Affondi sontuosi e di peso dall’alto, uno scontorno ritmico e melodico minuto e meticoloso in aderenza al tasto e una tecnica a fiamma viva, sorprendente nella naturalezza con cui alimenta e rende netti gli attacchi come ogni articolazione e passaggio, fra spigoli di suono e dinamiche a contrasto, tenere sospensioni liriche, raffiche di note, staccati, ribattuti e pedali perfetti, sfaccettature di tempra. Il tutto entro la diversa prospettiva timbrico-semantica di volta in volta in esame, potentemente a specchio della tridimensionalità teatrale e orchestrale quanto della puramente pianistica. Ma, soprattutto, tanta è la musica, di fibra autentica e italianissima.
È quanto si ascolta dalla pianista leccese Beatrice Rana, in dolce attesa e alla vigilia del proprio compleanno numero trentatré, al Teatro San Carlo di Napoli, Fondazione che ne sceglie il rinomato talento per dare il via al poker chiamato all’appello in stagione per la quinta edizione del Festival Pianistico puntando su una delle più interessanti e premiate interpreti distintesi fra le ultime generazioni, apprezzata e attiva com’è sulla scena concertistica internazionale con programmi di grande sapienza e senza risparmio alcuno nel dar forma e forza a impaginazioni d’alto impegno muscolare e di stile.
Da sottolineare subito e intanto, l’intelligenza oltre la difficoltà e il pregio dei brani e degli estratti in ascolto, divisi tra la Russia e la Francia dell’Otto e Novecento, con un paio di significativi agganci al contesto teatrale-coreutico più una Sonata che invita, oggi una volta di più, a riflettere sulla brutalità della guerra. Neanche il tempo di sedersi al gran coda e non ancora spenti gli applausi al suo ingresso, Beatrice Rana è già sul pezzo d’apertura, staccando a bruciapelo e con compatte cadute accordali il cupo e ferale scontro fra Montecchi e Capuleti, al centro della più celebre delle tragedie di Shakespeare e in prima battuta nella selezione pianistica dal balletto Romeo e Giulietta, op. 75, a firma di Sergej Prokof’ev. La teatralità del primo numero c’è tutta e svela presto, fra il gioco incipitario di pesi e slanci, fra i sordi tonfi alla mano sinistra e il velo di note alla destra, un governo del senso, dell’agogica e dello stile in pentagramma che è innanzitutto verità della situazione drammatica, profilo pregnante dei personaggi, tensione viva e dinamica della narrazione. Il pesante scontro fra ceppi familiari opposti, così come l’impasto che alterna punte acide e taglienti all’afflato più nobile, diventa concreto e addirittura palpabile in “Montecchi e i Capuleti”, mentre per le atmosfere della cappella e per la figura di “Frate Lorenzo”, le timbrature pianistiche attraversano l’universo orchestrale garantendo in particolare gran rilievo ai suoni d’origine assegnati nelle diverse sezioni e parti. E ancora, in “Giulietta, giovane ragazza” salta fuori poi pura e delicatissima la figura della tenera amante ricorrendo a una cantabilità intima e di smalto malinconico. Esemplare poi, nella silloge e in assoluto nel tracciato in ascolto, la tornitura del mezzo carattere dato al mobilissimo “Mercuzio” in gioco fra goliardica spavalderia e il gran duello che alterna leggerezza e violenza, tra la forza dei rimbalzi e la luce degli arpeggi sferrati a velocità rapinosa.
Tecnica affilatissima e impalpabile, unita a una visionarietà estrema che sa già di spiccata avanguardia, affiora a seguire fra le maglie del secondo libro degli studi di Debussy (Douze Études, L 143), distillati e confezionati in bozzetto dall’interprete fondendo bravura, consistenza, evanescenza.
Con il Čajkovskij della Suite dal balletto Lo schiaccianoci, op. 71a, in testa alla seconda parte della serata nella fortunata rielaborazione per pianoforte firmata Michail Pletnëv e qui in selezione con una terna di estratti (Marcia, Danza della Fata Confetto e Intermezzo), si torna ancora una volta alla danza, in tal caso fabulistica di cifra spiccatamente romantica, e alla complessa prospettiva orchestrale. Lo squillo e gli spessori, i tempi, le espansioni di suono, gli effetti d’incanto e la plasticità gestuale oltre che di movimento prodotti dall’artista salentina ci conducono dritti fra le maglie del racconto di Clara e del suo principe Schiaccianoci, trasformando in immagini coreutiche un portato sonoro che trascende il mero dato pianistico per entrare in un mondo teatrale di sogno.
Infine, come a saldare ad anello il suo recital, Beatrice Rana conclude il recital con un secondo Prokof’ev, parimenti con attacco mozzafiato, ma stavolta guardando a una pietra miliare del pianismo novecentesco. Vale a dire, la Sonata n. 6 in la maggiore op. 82, portata a compimento come primo tassello delle cosiddette “Sonate di guerra” l’11 febbraio del ’40, riprendendo non poche delle peculiari risorse messe a segno nelle opere precedenti, in special modo nella Quinta Sonata. Risorse che l’interprete ben cavalca e pone in evidenza esaltandone nel primo dei quattro movimenti la portata percussiva e massiva, l’incessante ricerca di inedite soluzioni timbriche votate ad esiti per lo più violenti, così come d’altra parte detta l’indicazione “col pugno” simile al cluster, gli scarti sia melodici che ritmici. Un pianismo robusto che nei tempi successivi modula verso slanci toccatistici e verso un linguaggio nitido e tagliente, di estraniata purezza, in più di un tratto imparentato con il quadrifoglio d’apertura e reso folgorante nella vertigine finale sospesa come al volo in chiusa.
Gli applausi, meritatissimi, scattano fragorosi e a ripagarli arriva una coppia di bis magnifici, di pari forma ma di segno digitale opposto, rispettivamente divisi fra le due nazioni in campo. Il primo è uno dei più celebri e amati Studi composti da Skrjabin, l’op. 2 n. 1, nell’occasione bella vetta espressiva e di suono per la particolare intensità della restituzione melodico-accordale; l’altro riconduce alla stessa raccolta delle Douze Étude di Debussy, ma pesca stavolta dal Libro primo offrendone l’ultimo tassello, il leggerissimo n. 6 “Pour les huit doigts”, attraversato vivamente a sfioro sfidando tempi, sgranatura e gravità.
A seguire, il Festival Pianistico ospiterà Seong-Jin Cho (10 marzo), Hélène Grimaud (19 marzo) e Yunchan Lim (12 ottobre). 




Teatro San Carlo – Stagione di Concerti 2025/26
FESTIVAL PIANISTICO
Musiche di Prokof’ev, Debussy, Čajkovskij
Pianoforte Beatrice Rana
Napoli, 21 gennaio 2025

