in coproduzione con l’Opéra National de Lorraine, risente di una tinta assai amara e cinica letta dietro la fonte d’ispirazione stessa dichiarata dal regista: la serie televisiva Succession. Chi sarà il fortunato a ereditare il patrimonio della azienda di Don Pasquale? Quali i giochi messi in essere, ambiziosi e senza tanti scrupoli, per mettere le mani sul malloppo dell’imprenditore facoltosissimo, anziano ma con tanta voglia di apparire eternamente giovane? Tutti ruotano attorno a questo padrone, la cui compagnia fa super profitti e porta il nome di Don Pasquale stesso, impresso sulla facciata a caratteri cubitali. I suoi dipendenti, seduti ai tavoli di computer, concentrati sul lavoro, non meno che la nutrita squadra di manutenzione che tiene tutto pulito, appaiono ai lati di una scena che, dopo aver mostrato il palazzo degli uffici, ruota su se stessa svelando l’interno della casa del protagonista, con boiserie in legno bianco finemente decorato, preziosi mobili d’antiquariato intarsiati e teche di cristallo che conservano cimeli preziosi: una statuetta di una divinità egizia, un vaso cinese e un antico libro intarsiato. Don Pasquale si aggira per casa in tuta e si allena per tenersi quanto più possibile in forma con l’aiuto di un personal trainer. La sua scelta è chiara: vuole ammogliarsi e diseredare il nipote perdigiorno, sfaccendato e senza tante ambizioni, che entra in scena in monopattino con chitarra a tracolla e si atteggia ad annoiato nullafacente. Il Dottor Malatesta, braccio destro di Don Pasquale, invidioso della fortuna del proprio padrone, assolda una delle tante lavoranti alla pulizia dell’impresa e la convince a spacciarsi per sua sorella proponendola in sposa al padrone per poi truffarlo e assistere compiacente alla dissoluzione del patriarca. L’opera non è proprio così, perché Malatesta agisce, pur con metodi manipolatori, a fin di bene per il fido amico Ernesto, innamorato di Norina, e mette in moto il piano per coronare il sogno d’amore fra i due giovani, mentre nello spettacolo di Sheader Norina fa il doppio gioco, amoreggia addirittura con Malatesta e si attiene al progetto che la porterà ad unirsi ad Ernesto, forse non per amore ma per usarlo ottenendo lei stessa ricchezza e potere, portando avanti con freddo distacco l’impudente scalata all’ottenimento dei propri voleri. Il terzo atto, all’interno dell’abitazione di Don Pasquale, viene trasformato da Norina in una sala addobbata da decorazioni natalizie, con al centro un grande albero e un trenino che trasporta i regali che si è comprata a suon di capricci. La servitù, mentre borbotta e fa commenti sull’accaduto, è vestita come buffe maschere elfiche complici di questo gioco perverso che si ingigantisce (come attestano i colorati pupazzi gonfiabili dell’ultimo quadro) fino a rendere tutti responsabili del loro personale tornaconto, ben lontano dalla morale conclusiva dell’opera. Tanto che Don Pasquale, resosi conto di essere stato gabbato, mastica amaramente la sconfitta e non riesce a metabolizzare la lezione subita. Si convince ad affidare Norina al cuore del nipote non senza averlo prima additato con un bel gesto dell’ombrello, quasi non volesse arrendersi all’evidenza dei fatti. Perché il racconto, sovraccaricato di cinismo, rende improbabile l’insegnamento stesso conclusivo (“La moral di tutto questo è assai facil trovar…Ben è scemo di cervello chi s’ammoglia in vecchia età”) e la rassegnazione stessa del protagonista in un finale che della commedia a lieto fine ha ben poco.
Non c’è ravvedimento, ma solo perverso meccanismo ambizioso nel modo con il quale, in maniera pur registicamente coerente, il regista sviluppa uno spettacolo che, anche sul piano visivo, grazie alle scene di Leslie Travers e ai costumi di Jean-Jacques Delmotte, dai colori squillanti, appare comunque dinamico e avvincente, a suo modo scoppiettante e divertente.

