Études
Come sempre, il pubblico della danza impazzisce e alla fine non trattiene il suo contagioso entusiasmo. Il programma è quanto di meglio ci si possa immaginare: il Trittico Lander/Kylián/Béjart arriva dal Novecento, momento di grande creatività, di importanti coreografi e di sottili messaggi. Un linguaggio ormai assimilato. Alla Scala, come sempre esaurita – molti giovani e tanti stranieri – la serata si apre sul classicissimo e complesso Études del danese Harald Lander.
Il balletto, del 1947, utilizza l’arrangiamento orchestrale di Knudage Riisager degli studi per pianoforte di Carl Czerny. Musica e coreografia si sposano nel nome di un parallelismo che destina l’una ai grandi del pianoforte e l’altra a un’abile schiera di danzatori. Il modello è Konservatoriet di Bournonville. Études riprende una impegnativa e consueta lezione di danse d’école, proponendo esercizi alla sbarra, al centro, in diagonale, con salti e tours. Le ballerine, classiche e romantiche, indossano tutù bianchi o neri; i maschi svettano nelle loro calzamaglie.
La creazione, di grande complessità tecnica, affascina proprio per la capacità di restituire la concentrazione dello studio: forse il momento più importante di questa disciplina, perché permette la ricerca del sé artistico e non solo il perseguimento della perfezione. Lander propone situazioni di notevole complessità e chiede interpreti impeccabili. I nostri lo sono: si cercano e si trovano. Magnifici.
Petite Mort
Tra danza e musica è sempre stata guerra, se si escludono alcune illustri tregue del passato (Gluck, Mozart, Beethoven) e le grandi alleanze di fine Ottocento e prima metà del Novecento. Il problema è che le esigenze di un’arte talvolta ledono quelle dell’altra, là dove la musica deve procedere di pari passo con l’imprevedibilità della scena (ogni ballerino ha un suo tempo), rischia di perdere la sua sublime astrazione, a meno che non sia scritta ad hoc. Noi siamo dell’avviso che le partiture importanti vadano utilizzate solo se scritte allo scopo. Sebbene non manchino le eccezioni. Balanchine, che fa scorrere la coreografia sulla musica; Béjart, che senza incorrere nei fulmini dei benpensanti doppia con i suoi ballerini la Nona di Beethoven, Il flauto magico, la Tetralogia…
Questa premessa conduce al secondo titolo, Petite Mort del meraviglioso coreografo ceco Jiří Kylián. In altre occasioni ha utilizzato con maggiore ampiezza i concerti per pianoforte e orchestra di Mozart; qui sceglie le sezioni lente dei due più celebri: l’Adagio del Concerto n. 23 K.488 e l’Andante del n. 21 K.467, “momento sacro di un mondo dove nulla è più sacro”. Già ascoltato in altre occasioni, ci pare oggi eccellente il pianismo sussurrato del giapponese Takahiro Yoshihawa.
Sei uomini, sei spade, sei donne con abiti a crinolina, un grande velo scuro e fluttuante, e assieme a quel Mozart: sono gli strumenti della composizione. Un pensiero lirico, calligrafico, a tratti grottesco. Qualcosa di equivoco, necessario, ammiccante, esistenziale. Gioia e malinconia pervadono scena e platea: il nostro istinto più intimo e vero, la nostra vita. Sono gli abbandoni, le gioie e le malinconie dell’orgasmo – appunto, la petite mort.
Boléro
Il Boléro di Maurice Béjart nasce negli anni Sessanta; assieme a Le Sacre du printemps segna la nascita del Ballet du XXe Siècle, si stanza alla Monnaie di Bruxelles. Ha conosciuto molte versioni: per donna e coro maschile, per uomo e coro femminile. È stato catturato, con Jorge Donn, dal cinema. La musica, commissionata da Ida Rubinstein a Ravel, riprende un motivo uscito dalla kasbah e lo sviluppa in un crescendo orgiastico di sedici minuti. Un grande tavolo rosso, una figura immobile nel buio che a poco a poco si anima in un parossismo dionisiaco, trasformandosi in richiamo erotico irresistibile ed eterno.
Con Boléro ci hanno provato in molti, ma non sempre con esito felice: perché, musica a parte, il problema non è la tecnica ma la carica sensuale – che o si possiede o non si possiede, si riesce a trasmettere o no. Anche alla Scala, bravi tutti, Roberto Bolle incluso. Ma Boléro non è nemmeno il suo. La sola, e forse più amata da Béjart stesso in quel ruolo, crediamo sia rimasta Luciana Savignano. 





