Una silloge sonora in prima assoluta che attesta e restituisce dal vivo, come una fonte documentale primaria potente e preziosa, alcune delle pagine musicali centrali tra frammenti audiovisivi rari che direttamente rispondono, dinnanzi a una platea da tutto esaurito, dando corpo concreto alla scrittura in pentagramma e alla voce stessa del più alto studioso e interprete delle radici musicali napoletane. Il che avviene nel solco fedele di quel dedalo fatto di svariati tasselli identitari e di reinterpretazione da sempre messi assieme nei suoi processi creativi e d’indagine. Un dedalo che per la prima volta, a un anno e tre mesi dalla scomparsa dell’indimenticabile musicista, regista e studioso Roberto De Simone, nonché a cinquant’anni esatti dalla prima spoletina della sua miliare opera in tre atti La gatta Cenerentola, raccoglie, filtra e rimescola nei pentagrammi colti della contemporaneità l’antica oralità popolare, le narrazioni simboliche, le tracce antropologiche, le tante tradizioni gestuali, canore e teatrali. Avvalendosi di alcuni dei suoi interpreti e testimoni più fidati.
Fa infatti leva culturale originalissima sul cuore e sulle coscienze odierne nutrendone al contempo la doppia memoria, storica e recente, l’evento inedito e applauditissimo dal titolo Carmina Desimoniana: molto più di un concerto-spettacolo per voci e orchestra da camera, prodotto dall’Associazione Roberto De Simone per la Fondazione Campania dei Festival e proposto in data unica nel Cortile delle Carrozze del Palazzo Reale di Napoli sotto la direzione musicale e la concertazione di Alessandro De Simone, nipote ed erede assoluto dell’arte del Maestro. Un evento lodevole quanto doveroso, reso possibile grazie all’articolato e lungimirante palinsesto del Teatro Campania Festival di quest’anno, a firma di Ruggiero Cappuccio.
Sul palco, quasi due ore fitte di note e testimonianze, fra echi di vicoli e radici di una Napoli obliqua e trasversale raccontata sotto lo sguardo disincantato e sornione del volto in foto del dedicatario, in proiezione sullo schermo di fondo, alternando e unendo – come in un viaggio appassionato che corre tra testimoni molteplici – una scelta di pagine musicali emblematiche create dall’eclettico compositore, i materiali del Cinque e Seicento (villanelle, tarantelle e moresche) che ne costituirono il bagaglio ispirativo, gli stralci dalle interviste registrate sul campo negli anni Settanta o in tempi più vicini dalla sua poltrona in tessuto e legno nella casa di via Foria trattando il senso del ruolo del musicista nella società attuale e i tanti temi-chiave della sua ricerca, compreso la nascita della Nuova Compagnia di Canto Popolare.
Il percorso in programma, dopo una breve clip registrata al Conservatorio “San Pietro a Majella” in cui il Maestro spiega al pianoforte la logica ascendente e discendente della scala che ne sostanzia il melos orientaleggiante, non può che cominciare passando simbolicamente all’orchestra dal vivo i pentagrammi di “Jesce sole”, la più remota formula rituale e pagana dell’invocazione richiamata a seguire nel canto delle lavandaie del Vomero e posta a incipit della fiaba teatrale cult di Roberto De Simone, La gatta Cenerentola, liberamente tratta dalli “Cunti” del Basile e dalle formule della tradizione musicale meridionale. A intonarla è una magnifica Maria Letizia Gorga, attrice e voce drammatica ambrata fortemente plastica, dolente e quasi graffiante, che sa come garantire in apertura e in crescendo atmosfera e tensione. Si prosegue quindi riprendendo le fila delle fonti cinquecentesche e pescando dal corpus delle villanelle alla napolitana riscoperte proprio dal Maestro cercando le origini della canzone partenopea otto e novecentesca, quindi riportate all’ascolto mezzo secolo fa con la Nuova Compagnia di Canto Popolare.
