«La rivoluzione i figli suoi divora!» esclama Gérard nell’Andrea Chénier. Ma anche le sue figlie. Certo, si direbbe che le sedici monache di Compiègne attorno alla cui storia si dipanano i Dialogues des Carmélites siano quanto di più distante possibile dallo spirito del 1789. Ma la fortunata regia di Olivier Py dell’opera di Francis Poulenc, ideata nel 2013 per il Théâtre des Champs-Élysées e ora ripresa all’Opéra de Lausanne sembra suggerire che siano le religiose a incarnare autenticamente i principi di libertà, uguaglianza e fratellanza (o meglio, sorellanza) cardini della Rivoluzione francese.
Sul fondo di scene scure illuminate da sprazzi di luce, spoglie di ogni decorazione e di una semplicità, appunto, monacale, vediamo infatti apparire le parole «Liberté» e «Égalité», da declinare attraverso la visione spirituale delle suore. La libertà della scelta di Blanche de La Force di entrare nel Carmelo. L’uguaglianza «davanti a Dio», come vorrà precisare la seconda priora in una sorta di lezione di teologia per le monache. Non servirà esplicitare la sororité: basta l’emblematico finale. Si può forse lamentare una certa staticità delle scene: ma non è altrettanto statica la vita conventuale? La semplicità e la staticità assumono, nella visione di Py, tratti poetici, in pieno accordo con la musica di Poulenc. Il mondo esterno è escluso dalla scatola di legno della clausura monacale: la Rivoluzione non è che un rumore di fondo (si spiega così, forse, il taglio dell’intermezzo parlato ambientato tra le vie di Parigi). La gamma cromatica va dal bianco al nero: anche i personaggi esterni al convento (siano i nobili de La Force o i messi del potere giacobino) non indossano, negli abiti dalla foggia primonovecentesca, tonalità diverse dal grigio.
Non per questo, in ogni caso, l’impatto visuale della produzione è scarso. Certe scene sono davvero ben congegnate, come l’interessante prospettiva della cella della prima priora posta “in verticale” sul fondo della scena (il che permette anche all’interprete allettata di cantare stando in piedi). Per non parlare del finale, dove non compaiono le scene pittoresche da kolossal d’uno Chénier. La ghigliottina è invisibile: le sedici monache cantano il Salve Regina tenendosi per mano; una dopo l’altra, in concomitanza con il rumore della lama, lasciano il coro per incamminarsi verso un cielo stellato, verso la santità. Domina, insomma, lo sguardo spirituale sulla vicenda delle monache rispetto al realismo storico.
D’altronde è questo lo sguardo con cui Poulenc immagina il mondo sonoro da accompagnare al libretto tratto dalla pièce di Georges Bernanos, in cui macchie di colore s’intervallano al canto delle monache. Ora sono armonie quasi organistiche, ora dolci melodie per il clarinetto o il corno inglese, ora rivolgimenti drammatici di grande intensità, talvolta anche scenari di danza grottesca con le trombe in sordina e le percussioni. Alla guida di un’Orchestre de Chambre de Lausanne semplicemente perfetta, Jacques Lacombe sa trovare tutte le sfumature cromatiche della partitura, seguendo l’impronta impressionista di un’orchestrazione che, fin dalla dedica di Poulenc in esergo alla partitura, è ispirata a Debussy. Altrettanto efficace il coro dell’Opera di Losanna, tanto negli interventi “fuori campo” (da un palco della barcaccia) quanto nella compagine delle suore “senza nome” impegnate nelle preghiere corali, con la celestiale polifonia dell’Ave Maria.
Se, come si è detto, le macchie coloristiche dell’accompagnamento orchestrale sono la naturale prosecuzione dello stile di Debussy, l’ensemble vocale — che, per le caratteristiche dell’opera, risplende maggiormente nella sua dimensione corale che nelle prestazioni individuali — non cade nella tentazione di rappresentare le monache come delle Mélisande diafane e preraffaelite. Tutte le carmelitane hanno una personalità definita attraverso il canto. A partire dalla Blanche di Anne-Catherine Gillet in cui la determinazione supera sempre la paura. La voce del soprano belga ha la luce della certezza della fede della novizia, con un’invidiabile chiarezza nella pronuncia del testo, e una solidità che si estende in tutta la gamma, ma anche la dolcezza e la rotondità timbrica di una donna che nel Carmelo ha trovato la sua dimensione esistenziale: e anche le risposte di Blanche agli «infantilismi» di suor Constance, che la lettura del libretto potrebbe considerare piuttosto acide, hanno un tono docile e materno. Per finire, ovviamente, con un Veni creator dalla dimensione eroica interrotto sull’ultima sillaba dalla ghigliottina. Floriane Derthe dà alla giovane Constance accenti particolarmente brillanti, che trasmettono, negli acuti misurati ma dall’emissione sempre precisa, tutta la giovanile freschezza e quel briciolo d’ingenuo entusiasmo della monaca.
