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Macerata Opera Festival 2026 – Nabucco

Un muro che è insieme pietra, memoria e preghiera. Il lunghissimo fondale dello Sferisterio perde per una sera la propria identità architettonica per trasformarsi nel Muro Occidentale di Gerusalemme: quello che noi italiani siamo soliti chiamare “Muro del Pianto”, ma che nella tradizione ebraica è semplicemente il luogo più prossimo allo spazio sacro del Tempio. Una parete davanti alla quale si depongono desideri, invocazioni, frammenti di dolore e di speranza.

È questa l’immagine centrale del Nabucco che inaugura la sessantaduesima edizione del Macerata Opera Festival: un nuovo allestimento firmato dal regista belga Paul-Émile Fourny, con le scene di Benito Leonori e la direzione musicale di Fabrizio Maria Carminati. Il muro dello Sferisterio diventa uno spazio quasi metafisico, attraversato dai video di Mario Spinaci, che non si limitano a illustrare la vicenda, ma ne restituiscono e amplificano tensioni ed emozioni.

Fourny muove dalla natura biblica del dramma e dalla sua capacità di rappresentare il conflitto fra individui, popoli e religioni. Terra, aria, vento e mare sono gli elementi primordiali entro i quali si consuma una storia di sopraffazione e incomunicabilità. Anche la scrittura, moltiplicata nelle lingue degli uomini, diviene segno di una conoscenza che può unire, ma pure di un’ignoranza che separa: l’ombra della Torre di Babele si allunga così sul racconto verdiano. L’intuizione scenografica è potente. Il Muro Occidentale appare dapprima proiettato sull’immensa parete, quindi si frantuma in grandi segmenti mobili, spostati dai mimi e utilizzati per articolare lo spazio. È proprio a questi ultimi, insieme ai ballerini e alle coreografie di Giorgia Leonardi, che sono affidati i movimenti più evidenti dello spettacolo. La regia rimane infatti nel complesso piuttosto statica: i solisti sono spesso disposti frontalmente e le masse corali organizzate secondo geometrie solenni, più simboliche che propriamente teatrali.

Non mancano tuttavia momenti di autentica suggestione. Il mare appena increspato che accompagna il «Va’, pensiero» dilata lo spazio e trasforma il canto degli ebrei in una meditazione sospesa, quasi sottratta al tempo. Poco dopo, le onde diventano impetuose e schiumanti, si infrangono sulla riva e offrono una vigorosa consistenza visiva alla profezia con cui Zaccaria annuncia la rovina di Babilonia. I costumi di Giovanna Fiorentini collocano l’azione in un’epoca indefinita, evitando tanto la ricostruzione archeologica quanto l’attualizzazione forzata. Curatissime e ben calibrate le luci di Ludovico Gobbi, capaci di modellare l’enorme parete dello Sferisterio, isolare i personaggi e accompagnare con sensibilità i trapassi emotivi della vicenda.

Sul versante musicale, Fabrizio Maria Carminati sembra voler cogliere proprio quell’«anelito metafisico» che, nelle sue dichiarazioni, individua come il nucleo più profondo dell’opera: non soltanto il Verdi risorgimentale, ruggente e assertivo, ma l’uomo che cerca nel divino una risposta alla propria inquietudine. La sua lettura predilige la dimensione epica del racconto, attraverso tempi generalmente dilatati e un respiro ampio, talvolta persino monumentale. La Sinfonia procede solenne, ma non pesante: Carminati sa innervare di tensione anche le sezioni più tonanti e lascia emergere con cura i richiami tematici che anticipano alcuni dei momenti fondamentali dell’opera.
Nel prosieguo della recita il maestro bergamasco tiene salde le fila della narrazione, sostenuta dalla costante nervatura ritmica che agita l’orchestra. La FORM-Orchestra Filarmonica Marchigiana risponde con buona compattezza, offrendo un apprezzabile gioco di colori. Proprio la scelta di indugiare sul respiro della frase e sulla solennità del gesto finisce però, in alcuni passaggi, per allentare la tensione teatrale e smussare quelle brusche accelerazioni drammatiche che appartengono al giovane Verdi.
Notevole protagonista collettivo è il Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini”, preparato da Christian Starinieri. L’attacco dell’opera con «Gli arredi festivi» è davvero ben eseguito per compattezza, precisione e intensità. Sorvegliato nella dinamica e sorretto da una linea distesa anche il «Va’, pensiero».