Il meglio di questo Don Pasquale all’Opéra di Nizza viene però dalla parte musicale, che entra da subito a gamba tesa nello spirito giusto dell’opera grazie all’ottima direzione di Giuliano Carella, ritmicamente lucida, a tratti mordente, capace anche di oasi di lirismo limpido, pronta a illanguidirsi accompagnando il quartetto “È rimasto là, impietrato” con respiro soffice, levigato e carezzevole. Un mix di freschezza e abbandono patetico che l’Orchestre Philharmonique de Nice, così come il Coro stesso dell’Opéra, ben preparato da Giulio Magnanini e pronto a mettersi in luce nel suo intervento del terzo atto, assecondano confermando in Carella bacchetta sensibile al segno stilistico della tradizione italiana, forte di quella attenzione alla vivace teatralità, all’equilibrio e alla cura nel rapporto fra le sonorità dell’orchestra e le esigenze del palcoscenico.

Il cast è davvero ottimo, a partire dal protagonista, Federico Longhi, che ha più volte interpretato sulle scene la parte di Don Pasquale e si trova a riproporla oggi, in questa particolare versione registica, divertendosi un mondo, senza mai calcare la mano della comicità, nel segno della misura, dell’ironico e amaro disincanto e del controllo assoluto di un fraseggio che dona gli accenti espressivi giusti a un canto animato nella conversazione da inflessioni che si susseguono a mosaico di coloriti salaci e arguti. La voce è ben proiettata, ma è soprattutto il marchio dell’artista di razza a venir fuori nel momento clou dell’opera, quando veste di affranto e piangente patetismo ogni parola, rinchiudendosi in se stesso quasi distillando a suon di note l’afflizione conseguente al mondo crollatogli addosso dopo l’affronto dello schiaffo subito da Norina, con quel “È finita, Don Pasquale” che desta sempre compassione in mezzo all’incessante scorrere dell’incedere comico, dettandone una improvvisa battuta d’arresto riflessiva che lascia il segno, soprattutto quando a ottenere tutto questo è un interprete tanto ispirato, seppur calato in uno spettacolo che sembra, all’opposto, negarsi alle pieghe patetiche del caso.
Non gli è da meno il giovane baritono russo Mikhail Timoshenko, che possiede voce preziosa e di bel timbro, morbida, rotonda ed elegante nel legato di “Bella siccome un angelo”, avvalendosi anche di una presenza scenica aitante e di una calcolata astuzia nel donare al Dottor Malatesta una immagine inedita, sprezzante e falsamente calcolatrice, subdola anziché bonaria.
Il soprano di origini etiopi Mariam Battistelli, con la sua voce dai centri sempre freschi e luminosissimi, oltre che assai sonori, appare una Norina vocalmente ideale per la parte. E anche quando in qualche estremo acuto, che la Battistelli emette senza risparmiarsi, non colpisce sempre nel segno irrigidendo i suoni, il personaggio, sostenuto da una fascinosissima e brillante presenza scenica, la rende una pedina vincente del cast.
Al giovane e talentuoso tenore Paolo Nevi, che è Ernesto, gioverebbe un controllo più accurato dell’emissione, evitando di spingere certi suoni in acuto forzandoli oltre il dovuto. E dire che in qualche isolato momento sa essere anche elegante quando trova l’oasi della mezza voce, ma la tessitura assai acuta della parte lo mette a dura prova con risultati ancora interlocutori e perfettibili, ma certo interessanti.
Completa il cast un inedito finto Notaio in vesti femminili, interpretato da Sandra Mirkovic, solista del Coro dell’Opéra di Nizza.
Teatro esauritissimo e grande successo per tutti.

Opéra di Nizza – Stagione 2025/26
DON PASQUALE
Opera buffa in tre atti
Libretto di Giovanni Ruffini
Musica di Gaetano Donizetti

Don Pasquale Federico Longhi
Norina Mariam Battistelli
Ernesto Paolo Nevi
Il dottor Malatesta Mikhail Timoshenko
Il notaio Sandra Mirkovic

Orchestre Philharmonique de Nice
Coro dell’Opéra de Nice
Direttore Giuliano Carella
Maestro del coro Giulio Magnanini

Regia Tim Sheader
ripresa da Louise Brun
Scene Leslie Travers
Costumi Jean-Jacques Delmotte
Luci Howard Hudson

Nizza, 11 marzo 2026

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