Un concerto parecchio simile a questo inaugurava la stagione del 2020 ancora in periodo pandemico. Un altro ancora, con un altro accompagnatore, chiudeva la stagione 2023 poco più di un anno fa. Piotr Beczala e Sondra Radvanovsky sono quindi ritornati al Gran Teatre del Liceu con l’orchestra del Teatro diretta da Keri-Lynn Wilson, che si presentava in quest’occasione al pubblico del teatro barcellonese.
Nella prima parte, figuravano pagine da Manon Lescaut più arie e duetto da Tosca. Come introduzione il Preludio sinfonico e a, metà, l’intermezzo della Lescaut. Wilson, come altre volte, ha deluso. La gestualità risulta un po’ strana, le esecuzioni sono scialbe e l’effetto drammatico viene scambiato per un grande fracasso. Se per i primi due brani l’accoglienza del pubblico è stata cortese, nella seconda parte la versione della “Tregenda” delle Villi, che finiva appunto con il frastuono, ha avuto successo. Gli accompagnamenti dei pezzi cantati erano corretti e la direttrice ha dimostrato di sapere tutti i testi in italiano, ripetendoli con i cantanti (per fortuna senza cantare come alcuni celebri maestri).
Di questa prima parte il momento più interessante è stata la prima aria di Des Grieux “Donna non vidi mai” che Beczala ha cantato in modo splendido. Poi è arrivato il turno di Radvanovsky con un “Sola, perduta, abbandonata”, che non è certo un suo cavallo di battaglia. Esagerazione nei gesti, un centro e un grave scarsi e/o artefatti che facevano passare inosservati momenti importanti del libretto (un esempio solo: “io la deserta donna”). Gli acuti sicuri (e un po’ metallici) e dei bei piani (altrettanto metallici) erano la cosa migliore. Il soprano ha cantato al Liceu tre volte Tosca completa e in ogni suo recital non è mancato “Vissi d’arte”, che canta bene, anche se nel “Signor” alla fine si vorrebbe miglior gusto. Beczala, viceversa, non ha mai cantato l’opera completa (peccato), ma ripetutamente ha fatto sentire la sua bellissima versione di “E lucevan le stelle”. Il duetto dell’atto primo (che chiudeva la prima parte alla faccia della progressione drammatica) l’avevano cantato l’anno scorso. Già allora il soprano “deliziava” il pubblico con smorfie e fraseggi discutibili: “è troppo bella!”, “falle gli occhi neri!”, e questa volta perfino la Madonna ha avuto diritto a un gesto. Beczala ha cantato benissimo, ma in qualche momento per forza di cose si è lasciato trascinare dalla collega. Ora ditemi voi se questo duetto e la gelosia di Floria Tosca hanno qualcosa a che spartire con l’opera comica.
La seconda parte era più interessante. Di Bohème abbiamo avuto per fortuna l’ordine teatrale corretto. “Che gelida manina” è stata quel capolavoro che è grazie alla voce di Beczala. Radvanovsky, con la partitura davanti, spiegava che da tempo non cantava Mimì e quindi si è fatta il segno della croce prima di “Sì, mi chiamano Mimì”, cantandola bene senza tuttavia avere la voce ideale per il ruolo. In effetti, frasi come “ma quando vien lo sgelo” richiedono un colore e un centro che il soprano non ha. Meglio senz’altro “O soave fanciulla” che finiva con una gara di acuti (quello di Beczala il meno lungo e il più bello). È stata quindi la volta di Turandot. Il tenore ha cantato tantissime volte “Nessun dorma”, sempre benissimo e con grande successo, ma per una volta avrei voluto sentire “Non piangere Liù”, che certo fa meno effetto. “In questa reggia” è stato il momento migliore del soprano, che ha cantato davvero benissimo, senza quasi muoversi (!) e con il timbro giusto. Toccava poi a Butterfly (e tornavano le partiture). “Un bel dì vedremo” risultava più interessante dell’aria di Mimì, ma con gli stessi limiti. Meglio il duetto, dove il tenore esibiva di nuovo un colore e un fraseggio ideali.
Così finiva il concerto. Come bis ci si aspettava di sentire altre arie pucciniane e, soprattutto, il grande duetto della Manon Lescaut che nessuna delle due star aveva mai cantato qui e sarebbe stato un vero omaggio al compositore lucchese. Errore. Beczala riprendeva un altro dei suoi cavalli di battaglia, “Dein ist mein ganzes Herz” dall’operetta di Lehár Il paese del sorriso, con successo meritato e scontato. E qui almeno eravamo in epoca. Poi siamo passati a Verdi. Prima Radvanovsky ha offerto un’acclamatissima versione di “Pace, pace mio Dio” dove, per il sottoscritto, il colore non era ideale, ma senza dubbio il soprano ha fatto dei bei piani, ha filato il Si bemolle di “Invan la pace” e ha finito l’aria con degli acuti di brivido. Secondo tutte le persone che ho incontrato alla fine, una versione di riferimento: sarà. Poi, il tripudio universale con il “Brindisi” da La traviata, dove non solo il soprano riprendeva i suoi atteggiamenti da musical anni cinquanta (che vanno benissimo ma in musical di quei tempi, non in opere senza tempo) e naturalmente fra le due strofe i due divi ballavano. Così finiva il gala in onore di Puccini. 





