È arrivato a Trieste, e si è arenato sui bassi fondali dello spettacolo povero di idee concepito da Henning Brockhaus, Der Fliegende Holländer di Richard Wagner, titolo chiave che segna un punto di arrivo nello sviluppo dell’opera tedesca e quello di partenza, in quanto ne contiene tutte le idee fondanti, del percorso del genio di Lipsia, futuro nume tutelare di Bayreuth.
C’era attesa, per questo Vascello, come dimostra il teatro colmo in ogni ordine alla prima del 21 marzo, sia per la pretesa vocazione wagneriana del pubblico tergestino, che per la presenza alla regia di un nome che al Teatro Verdi è stato apprezzato in passato, ad esempio, per le messe in scena di Macbeth e Il Castello di Barbablù. Quello a cui assistiamo, invece, è uno spettacolo confuso, piatto, senza la solida presa di un timoniere capace di tracciarne una rotta chiara. Forse le note di regia possono offrire una parvenza di spiegazione, quando, pur in un quadro generale che coglie ovviamente il disegno di Wagner, Brockhaus scrive “Der Fliegende Holländer non è una storia d’amore ma una storia di distruzione e morte”. Sebbene il regista, nel prosieguo della nota, riconosca in Senta quei tratti che ritroveremo altrove nel catalogo wagneriano, come “l’intolleranza per la mediocrità della vita che la circonda”, non mi pare che l’assunto sia sostenibile: piuttosto, il libretto di Wagner è l’esaltazione stessa del sacrificio d’amore come fonte generatrice di un mondo migliore, di una completa trasfigurazione che anticipa la trasfigurazione per eccellenza, il Liebestod di Isolde. Wagner stesso ne diventerà pienamente consapevole solo molti anni dopo, una volta concluso il suo capolavoro, quando nel 1860 scrive “Solo adesso che ho compiuto l’ultima trasfigurazione di Isotta, ho potuto trovare anche il giusto finale dell’ouverture del Fliegende Holländer”.
Che si navighi su un mare periglioso, dunque, è chiaro sino dall’imbarazzante pantomima a cui assistiamo durante la citata ouverture, con 16 ballerini che si agitano eseguendo le coreografie di Valentina Escobar: imitazione di bracciate, veli bianchi agitati confusamente in biancheria intima, movimenti ripetuti, corse lungo il palcoscenico sono il prologo della confusione che regna per tutto lo spettacolo, conseguenza anche del bisogno del regista di visualizzare ogni immagine evocata dai personaggi. Ecco, quindi, la danzatrice che “traduce” in realtà la ragazza evocata dalla canzone del timoniere, quella che – per quanto ricordi più Carmen che un essere sovrannaturale – compare quando Holländer evoca il “lodato angelo di Dio”, e via dicendo. Sui fondali stilizzati, disegnati dallo stesso Brockhaus con Giancarlo Colis – naïve sino all’eccesso le sagome delle navi nel primo atto – che soffocano anche i filmati efficaci del videomaker Luca Scarzella, che per forza evocativa, seppure nel loro descrittivismo marino, potrebbero bastare a fare lo spettacolo, si accalcano, pertanto, una marea di persone, con il risultato di bloccare il doppio coro ai margini della scena e di tenere i cantanti immobili verso il proscenio: i costumi di Giancarlo Colis riflettono la carenza di una solida idea con il risultato di proiettarci in una scena da operetta all’inizio del secondo atto, fra abiti coloratissimi e smoking. La sola trovata di un certo impatto è l’arrivo della nave di Holländer, che con la prua squarcia il fondale del primo atto e irrompe sulla scena, ma è troppo poco per supplire agli altri problemi di uno spettacolo in cui il concetto di luci non è nemmeno minimamente contemplato e che il pubblico ha salutato alla fine delle due ore venti (si rappresenta senza intervalli), con una compatta bordata di “buu” quale a Trieste raramente è capitato di sentire. Peccato, perché le precedenti prove avevano ottenuto ben altri esiti.
