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Novara, Teatro Coccia – Otello

La fortuna premia gli audaci. A confermarlo, per il Teatro Coccia, è l’Otello di Verdi con il quale si è inaugurata la stagione e che, al netto dei risultati ottenuti con un titolo tanto impegnativo, si può ricordare fra i più riusciti spettacoli operistici proposti negli ultimi anni a Novara. Le motivazioni sono molte. Partiamo dall’allestimento, che non è nuovo, ed è una produzione del Municipale di Piacenza, poi rimontata a Modena, Reggio Emilia e, prossimamente, a Rovigo. A firmarne la regia è Italo Nunziata, che nelle note di presentazione parla della gelosia come prigione della mente, che diviene una stanza chiusa, quasi una ragnatela che ingabbia lo spazio attraverso le funzionali scenografie ideate da Domenico Franchi: una serie di ambienti che si formano con lo scorrere di quinte in rame ossidate dal mare e dal trascorre di un tempo che, per Otello, non è più quello delle glorie passate, ma dell’incipiente sofferenza corrosiva del dubbio affettivo che lo consuma e lo annienta. La tragedia di Otello non ha tempo; può essere attuale in ogni momento. Ed ecco che in questa occasione, grazie agli accuratissimi costumi disegnati da Artemio Cabassi, l’ambientazione è spostata nel tardo Ottocento, ai tempi della rappresentazione stessa dell’opera, quando il genio di Verdi già maturo regalava, con questa partitura tanto innovativa, uno degli apici della sua parabola creativa. Lo spettacolo, nella sua lineare stilizzazione, con elementi scenici che si limitano alla presenza di uno scrittoio dorato e di poche sedie poste sopra delle pedane, oltre a fondali che si schiudono con lo scorrere continuo delle pareti, funziona e permette a questi spazi angusti e chiusi di divenire il riflesso della nevrosi del protagonista.

Anche sul piano musicale la serata si appoggia sulle solide spalle di Christopher Franklin, alla testa di una Orchestra Filarmonica Italiana assai impegnata che, insieme al buon Coro del Teatro Municipale di Piacenza, garantisce una resa compatta e solida, senza cedimenti. Se talvolta mancano allo strumentale le trasparenze richieste e un respiro più ampio da donare al concertato della delegazione veneta, il risultato complessivo convince, soprattutto se messo in relazione alle difficoltà di un titolo come questo.

È sul cast che si concentrano le attenzioni maggiori di questo Otello, con conferme e sorprese. Roberto Aronica è un professionista che ha già affrontato la parte di Otello e la riavvicina con l’innegabile evidenza di una tenuta vocale invidiabile. Non sono certo le lievi défaillances su qualche acuto del secondo atto (per ogni tenore, il più temibile) a distoglierci dall’idea di trovarsi come sempre, dinanzi a un cantante che sa ben amministrare la proprie forze lungo tutto l’arco dell’opera. La voce non è di quelle che conquistano e il repertorio, che nel tempo l’ha portato su binari tenorili che da lirici sono diventati sempre più marcatamente drammatici, gli ha reso il timbro un po’ rugoso. Eppure la proiezione del suono è salda e l’interpretazione degna di riguardo, soprattutto in un finale che lo vede arrivare pronto a piegare la linea quanto più gli è possibile al canto sfumato. Inutile avanzare tesi che mirino a inquadrare che tipo di Otello sia il suo: se drammatico e dalle inflessioni baritonali (non lo è perché il suono è poco scuro e bronzeo) o più schiettamente tenorile e lirico (gli manca l’interiorizzazione espressiva, dosata col contagocce più che realmente realizzata). Eppure l’impegno nel trovare gli accenti giusti si fa strada qua e là all’interno di un canto monocromatico dall’involo declamatorio sincero e pronto a superare, come si è detto, quasi indenne tutti gli ostacoli vocali della parte.