Lo stacco è affidato all’emissione teatralissima e intatta di Giovanni Mauriello (il mitico Monaciello della “Gatta”) che dà il via al genere con la canzone villanesca “Maronna nun è cchiù lu tiempo antico”, ripreso a più voci e sapientemente agganciato alla successiva “Vorrìa crudel tornare”, esempio importante composto dal virtuoso Giovanni Leonardo Mollica, in virtù della sua arte detto “dell’arpa”, nell’interpretazione di un come sempre straordinario Raffaello Converso (una delle sei sorelle e ufficiale francese nella Gatta Cenerentola, quindi voce costantemente e fino alla fine presente nell’opera desimoniana) optando per una versione metricamente e armonicamente dilatata su una strumentazione alla Stravinskij-Pergolesi, con un filo di controcanto degli altri interpreti. Virando poi su un altro cult di De Simone, La Cantata dei Pastori, la coppia Converso-Mauriello dà il meglio di sé incantando prima con la cullante “Canzone del Pescatore”, quindi travolgendo nel vortice melodico-ritmico e persino danzato de “La sciorta ca ‘grata”, infiammando con la “Canzone di Razzullo e Sarchiapone”. Il canto limpido e alto di Annamaria Colasanto volta pagina sul Mistero Napolitano e svetta con la “Canzone della barca” oltre che in una tenerissima Ninna nanna, nell’apicale Villanella di Cenerentola e nei possenti richiami di strada. Si attraversano così, in geometria variabile, Le 99 disgrazie di Pulcinella e le musiche per il film Fontamara (la cui canzone finale si affida all’intonazione profonda e superba della Gorga), ma non senza passare per un Pulcinella di Stravinskij, versione De Simone, che nel 1988 segnò una tappa importante nella storia teatrale di Napoli, siglando la riapertura del Mercadante completamente ristrutturato e qui ripreso da un fenomenale Converso interprete in maschera del monologo d’apertura fra questioni di pavimento e di scale, con aria in stile pergolesiano. E non mancano, naturalmente, dalla più celebre fiaba della scarpetta perduta, la scena topica delle ingiurie in estratto video come, nel canto dal vivo degli interpreti sul palco, il delizioso inserto madrigalistico dall’atto secondo.
Dalla successiva, lunghissima vertigine di una Tarantella dall’armonia sperduta che testa tenuta e valore di un giovane organico strumentale a parti reali (flauto, oboe, clarinetto, coppia di corni, fagotto, tromba, trombone, liuto, mandola, chitarra e basso elettrico, tastiere, batteria e quintetto d’archi), ben si comprende quanto la compagine funzioni a meraviglia sotto la guida musicale sensibile e sapiente di Alessandro De Simone, saldo oltre che nella conoscenza anche nel governo del repertorio in esame grazie a un gesto attento e sempre assai puntuale.
Al margine e in aggiunta l’uscita a sorpresa, quasi un tuffo al cuore, con l’arrivo improvviso dal buio ai piedi del palco di Franco Iavarone, quale voce recitante doc per l’asso di bastoni della “Gatta”. Al termine, in chiusa, finale di straordinaria intensità ieratica con il bellissimo Libera me domine, dal contrappunto ostinato a più voci, posto a doppio sigillo: del contrasto drammatico per musica Mistero Napolitano e, con un velo di non celata commozione, del primo vero, atteso omaggio della città del Golfo al suo ultimo, grande Maestro. 




Fondazione Campania dei Festival – Campania Teatro Festival 2026
CARMINA DESIMONIANA
Concerto per voci e strumenti
Prima assoluta
Testi e musiche Roberto De Simone
Annamaria Colasanto voce
Raffaello Converso voce
Maria Letizia Gorga voce
Giovanni Mauriello voce
Direttore e concertatore Alessandro De Simone
Assistente musicale e preparatore vocale Antima Pepe
Maestri collaboratori Gianmarco Palumbo e Francesca Stanziola
Marilù Grieco flauto
Pierdavide Falco oboe
Luca Iovine clarinetto
Alfonso Valletta fagotto
Luca Martingano corno
Michele Auriemma tromba
Nicola Ferro trombone
Federico Maddaluno mandolino
Eduardo Robbio mandola
Francesco Scelzo chitarra
Gianluca Mirra percussioni
Antima Pepe tastiere
Alfredo Marano primo violino
Francesca Macchiarulo secondo violino
Livia Iadanza viola
Fabiola De Angioletti violoncello
Daniele De Santo contrabbasso
Franco Giovanni Iavarone voce recitante
Produzione Associazione Roberto De Simone
Napoli, 6 luglio 2026