Lucie Roche è la prima madre superiora del convento. Se nel primo dialogo, in cui mette alla prova la vocazione di Blanche, non sembra reggere al confronto con la chiarezza vocale di Gillet, le piccole incertezze timbriche si rivelano assai indicate nel rappresentare la priora malata sul letto di morte. Anche Catherine Hunold, che le succede nella carica, mantiene sì certe durezze (e qualche oscillazione negli acuti), ma è convincente nell’incarnare una figura d’autorità per il convento. Madre Maria di è una sorta di vox media, quasi la coscienza collettiva delle religiose. Eugénie Joneau ne fa un personaggio pacato nella sua fermezza, senza protagonismi vocali ma sempre ben fuso nell’ensemble monacale. Céline Soudain e Fanny Utiger (suor Jeanne e suor Mathilde) completano con onore il cast delle suore.
Sul versante maschile invece, accanto a Pierre Doyen, marchese de La Force dall’ottima proiezione, brilla Léo Vermot-Desroches (il cavaliere de La Force), esempio canonico di tenore da opera francese che, senza mai forzare, mantiene sempre l’eleganza del cantabile e la morbidezza delle linee. Il cappellano del convento, Rodolphe Briand, mostra una sorta di benevolenza paterna nei confronti delle monache, mentre il canto ne rivela la rassegnata fiducia nella Provvidenza. Maxence Billiemaz e Aslam Safla, che indossano i panni dei funzionari incaricati di eseguire le sentenze del tribunale rivoluzionario preferiscono toni scuri e piuttosto minacciosi a quelli comicamente grotteschi che sembra suggerire l’accompagnamento orchestrale, che intona una sorta di danza macabra alla lettura del decreto di condanna.
Abbiamo detto che, in un’opera che non si basa sui virtuosismi vocali o su un’orchestrazione spettacolare, il successo non si misura sugli exploit dei singoli cantanti ma sulla coralità, sull’assieme. E in questo caso, il giudizio non può che essere lusinghiero. Ma non bisogna nemmeno dimenticare il titolo: i protagonisti sono i dialoghi delle Carmelitane. Le discussioni: sulla morte, sulla fede, sulla preghiera, sul martirio (d’altronde la vicenda più nota, quella della condanna a morte, non occupa che uno dei tre atti dell’opera). Centrale, nei dialoghi, dev’essere allora l’attenzione alla parola: e in questo tutto il cast si rivela eccellente.
Comprendiamo anche perché lo spettacolo di Olivier Py si sia imposto come un classico. Perché, nella sua disarmante semplicità, non cerca di caratterizzare il martirio delle carmelitane in una sorta di antigiacobinismo reazionario, né esprime un giudizio disincantato da parte della modernità laica sull’apparente assurdità della scelta delle monache. Py, in perfetto accordo con Poulenc, racconta con poetica dolcezza una storia autentica di libertà. Che deve, indubbiamente, suscitare domande e riflessioni. Quasi un peccato, allora, che i meritatissimi applausi che hanno accolto tutti i protagonisti dell’opera non abbiano atteso qualche istante di religioso silenzio dopo l’ultimo accordo dell’opera. 




Opéra de Lausanne
DIALOGUES DES CARMÉLITES
Opera in tre atti e dodici quadri
Libretto e musica di Francis Poulenc
da una pièce di Georges Bernanos
Il marchese de La Force Pierre Doyen
Blanche de La Force Anne-Catherine Gillet
Il cavaliere de La Force Léo Vermot-Desroches
Madame de Croissy (prima priora) Lucie Roche
Madame Lidoine (seconda priora) Catherine Hunold
Sœur Constance de Saint Denis Floriane Derthe
Mère Marie de l’Incarnation Eugénie Joneau
Mère Jeanne de l’Enfant Jésus Céline Soudain
Sœur Mathilde Fanny Utiger
Il cappellano Rodolphe Briand
Il primo commissario Maxence Billiemaz
Il secondo commissario / Un ufficiale Aslam Safla
Thierry / Monsieur Javelinot /
Il carceriere Philippe Nicolas Martin
Orchestre de Chambre de Lausanne
Coro dell’Opera di Losanna
Direttore Jacques Lacombe
Maestro del coro Jacopo Facchini
Regia Olivier Py
Scene e costumi Pierre-André Weitz
Luci Bertrand Killy
Losanna, 1 febbraio 2026

