La Bella balla e non si ferma mai. Un atto pare finito e invece c’è ancora una polacca; un pas de deux sembra chiuso nella sua forma e invece salta fuori l’ennesima coda; un divertissement coinvolge una serie di ballerini ma poi ne arrivano altri e altri ancora; e la festa di tutti, collocata nel racconto o in chiusura, non finisce mai.
L’ultima volta alla Scala era stato il 2019, nella versione di Rudolf Nureyev, su modello dichiarato di Marius Petipa, il dominatore ottocentesco dei teatri imperiali, che aveva proposto La bella addormentata nel bosco al Mariinskij di San Pietroburgo nel gennaio 1890. Portata alla Scala nel 1966 nella rielaborazione di Nureyev, sarà sempre ripresa da lui modificandosi nel tempo pur restando ancorata al modello del ballo grande ottocentesco.
Il titolo ha costantemente procurato problemi di ripresa per il taglio virtuosistico, l’astrazione dei divertissements, il libretto da Perrault ridotto a semplice pretesto, la lunghezza, l’esigenza di interpreti di prima grandezza. Risultando così proibitivo che lo stesso Diaghilev, meritevole d’averlo proposto in occidente per la prima volta (Londra, 1921), lo ridusse subito dopo per Parigi a un solo atto, il terzo, spesso programmato avulso dal contesto con il titolo Le mariage d’Aurore.
Appunto a Nureyev va il merito di rendere più attuali i grandi classici, Bella inclusa, con letture accattivanti di impronta psicoanalitica, tagliando, cucendo e adattando i personaggi protagonisti a varie sottigliezze interpretative. Valga per tutti l’aggiunta nel secondo atto del lungo assolo iniziatico che precede l’apparizione della dormiente e il relativo coup de foudre. Anche questa versione, in seguito, sarebbe stata ulteriormente ritoccata per Parigi, proprio perché tecnicamente proibitiva e di eccessiva lunghezza.
Amatissimo dai danzatori scaligeri, ovviamente in periodico avvicendamento, il titolo dura oggi tre ore. Perché Nureyev, pur amante di varie arti, cammina sulle orme della danza nata in Russia e ama a tal punto il classico da aggiungervi complessità tecniche (diremmo abbellimenti) che conferiscono ai passi una complessità assoluta. Pur abbracciando ogni tecnica coreutica, la sua resta pur sempre l’adorato classico.
Con la Bella tornano l’Adagio della rosa, l’Uccelino Azzurro, il Gatto con gli stivali (che non sono più né uccellino né gatto) e pur sommersi dell’abboffo danzante, anche vari momenti lirico-narrativi. Protagonisti della prima recita l’étoile Nicoletta Manni e il suo partner e marito Timofej Andrijashenko. Non meno protagonisti tutti gli ottimi primi ballerini e solisti del teatro: impossibile nominarli a uno a uno senza rischiare di fare torto a qualcuno.
Balla la Bella e non si ferma mai, forse sacrificando un po’ la psicologia alla tecnica. Elemento che certo non difetta a Franca Squarciapino, dal 1993 in poi costumista e scenografa assieme al delizioso e geniale Ezio Frigerio che aveva firmato le scene: un incantato castello francese che lascia intravvedere boschi e misteri. Tutti di Franca i costumi (serata dedicata ad Armani, ma di Armani non hanno nulla). Costumi d’oro e di raso, dipinti dai colori dall’arcobaleno ma sempre attenuati e sfumati, acconciature e piume che arrivano dai quattro angoli del mondo, dentro scene volutamente sfarzose e barocche come ai tempi di Perrault e del Re Sole. Li ricordavamo più connotati, ma ci sono stati dei tagli.
Un po’ debole il direttore Kevin Rhodes nel rendere lo splendore della musica čajkovskijana, concessa al cosmopolitismo dei salotti aristocratici e all’eleganza sofisticata di stampo francese. E un po’ sfocato anche il celebre assolo del violino.
Con questo recupero il teatro, soprattutto noto per opera e concerti, intende valorizzare ulteriormente anche quella danza implicita sin dalla sua fondazione, declinandola in poetiche ed estetiche differenti.
Bellettomani in delirio. 





