La produzione di Tosca di Giacomo Puccini offerta dall’Arena di Verona nell’ormai storico allestimento di Hugo de Ana vede come indiscussa regina fin dalla sua apparizione sul palcoscenico Anna Netrebko. Il pubblico l’accoglie subito con uno di quegli applausi che all’epoca d’oro della lirica si tributavano ai cantanti prima ancora che questi avessero emesso un suono. La stima sottesa a questo gesto è stata ricambiata con una prestazione di rara qualità sotto ogni punto di vista.
Indiscutibile il carisma che promana dal soprano russo e la rende il centro dell’attenzione ogni qualvolta la sua presenza si faccia tangibile. È il frutto di un’unione inscindibile di capacità tecnica, prestazione attoriale e concentrazione continua. Fin dal primo atto la cantante si impone per la voce duttile, capace di oltrepassare l’orchestra senza fatica apparente in ogni tipo di dinamica, ma soprattutto abile nel farci dimenticare che lo spettacolo si svolge all’aperto. Netrebko tratteggia una Tosca lirica, a tratti dal sapore belcantista, con naturali punte di accentazione drammatico-verista nel secondo atto ma mai a discapito della morbidezza della linea melodica; anche nell’interpretazione musicale delle sconnesse e difficili frasi del terzo atto (mi riferisco soprattutto al monologo “Il tuo sangue o il mio amore volea”) ha saputo rendere con omogeneità timbrica e di fiato il tormento dei gesti musicali scritti da Puccini. Mirabile e giustamente apprezzata l’esecuzione di “Vissi d’arte”, iniziata con un pianissimo quasi prodigioso in un ambiente come quello dell’Arena; il percorso musicale delineato in quest’aria viene condotto magistralmente dal soprano sia per quanto riguarda le dinamiche sia per il fraseggio; alcune corone risultano prolungate più di quanto siamo abituati a sentire, ma tale soluzione non viene percepita come mero sfoggio di bravura: sospende invece il pubblico in una dimensione fuori del tempo. L’applauso che ne deriva non è solo un tributo alla diva ma anche una maniera di risolvere la tensione emotiva accumulata durante l’ascolto. La recitazione non ha cedimenti e contribuisce a catalizzare l’attenzione del pubblico su di lei.
Lo Scarpia di Luca Salsi è credibile nella violenza e nell’affettata eleganza, riuscendo a tenere testa alla prestazione di Anna Netrebko. Rispetto al resto del cast delinea vocalmente un personaggio più verista; all’interno di questa scelta interpretativa colpisce il tentativo che vede il baritono e il direttore d’orchestra Daniel Oren congiunti a dare una vibrazione più lirica alla scena “Ha più forte sapore” del secondo atto: il tempo è meno sostenuto di quello della tradizione e permette sia al barone di tornire le frasi con eleganza sia di dare giusto rilievo agli interventi dei fiati nella parte orchestrale. Come sempre di impatto il finale dell’atto primo: la scena precedente si conclude con un crescendo sull’ultima frase della protagonista (Egli vede ch’io piango) che mette in risalto tutta la gamma dinamica a disposizione dell’interprete, a cui Salsi replica sfoderando un’interpretazione convincente a livello scenico e caratteriale, conducendo il pubblico all’applauso dopo la climax lenta e continua del suo intervento principale, aiutato in questo anche dalla regia di Hugo de Ana.
Sempre tecnicamente eccellente Yusif Eyvazov, propenso a caratterizzare un Cavaradossi non eroico ma lirico e morbido. Raggiunge picchi emotivi soprattutto nelle frasi malinconiche che Puccini riserva al personaggio, ma rispetto agli altri due interpreti principali risulta sottotono per quanto riguarda recitazione e scavo del ruolo. Il tenore azero riesce a supplire a questa defaillance con una capacità tecnica che gli permette di tornire frasi musicali eccellenti, creando colori e dinamiche convincenti tanto da ricevere il plauso del pubblico nelle sue arie principali. Altro merito di Eyvazov: nell’ultimo atto, attraverso il solo atteggiamento del corpo, delinea la disillusione di Cavaradossi rispetto alla propria salvezza, aspetto che in pochi riescono a restituire sia con il canto sia con la recitazione.
Gabriele Sagona, nonostante la buona qualità vocale, non risulta incisivo come Angelotti; di tradizione la caratterizzazione del sagrestano proposta da Giulio Mastrototaro; buone le prestazioni di Nicolò Ceriani (Sciarrone) e di Carlo Striuli (Un carceriere). Interessante vocalmente e scenicamente lo Spoletta non macchiettistico di Carlo Bosi, che riesce ad essere una buona spalla per Salsi. Una menzione speciale va fatta alla giovanissima Erika Zaha capace di cantare con disinvoltura lo stornello del pastore di fronte a un pubblico così numeroso.
Il Coro della Fondazione Arena di Verona diretto da Roberto Gabbiani offre una buona prestazione, come anche il Coro di voci bianche A.LI.VE. sotto la guida di Paolo Fancincani.
Tosca è uno dei cavalli di battaglia del Maestro Daniel Oren. La sua interpretazione è eccellente benché alle volte tenda ad allargare i tempi a cui siamo abituati: tale scelta sottolinea l’impianto belcantista che è nascosto sotto le pieghe della partitura. Una caratteristica della sua direzione in questa produzione è la capacità di scomparire: sotto di lui l’orchestra suona impeccabilmente, ma non va mai a coprire i cantanti, li accompagna, si fa colonna sonora dei dialoghi, pur senza perdere la propria incisività, porta avanti gli snodi drammatici ma non si fa mai invasiva.
La messa in scena di Hugo de Ana ha saputo invecchiare molto bene e questo cast riesce a dare risalto alla sua monumentalità e al suo simbolismo. Sempre d’impatto, oltre alla realizzazione del Te Deum, il movimento del braccio armato dell’Arcangelo Michele che sottolinea il cambiamento da atto di giustizia contro il male a gesto anticipatore del suicidio della protagonista. Ottima la gestione delle comparse, senza sbavature. D’effetto il colpo di cannone che avvisa della fuga di Angelotti: nonostante la preparazione visiva con gli agili soldati che raggiungono l’arma, lo sparo prende alla sprovvista molte persone del pubblico.
Lo spettacolo risulta emozionante e, grazie alla prestazione dei personaggi principali, coinvolge fino alla completa immersione nella vicenda narrata. 




Arena Opera Festival 2024
TOSCA
Melodramma in tre atti
Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
tratto dal dramma omonimo di Victorien Sardou
Musica di Giacomo Puccini
Floria Tosca Anna Netrebko
Mario Cavaradossi Yusif Eyvazov
Il Barone Scarpia Luca Salsi
Cesare Angelotti Gabriele Sagona
Il sagrestano Giulio Mastrototaro
Spoletta Carlo Bosi
Sciarrone Nicolò Ceriani
Un carceriere Carlo Striuli
Un pastore Erika Zaha
Orchestra e Coro della Fondazione Arena di Verona
Direttore Daniel Oren
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Con la partecipazione del coro di voci bianche A.LI.VE.
diretto da Paolo Facincani
Regia, scene, costumi e luci Hugo de Ana
Direttore allestimenti scenici Michele Olcese
Ripresa dell’allestimento prodotto per la stagione 2006

