Quante storie per una fiaba. E quanto è difficile immaginarne, comprenderne la stratificazione di senso. Si arriva più ricchi, più maturi, fors’anche più consapevoli al termine della breve ma intensa esperienza del Luglio Musicale Trapanese, che ha dedicato la sua 76a edizione al tema delle Favole, fiabe e altri racconti: quasi a voler sposare la leggerezza di una kermesse estiva – la più antica del territorio isolano, e dunque da tutelare con cura – con una profondità di pensiero che ha mostrato l’attualità del tema durante epoche molto diverse: dal Settecento di una Zauberflöte a noi contemporanea, fino a una Turandot in cui trova suggello il secolare rapporto del pubblico italiano con il melodramma. Si colloca a metà percorso, alle soglie di quell’Ottocento lungo che dell’opera è stato forse il momento più felice, La Cenerentola, ossia La bontà in trionfo, capolavoro di Gioachino Rossini che si è imposto come il risultato migliore della rassegna drepanitana: frutto di un eccellente lavoro di squadra (che ha visto in prima fila il consigliere delegato Natale Pietrafitta, il direttore artistico Walter Roccaro e il direttore di produzione Giacomo D’Angelo), volto ad assemblare una compagnia di grande coesione e di felicissimo riscontro teatrale. Un meccanismo a orologeria che ha ottenuto ampi consensi e divertiti apprezzamenti da parte di un pubblico entusiasta.
La favola più importante viene raccontata dalla buca. E il narratore principale è, questa volta, il direttore musicale stabile Mirco Reina, che scende in campo forte del consolidato rapporto con l’orchestra. Niente sciabolate, niente corse precipitose, niente tempi al cardiopalmo per questa sua Cenerentola, che invece viene amorevolmente tornita, affettuosamente cesellata, con un gusto per la ricerca della bellezza della frase che spesso rischia di sfuggire, quando si riduce la partitura a mera gara di velocità. Ne beneficiano soprattutto due personaggi, Angelina e Ramiro, ma soprattutto quel soffio poetico che in quest’opera spira più che in altre, e che richiede meditata attenzione al ruolo di legni e ottoni, pronti a valorizzare la scrittura vocale. Il comico rossiniano assume così una complessità di tratti che – per l’appunto – arricchisce il senso della fiaba: che non si limita a mettere alla berlina vizi e vezzi del mondo circostante ma s’impenna e si sublima in oasi di lirismo distinte e distantissime proprio da quel mondo. «Una volta c’era un re» ne è forse la sintesi più efficace, ma anche la dimostrazione di quanto Angelina sia superiore a chi la circonda: l’Andantino di Ramiro «Pegno adorato e caro» ne diventa il pendant ideale, vaporosa trina trapunta da flauti, clarinetti e fagotti sul morbido tappeto degli archi. Quasi uno sguardo dall’alto, che permette di rimettere in prospettiva torti e umiliazioni, e di considerare con umana comprensione le miserie umane. Reina sottolinea questo clima, ma naturalmente non sottovaluta il lato più squisitamente buffo, che è brillante ma giustamente mai scatenato, in maniera da assicurare coesione ed equilibrio sul palcoscenico, dove brilla una distribuzione esemplare e un coro maschile, come sempre preparato alla perfezione da Fabio Modica, di cui non sai se apprezzare maggiormente la debordante vis teatrale o l’elettrizzante impatto musicale, nella movimentata scena della cantina.
Certo la parte più squisitamente vocale è la vera favola: tanto si ha la sensazione che tutto fili liscio senza intoppi. A guidare il cast è l’Angelina fresca, serena e rasserenante di Chiara Tirotta: morbidezza e corposità sono perfettamente alleate in un timbro seducente, sensuale, adeguato al respiro di un personaggio colto in dimensione espressiva. Il ruolo le calza a pennello, né si fa intimorire dalle perigliose roulades del Rondò finale, che vengono sgranate con invidiabile sicurezza: proprio questo la aiuta a tratteggiare con umanità e un retrogusto di nostalgico languore la serva che viene incoronata regina, non per tornaconto personale ma per assicurare il trionfo dei buoni sentimenti. Le sta accanto l’ottimo don Ramiro di Juan de Dios Mateos, che sin dal Duetto del primo atto si impone per la nobile aura, la soavità di un’emissione cristallina, nitida, tersa, capace di rinnovare i fasti dei tenori ‘di grazia’ del Dopoguerra. Ma l’artista spagnolo è anche interprete estremamente accorto: ne è prova la grande Aria del secondo atto in cui – doppiata la parentesi più lirica – dà prova di un piglio eroico, capace di infiammare le agilità della brillante cabaletta.