Al suo fianco c’è lo Jago di Angelo Veccia, che per il Teatro Coccia era già stato un ottimo protagonista di Nabucco e oggi si conferma, al culmine della sua parabola artista, un baritono dalla voce assai ben impostata, di ampia cavata sonora e di ruvida ma non per questo disattenta attenzione espressiva. Nel monologo del “Credo” prevalgono le intenzioni che ne fanno un interprete meditato nelle diaboliche elucubrazioni che rendono il suo canto inciso nella pietra, con un’attenzione alla parola che ne fa un perfetto genio del male. Anche quando deve essere subdolo galantuomo del raggiro, mostra una sobria compostezza che sa con misura piegarsi al canto a fior di labbro nel “Sogno”, non troppo compiaciuto nel farsi sottile, eppure credibile e di levatura artistica sempre ispirata.

Il vero asso nella manica del cast viene dalla prova per molti versi sorprendente del soprano Iwona Sobotka, nel pieno della maturità vocale eppure ancora sconosciuta in Italia. Di lei si sa che recentemente ha cantato con Riccardo Muti la Messa da Requiem a Parigi e presto sarà ancora al suo fianco in un Simon Boccanegra a Tokyo. Eppure, del suo nome, nei grandi teatri non c’è traccia perché la carriera, fino a oggi, si è svolta per lo più in Polonia, dove è nata. La voce da subito si impone per la bellezza del timbro, che è quello di un soprano lirico, ma piena, morbida, avvolgente e insieme delicatissima nella capacità che ha di piegare i suoni in mezzevoci di insolito calore e di una densità ammaliante. Non è insomma la solita Desdemona dalla voce ripiegata su un canto angelicato dal candore svaporato, ma sembra seguire le tracce della tradizione tebaldiana, a favore di un impasto timbrico opulento che la mettono in luce anche quando il lirismo deve spiegarsi sulle ali di un’intensità che la vede imporsi nel grande concertato del terzo atto, dove la voce vibra e invade la sala facendo percepire emozioni vocali d’altri tempi. Per lei credo che questo fosse un debutto in Italia e c’è davvero da augurarsi di poterla riascoltare presto per confermare le belle impressioni suscitate con questa riuscita prova novarese.

Note positive anche per la parti di contorno, che sono un corollario importante e vedono mettersi in luce il Cassio limpido e di bel timbro di Oronzo D’Urso. Ottimi anche il Roderigo di Andrea Galli, il Montano di Lorenzo Liberali e l’Emilia di Nikolina Janevska. Funzionali il Lodovico di Shi Zong e l’Araldo di Eugenio Maria Degiacomi.
Alla prima, sala gremita di pubblico e successo senza macchia.

Teatro Coccia – Stagione 2025
OTELLO
Dramma lirico in quattro atti
dalla omonima tragedia di William Shakespeare
Libretto di Arrigo Boito
Musica di Giuseppe Verdi

Otello Roberto Aronica
Jago Angelo Veccia
Cassio Oronzo D’Urso
Roderigo Andrea Galli
Lodovico Shi Zong
Montano Lorenzo Liberali
Un araldo Eugenio Maria Degiacomi
Desdemona Iwona Sobotka
Emilia Nikolina Janevska

Direttore Christopher Franklin
Regia Italo Nunziata
Scene Domenico Franchi
Costumi Artemio Cabassi
Luci Fiammetta Baldiserri
riprese da Ivan Pastrovicchio

Orchestra Filarmonica Italiana
Coro del Teatro Municipale Piacenza
Maestro del coro Corrado Casati
Coro Voci Bianche Piacenza
Maestro del coro Giorgio Ubaldi
Maestro della Banda di palcoscenico Alberto Sala

Coproduzione Fondazione Teatri di Piacenza,
Fondazione Teatro Comunale di Modena,
Fondazione I Teatri di Reggio Emilia,
Teatro Sociale di Rovigo

Novara, 24 gennaio 2025

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