Questa sera, giovedì 29 maggio alle ore 21.15, Rai Cultura propone su Rai5 Rusalka, la fiaba lirica di Antonín Dvořák che ha inaugurato la Stagione 2024/25 del Teatro San Carlo di Napoli. A firmare scene e regia è Dmitri Tcherniakov, mentre sul podio è impegnato il direttore musicale Dan Ettinger. Sul palco, un cast internazionale che vede in primo piano Asmik Grigorian nel ruolo del titolo, affiancata fra gli altri da Adam Smith, Ekaterina Gubanova, Anita Rachvelishvili. Riproponiamo qui la recensione di Paola De Simone.
Affonda in un mare di cartoon, proiettati dal palco reale con i tipici scatti sulla totalità di un fondale-video usato come sipario didascalico e connettivo per almeno il settanta per cento dell’opera, fino a scendere nelle sabbie di una contemporaneità che è, sì, efficacemente a noi molto vicina, ma gratuitamente violenta, arrogante, sessualmente morbosa e deviata pure. Distante anni luce in sostanza, per drammaturgia e impostazione scenica ma anche per il grossolano taglio sonoro fra orchestra e podio vistosamente relegati al ruolo di mera colonna sonora, dalle magiche tinte di fiaba e dalla suggestiva poesia di natura della Rusalka di Antonín Dvořák, titolo fra i migliori del teatro boemo per quanto francamente poco ideale per la grande apertura di una nostra nuova stagione. In questo caso, del Teatro San Carlo di Napoli che ha visto riportare in locandina la favola in tre atti su libretto di Jaroslav Kvapil dopo appena un decennio (naturalmente in nuova produzione) per il via all’ultima programmazione di una sovrintendenza e direzione artistica firmata Stéphane Lissner tutta giocata sul carnet di super voci e sull’eversione registica più che su una reale progettualità coerente con il dna e la cornice stessa di uno dei massimi teatri storici per la lirica nel mondo.
Ad ogni buon conto, grande l’attesa e alte le premesse, stando alla ripresa in lieve differita su Rai5 (di fatto saltata, ufficialmente per motivi tecnici, con trasmissione nei prossimi giorni), al debutto napoletano di una delle nuove, massime interpreti dei nostri giorni (meritatamente già Premio Abbiati) qual è il magnifico soprano lituano di origini armene Asmik Grigorian per il ruolo di punta (da noi l’ingaggio fu ipotizzato già in sede di recensione alla scorsa, confusionaria Turandot affidata all’oggi ex marito Vasily Barkhatov, presente e praticamente di casa fra pubblico e corridoi), al serrato battage pubblicitario sui marciapiedi e per strada con l’immagine a fumetto della ninfa delle acque trasformata in una moderna atleta del nuoto sincronizzato. Ninfa che, detto per inciso, non ha nulla a che fare con la nostra non certo muta Partenope dalle radici culturali e cultuali di altro ceppo e ben più remote. In più, una mano registico-scenica fra le più in voga del sistema teatrale internazionale, ossia quella del pluripremiato moscovita (anche lui vince l’Abbiati, nel 2008) Dmitri Tcherniakov, parimenti al suo esordio napoletano. Nel parterre, intanto, invitati di lusso ma niente cariche governative del Paese. Assente, nell’occasione, persino il sindaco-presidente Gaetano Manfredi, lodevolmente presente invece il governatore Vincenzo De Luca che comunque, al termine del primo atto, non si è espresso sullo spettacolo. Si inizia con dieci minuti abbondanti di ritardo e, già dalla Sinfonia interamente dipanata accompagnando le strisce a tutto campo di un racconto grafico che mostra l’attività sportiva in una piscina dei nostri giorni, salgono a galla le prime perplessità.
Cosa non torna e cosa invece funziona nella pur ambiziosa impresa sancarliana della Rusalka in stile graphic novel simil-Diabolik applaudita alla première soltanto in coda, con consensi per tutti (più lancio di fiori per la Grigorian) eppure in misura palpabile di circostanza, screziata giusto da qualche rumoroso dissenso scappato (grazie al Cielo) fra il termine dell’opera e l’uscita degli artisti al proscenio?