Note altrettanto positive sul fronte dei due bassi. Paolo Ingrasciotta costituisce ormai una garanzia. Veste i panni di don Magnifico con giovanile, istrionica esuberanza, depurandolo dalle incrostazioni del tempo e puntando tutto sulla pulizia della linea di canto: i sillabati dell’Aria del secondo atto, «Sia qualunque delle figlie», sono un autentico tripudio vocale costruito per accumulazione; e merita una menzione speciale l’attenzione ai recitativi, risolti con ironica perizia e senso del teatro. Pierpaolo Martella è una delle più brillanti scoperte delle scene trapanesi e, dopo il suo Bartolo dell’anno scorso, Dandini rappresenta un ulteriore, meritato traguardo. C’è, di fondo, la consapevolezza del fatto che il servo, mutato in principe, costituisce il personaggio destinato a far da tramite con il pubblico: l’artista leccese esalta questa dimensione metateatrale, grazie a una figura a metà tra Mr. Bean, cui somiglia in maniera impressionante, e l’arte della macchietta di Maldacea, tradizione performativa che recupera grazie a una perfetta dizione, una comicità elegante e mai sopra le righe, un fraseggio sempre ironico, garbatamente caricaturale, sornione. A loro si affiancano due sorellastre esilaranti, in perfetta sintonia musicale: Grazia Sinagra, una Clorinda che svetta limpida nei pezzi d’assieme, e Silvia Regazzo, Tisbe allampanata e scaltra. Alidoro è Mariano Orozco, che domina con poetica bonomia l’ardua scrittura della sua Aria, sbalzata con fluidità, scioltezza, bel colore vocale.
E quante storie racconta la nuova produzione di Renato Bonajuto. Certo la Cenerentola della fiaba, ma con uno sguardo site specific per rispecchiare ed esaltare i fasti della Trapani liberty al tempo dei Leoni di Sicilia. Intuizione particolarmente felice, grazie alla quale impagina uno spettacolo estremamente gradevole, scorrevole, di raro buon gusto. Nella visione scenica di Roberto Tusa, che firma anche gli elegantissimi costumi (con punte particolarmente spassose come la parrucca rosa di Clorinda), quattro ‘carri’ semoventi compongono la scena, a immagine delle stanze della casa di don Magnifico, con tanto di ritratto antico e tappezzeria capitonné per le stanze nobili e muri sbreccati per la cucina di Angelina, ma sempre incorniciate da volute art nouveau, in simbiosi con le cancellate di Villa Margherita, sede del Teatro. Questo contribuisce a disegnare una Cenerentola in continuo movimento, ora a causa dell’andirivieni degli elementi scenici, ora grazie alle spigliate coreografie – in odore di La La Land – firmate da Silvia Giuffrè e interpretate con brio da Francesco Bax, Giuseppe Marino, Giuliana Martinez e Arabella Scalisi. Culmine di questa visione è forse l’arrivo di Angelina alla festa su un sidecar guidato da Alidoro, simbolo del velocismo d’inizio secolo e della fiducia nel progresso dei tempi che cambiano. Tutto è stabile ma anche improvvisamente mutevole, fermo in un tempo senza tempo che d’un tratto si schiude al trionfo della natura: felice è l’intuizione secondo cui, per l’Aria di Alidoro, la scena rimane vuota, per aprirsi sui maestosi ficus del parco. Cenerentola diventa eroina capace di rompere i lacci del passato, che per una volta portano a un’originale interpretazione del Sestetto («Questo è un nodo avviluppato»), in cui le corde dapprima annodano, legano e costringono, per poi essere sciolte, a misura della riconquistata libertà. Saranno le nozze di Angelina e Ramiro a siglare lo spettacolo, con l’uniformarsi delle scene in rosei arabeschi e il conformarsi degli animi a un nuovo sentimento: quello della bontà, la più grande delle utopie, non solo rossiniane. 




76° Luglio Musicale Trapanese
LA CENERENTOLA
Dramma giocoso in due atti di Jacopo Ferretti
Musica di Gioachino Rossini
Don Ramiro Juan de Dios Mateos
Dandini Pierpaolo Martella
Don Magnifico Paolo Ingrasciotta
Clorinda Grazia Sinagra
Tisbe Silvia Regazzo
Angelina Chiara Tirotta
Alidoro Mariano Orozco
Orchestra e Coro del Luglio Musicale Trapanese
Direttore Mirco Reina
Maestro del coro Fabio Modica
Regia Renato Bonajuto
Scene e costumi Roberto Tusa
Coreografie Silvia Giuffrè
Nuovo allestimento
Trapani, Teatro Giusppe Di Stefano
5 agosto 2024

