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Milano, Teatro alla Scala – Gala Fracci 2026

Il tempo passa veloce, ma sulla facciata della grande Scala dalla mille anime e dai mille protagonisti i nomi che restano sempre impressi sono quelli di Claudio Abbado e di Carla Fracci. Carla è volata via cinque anni fa, e tuttavia il popolo della danza la conserva negli occhi e nel cuore come se non se ne fossa mai andata.

Ecco dunque il Gala Fracci 2026, giunto alla quinta edizione. Tutti in scena: gli “spinzitt”, i ragazzi del Dipartimento danza dell’Accademia, solisti, primi ballerini, corpo di ballo ed étoile della compagnia. Propongono un Défilé sulle note della Marcia del secondo atto del Tannhäuser, organizzato con disciplina e gusto dal direttore della Scuola e del Corpo di ballo, Frédéric Olivieri. Non mancano alcuni ospiti fra cui, la sera del 31 gennaio, Jacopo Tissi. Lo spettacolo, sostanzialmente costituito da una serie di pas de deux appartenenti al repertorio di Carla Fracci, è introdotto da una serie di immagini di lei che si chiudono su una sua espressione assorta.

L’étoile Nicoletta Manni, in coppia con Timofej Andrijashenko – partner abituale e compagno di vita – disegna con eleganza il celebre passo a due del primo atto di Onegin (Stolze). Il passo a due del Corsaro è affidato a Martina Arduino e Mattia Semperboni. Seguono Francesca da Rimini di Pistoni (protagonisti Vittoria Valerio, Nicola Del Freo e Gabriele Corrado), La bella addormentata (Nureyev) con la coppia Alice Mariani-Jacopo Tissi, e il pas de deux della Giselle moderna di Akram Khan interpretato da Camilla Cerulli e Marco Agostino.

Il grand pas de deux del Don Chisciotte incanta per la tecnica superba di Maria Celeste Losa, forse il vertice della serata, replicata il 3 febbraio con un cast diverso. In questa prima recita Jacopo Tissi – ballerino formatosi alla Scala in epoca Makhar Vaziev, poi primo straniero del Bol’šoj, lasciato all’inizio dell’invasione dell’Ucraina e ora al Dutch National Ballet – appare un po’ appannato. Il danzatore Navrin Turnbull, promosso sul campo durante le recenti recite della Bella addormentata, è andato invece in scena il 3 febbraio.

Poi Boléro, eterna nota dolente. Maurice Béjart aveva dedicato quel motivo di Ravel reiterato in crescendo e probabilmente ascoltato in una kasbah, a Jorge Donn. Indimenticabile. In seguito, dopo un incontro scaligero casuale, aveva affidato il ruolo a Luciana Savignano. La stella dalla fisicità aguzza, impenetrabile e unica che aveva aumentato ulteriormente l’ossessività di quelle note diventando inimitabile.

Oggi Savignano è in platea e sul grande tavolo rosso, attorniato da immoti danzatori che poi non potranno sottrarsi al richiamo, sale il mito dei miti Roberto Bolle. Roberto, da sempre emblema di bellezza ed eccellenza tecnica, è da tempo assai migliorato anche dal punto di vista interpretativo, oltre a essere promotore di preziose iniziative. Tuttavia, protagonista di questi 16 minuti in crescendo è la sensualità, una carica erotica assoluta. Bolle brilla superbo sul suo tavolo senza sbagliare un sospiro, ma quell’erotismo non è nelle sue corde. Come, crediamo, non fosse in realtà nemmeno in quelle della nostra Luciana. Che tuttavia, per miracolo, lo esprimeva in scena con tanta intensità da far innamorare lo stesso Béjart.

Dal podio, Kevin Rhodes accompagna con garbo e sapienza.

Teatro gremito, in sala tanti giovani e numerosi spettatori stranieri. Ovazioni per tutti, Bolle in primis.

Milano, 31 gennaio 2026

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