Il contenitore gestuale e visivo ideato da Dmitri Tcherniakov, con il dichiarato intento di restituire non “una Rusalka da fiaba, ma una Rusalka vera”, alla resa dei conti convince solo a metà nella sua serrata unione con le proiezioni di Alexej Poluboyarinov (video designer) e Maria Kalatozishvili (lead animation artist), con i costumi quotidiani o fantasiosi e calzanti di Elena Zaytseva, con le luci non sempre regolate al meglio di Gleb Filshtinsky. In special modo, lascia perplesso il paio che fa il regista con la drammaturgia mezzo ammaccata di Tatiana Werestschagina (Tcherniakov è anche autore del sintetico argomento sul libretto di sala in sostituzione della canonica trama da manuale) andata a trasformare lo Spirito delle acque da “paparino” della ninfa a un allenatore molesto che palpeggia le sue allieve mentre il guardiacaccia e lo sguattero (ruolo en travesti) diventano rispettivamente padre e madre (in tailleur) della stessa ninfa protagonista, cozzando e non poco con quel “mio caro” pronunciato dal tenore alla donna e con tutte le altre parole del loro testo. Essenzialmente a ben funzionare è l’atto centrale, quello terreno ambientato al castello, dove la rilettura sembra finalmente sganciarsi dalla doppia equazione fiaba uguale fumetto e opera specchio della realtà, liberando temporaneamente il campo dal video cartone (scontato, ripetitivo, distraente, invasivo e un po’ da guida scolastica con tanto di insopportabili titoletti in corsivo scritti al momento e in diagonale per chi non arrivasse a capire la storia dell’opera, con il solo vantaggio di collocare i sovratitoli in italiano accanto alle facce degli interpreti, mentre quelli in inglese restano su in alto) per comportarsi adeguatamente da teatro, sia pure su un fondo semplicemente nero. Il che avviene anche grazie al Coro della Fondazione, mai tanto apprezzato nella variopinta bizzarria dei costumi con il suo canto ben disciplinato e curato in un’opportuna gamma di colori dal maestro Fabrizio Cassi. Quasi una boccata d’aria piena dopo tanta apnea drammaturgico-musicale circoscritta a visibilità limitata nei box a mo’ di schermi tv. Funzionano ancora, in generale, la forza del dettaglio gestuale, la pulizia e la velocità nel ritaglio dei riquadri scenici a fondo cupo sullo schermo intero del fumettone, l’idea senz’altro originale e anche bella delle ninfe con cuffia e costume da bagno che si muovono a squadra e per pose geometriche, peccato solo non abbiano trovato lo stesso sincrono ritmico tra voci e musica. Efficace parimenti risulta l’impatto della scena della festa ribaltata come un circo di creature da fiaba futuristica dinanzi a una Rusalka che si maschera da sirena entrando a fatica in un fasciatissimo abito luccicoso con coda, completando il quadro con una finta parrucca dai lunghi capelli color perla.
Quanto a ciò che non torna, dall’altra, ci sono diverse cose, tutte portanti per chi intende l’opera come partitura, scena, espressione d’arte, di cultura e di uno stile preciso, frutto e retaggio di un patrimonio storico e non come canovaccio a pretesto per tutt’altra forma di spettacolo (da Teatro Festival, per intenderci, se non per il palinsesto Boing), giusto conservando le parole e le note ma alterandone, continuamente, la restituzione e il senso. E dunque, stando a un’ormai trita visione-veicolo di riflessione sul vissuto comune, il richiamo al drammatico vuoto di valori e alle relazioni impossibili dell’era contemporanea.
Ebbene nell’occasione, a soffrirne, è innanzitutto il rapporto d’equilibrio necessario tra la musica e quanto accade in palcoscenico, quindi fra i cantanti e lo spazio privo di scena: al primo punto, la musica qui diventa infatti tappeto, con funzione non dissimile da quella impiegata nel muto della prima ora cinematografica; al secondo, gli interpreti cantano come chiusi in francobolli (il sublime canto alla luna sciolto dalla Rusalka di una iperurania Grigorian grida vendetta nell’essere mortificato in una finestrella buia con metri e metri inutilmente occupati dal disegno fermo o animato che sia), in parte ricordando – ma senza neanche sfiorarne la peculiare forza a occhio di bue e genialità – la recente e cesellatissima Salome firmata a Roma da Barry Kosky, toccando piuttosto in tal caso l’esito della forma da concerto su tre o più sedie messe in croce. E nulla più.
Da bocciare in toto, quindi, la diversa pelle data allo Spirito delle acque, Vodník, che già nel cartone animato in tuta nei colori della bandiera cecoslovacca spoglia e stringe forte tra le mani i seni nudi di Rusalka, per poi strusciarsi nella realtà lungo il corpo della lamentosa protagonista e, visto che si trova, dare una pacca sul sedere a un’altra nuotatrice, e così via. La Strega Ježibaba, zia raggiungibile al citofono nel fumetto, appare invece come una viziosa e corpulenta donna di camorra, occhiali scuri, sigaretta in bocca, bottiglia di liquore (che funge anche da filtro) e, al culmine del sortilegio che rende umana la fanciulla per poter amare nel mondo reale sacrificando però la propria voce, un lungo bacio lesbico per Rusalka.
L’incontro con il principe naturalmente non avviene in fase di caccia fra il lago e il bosco, bensì a bordo di una fuoriserie rossa (l’auto e l’incidente, sebbene cartonati, rinviano tanto all’auto di Barkhatov nella citata Turandot), accanto al suo amico cacciatore. Investono la malcapitata Rusalka e da lì nasce l’amore. Il canto dei giovani e la muta recitazione della fanciulla trovano il proprio microspazio deputato nella parte anteriore del cofano, quindi la decisione delle nozze, la festa e il tradimento con una donna smaliziata (che poi sarebbe la Principessa), la decisione di trascinare con sé nella morte in fondo alle acque l’uomo ricredutosi nel frattempo e pure malmenato dall’allenatore fino allo strangolamento, fra gesti isterici, rantoli di lei e urli di rabbia del mentore (scritti da nessuna parte), stavolta entro il buio di cinque quinte laterali e di altrettante linee al neon.