Anastasia Bartoli porta in dote ad Abigaille il suo debordante carisma scenico e vocale. Il recitativo che apre la seconda parte è affrontato con toni accesi e una parola scolpita; nell’aria «Anch’io dischiuso un giorno» la voce sa invece alleggerirsi e ritrovare un accento compiutamente belcantistico, senza mai perdere rotondità e consistenza. La successiva cabaletta divampa con energia, coronata nella ripresa da variazioni personali e tutt’altro che decorative. Il personaggio emerge così non soltanto nella sua brama di potere, ma nella ferita originaria che ne alimenta la violenza.

Ariunbaatar Ganbaatar possiede per Nabucco una voce importante, ampia e di timbro autorevole, cui si accompagna una protervia interpretativa perfettamente adatta al sovrano che osa proclamarsi dio. L’emissione può apparire a tratti torrenziale, soprattutto quando la scrittura lo spinge verso l’accento più imperioso. Paradossalmente, il baritono trova una verità ancora più autentica nei passaggi più dolci e raccolti: nel duetto con Abigaille e nell’aria del quarto atto affiora la dimensione tormentata e profondamente umana del re sconfitto. Particolarmente riuscito è il confronto fra padre e figlia. Ganbaatar rende con sensibilità la ripresa in pianissimo del duetto, cercando una parola affettuosa e implorante, alla quale Bartoli oppone un canto già sprezzante, freddo nella determinazione e implacabile nel rovesciamento dei rapporti di forza.

Alberto Comes offre all’ascolto uno Zaccaria misurato, alieno da inutili esibizioni di autorità. La sua è una presenza composta, fondata sulla nobiltà dell’accento e su un fraseggio che ricerca più la forza morale del personaggio che la pura imponenza sonora. Laura Verrecchia disegna una Fenena dolente e partecipe, sorretta da un bel colore vocale e da un canto attentamente modellato. Alessandro Scotto di Luzio mette al servizio di Ismaele una voce importante per volume e proiezione, anche se la linea non appare sempre impeccabile. Completano con professionalità la compagnia Alessia Camarin come Anna, Simone Fenotti nei panni di Abdallo e Renzo Ran nel ruolo del Gran Sacerdote di Belo.
Vivo il successo per tutti da un’arena pressoché esaurita di pubblico.

Macerata Opera Festival 2026
NABUCCO
Dramma lirico in quattro parti

Libretto di Temistocle Solera

Musica di Giuseppe Verdi

Nabucco Ariunbaatar Ganbaatar
Ismaele Alessandro Scotto di Luzio
Zaccaria Alberto Comes
Abigaille Anastasia Bartoli
Fenena Laura Verrecchia
Il Gran Sacerdote di Belo Renzo Ran
Abdallo Simone Fenotti
Anna Alessia Camarin

FORM-Orchestra Filarmonica Marchigiana

Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini”
Complesso di palcoscenico AMS – Helvia Recina Ensemble
Direttore Fabrizio Maria Carminati
Maestro del coro Christian Starinieri
Regia Paul-Émile Fourny
Scene Benito Leonori
Costumi Giovanna Fiorentini
Video Mario Spinaci
Coreografie Giorgia Leonardi
Luci Ludovico Gobbi

Nuovo allestimento in coproduzione
con la Fondazione Pergolesi Spontini

Macerata, Arena Sferisterio, 17 luglio 2026

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