Come da cerimoniale, sul podio dell’inaugurazione e dell’Orchestra c’è il direttore musicale della Fondazione lirica napoletana, Dan Ettinger che, pur affine per stile e gusti alla piena sonora della partitura scritta guardando a una molteplicità di spunti wagneriani, tardo-romantici e folclorici dall’aprile al novembre dell’anno 1900 per esordire sulla scena di Praga l’anno a seguire, cavalca in via privilegiata l’onda ritmico-metrica e dinamica. Vale a dire, probabilmente in asse con la lettura registica mirata a cavar fuori una più moderna tensione psicoanalitica decisamente estranea agli incanti della natura fantastica e fiabesca, dalla sua bacchetta saltano fuori condotte veloci ed espansioni ad effetto, clangori come accompagnamenti discreti e accenti popolari ben vivi. Ma mai, viceversa, una minuziosa ricerca sulla timbrica atta a restituire in dettaglio gli arabeschi segreti e i delicati profumi di un mondo sospeso fra la veglia e il sogno, fra le trasparenze lacustri e la percezione profonda della nostalgia come del dolore dell’anima umana a specchio del codice più accattivante ed autentico dell’orchestrazione del boemo Dvořák. Che, d’altra parte, qui in scena non c’è.
A contenere e a restituire quel mondo al contempo lunare e reale con proprietà di tinta e di risorse tecniche distillate con una naturalezza e una maestria incantatoria impressionati è invece la voce sublime della bellissima e bravissima Asmik Grigorian, ascoltata per la prima volta in assoluto dal vivo a Napoli (e qui si ringrazia Lissner) con la sua voce dalle corde di smalto per dar forma e canto a una Rusalka ragazzina ostinata e di gran cuore. Arriva dall’allenatore con i capelli corti legati in una coda, zaino in spalla, maxipull, pantaloncini elastici e scarpette da ginnastica, aggiunge dei lunghi pantaloni bianchi quando avrà le gambe al posto dell’originaria pinna di pesce e si recherà fra le strade di una metropoli disegnata fra gli alti grattacieli per inseguire il suo sogno d’amore, presto rivelatosi sbagliato, per un uomo in carne e ossa. È spigliata, capricciosa, vibrante, tenerissima e dolente, come in quella sua delicatissima invocazione alla luna (Měsíčku na nebi hlubokém) che rivela in lei il corpo unico, potente e morbido al contempo, di parola e musica, la fluidità impressionante con cui trasforma in emissione di velluto difficoltà e passaggi lungo l’intera, ampia estensione, l’amalgama speciale di colore ed espressione, le espansioni luminosissime all’acuto. Di plastica efficacia è il suo incontro con la Strega per ottenere le umane sembianze e al cospetto del mondo reale, così distante da quello desiderato e immaginato, è muta e inerme, eppure vibrante nel suo magnetismo dalla purezza sincera. Ma non è solo questione di prestanza canora assoluta, perché la musica ritrova in lei una fisicità corporea e gestuale disinvolta quanto esatta, propria dei danzatori contemporanei, e un’attorialità che nella semplicità dona anima e verità al personaggio, pur se come in questo caso di un extra-mondo ripensato.
Proseguendo sul fronte femminile altisonanti erano anche i nomi per la Strega Ježibaba interpretata, pur con qualche disomogeneità di registro ma a pieno volume dal mezzosoprano georgiano Anita Rachvelishvili e, per il ruolo sopranile della Principessa straniera, dal parimenti talentuoso mezzosoprano russo Ekaterina Gubanova, qui un po’ spinta nella proiezione come nella recitazione. Brava nel canto come nello scontorno di mezzo carattere del suo personaggio anche il mezzosoprano elvetico-olandese Maria Riccarda Wesseling, Sguattero trasformato per l’occasione dal regista russo nella madre della ninfa protagonista.
Bel timbro e piglio ma dallo squillo non sempre sfogato e governato al meglio presenta l’aitante Principe del tenore britannico Adam Smith, anche lui nuovo al palcoscenico partenopeo. E ancor meglio fanno le altre voci maschili, dallo Spirito delle acque affidato al vigoroso e vibrante baritono ungherese Gàbor Bretz, già apprezzato al San Carlo anni fa per un Barbablù bartókiano in forma di concerto e qui allenatore odiosissimo, il tenore ugualmente britannico e pure esordiente a Napoli Peter Hoare per il Guardiacaccia riciclato in Padre, il baritono moldavo Andrey Zhilikhovsky nella parte dell’amico cacciatore. Completavano il quadro del cast le tre Ninfe del Bosco, Julietta Aleksanyan, Iulia Maria Dan e Valentina Pluzhnikova.
All’uscita, nei pareri e nei commenti, pubblico diviso fra disorientati, annoiati, divertiti e contenti ma, intanto ci si domanda, quanto a drammaturgia, ruoli e forse anche trama, cosa avrà compreso dell’originale chi era alla sua prima Rusalka? 




Photo: Luciano Romano