Sul piano musicale, invece, il Maestro Enrico Calesso, al timone dell’Orchestra del Teatro Verdi, conduce questo Vascello Volante, secondo il titolo italiano, a porti sicuri. Attento concertatore, Calesso riesce a gestire le dinamiche orchestrali ottenendo un ampio range di colori che bene evidenziano le peculiarità di un’orchestrazione che, al tempo della prima, destò non poca sorpresa fra gli ascoltatori. Senza temere volumi di suono imponenti, come l’epicità di molti passi richiede, è sempre attento alle esigenze dei cantanti e a non coprire, con le poderose ondate sonore che si agitano e levano dal golfo mistico, le voci. Splendido fraseggiatore, offre una lettura da cui emergono le architetture formali e l’ampio disegno sinfonico su cui si fonda la scrittura wagneriana, senza trascurarne i dettagli o talune preziosità che radicano ancora questo terzo titolo del Nostro alla produzione romantica del tempo. Una prova di livello che migliorerà ulteriormente nel corso delle repliche: ottima la risposta dell’orchestra al netto di qualche piccola sbavatura negli ottoni che non inficia minimamente l’esito dell’esecuzione, a cui hanno validamente contribuito le voci soliste scritturate dal Teatro.
James Rutherford offre una prova in crescendo: potendo contare su uno strumento di bel timbro baritonale e ampio volume, disegna un Holländer in cui ogni eco demoniaca scompare al prevalere del sentimento di stanchezza di vivere e di anelito a quella morte che gli è perennemente negata; coerentemente, risulta più convincente e capace di trovare dinamiche e accenti più interessanti per il suo personaggio pagine in cui evoca Senta o in nei duetti con lei. La recitazione risulta impacciata e convenzionale, ma è un tratto che accomuna tutti i quattro protagonisti, abbandonati a sé stessi. Solo Senta offre qualche tratto originale, essendo il perno della lettura di Brockhaus, che ne fa una sognatrice emarginata e avulsa dalla società che la circonda. Elena Batoukova-Kerl le regala una voce di bel timbro cristallino, con acuti imponenti, ben proiettati che riempiono la sala del teatro e dominano orchestra e coro, esibendo al contempo ottime mezze voci e pianissimi. Forse il controllo dei fiati non è sempre ottimale, in quanto le frasi nel registro medio, risultano a tratti frammentate in brevi unità. Clay Hilley incarna tutte caratteristiche dell’Heldentenor: registro medio ampio, emissione possente, acuti squillanti ben proiettati, grande potenza vocale in grado di dominare il golfo mistico. Non rinuncia a sfumare, ad addolcire il suono quando è richiesto e, forse, il suo Erik risulterebbe ancor più interessante, più umano se giocasse maggiormente sui colori, su un uso del fraseggio più addolcito che pure dimostra di possedere. Ciò detto è quello che riesce a trarre dal suo ruolo il personaggio più compiuto: arrabbiato, dolente, angosciato, accorato per la sorte di Senta. Ultimo, nel quartetto di protagonisti, il Daland di Albert Dohmen, in passato qui ascoltato come Holländer nelle edizioni del 2001 e del 2007: cantante di lunga esperienza wagneriana, possiede uno strumento intatto all’apice della sua carriera, nobile nel fraseggio e nell’emissione, estremamente elegante nella dizione e nel gesto scenico. Eccellenti, infine, le prove di Andrea Schifaudo quale Steuermann che si fa apprezzare per il bel timbro e la buona tecnica, e di Sanja Anastasia, voce di bel colore ambrato e solida preparazione, nei panni Mary.
Concludere riferendo del Coro del Teatro Verdi è quanto mai, soprattutto in questo caso, una cattiva abitudine: rinforzato da 12 elementi aggiunti dal Festival di Bayreuth grazie alla collaborazione del Verdi con la Richard-Wagner-Verband Würzburg-Unterfranken, esso si dimostra all’altezza di tutte le aspettative e fondamentale, grazie alla guida del Maestro Paolo Longo, nell’esecuzione di questa partitura che gli riserva pagine importantissime e impegnative: prova encomiabile nel suo complesso, con una menzione speciale per i registri maschili.
Il pubblico ha tributato un buon successo alla parte musicale, contestando ampiamento, come detto, lo spettacolo. 




Teatro Verdi – Stagione 2024/25
DER FLIEGENDE HOLLANDER
(L’OLANDESE VOLANTE)
Libretto e musica di Richard Wagner
Der Holländer (L’Olandese) James Rutherford
Erik Clay Hilley
Senta Elena Batoukova-Kerl
Daland Albert Dohmen
Der Steuermann Dalands
(Il timoniere di Daland) Andrea Schifaudo
Mary Sanja Anastasia
Orchestra, Coro e Tecnici
della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Direttore Enrico Calesso
Maestro del coro Paolo Longo
Regia Henning Brockhaus
Scene Henning Brockhaus e Giancarlo Colis
Costumi Giancarlo Colis
Videomaker Luca Scarzella
Coreografie Valentina Escobar
Nuovo allestimento della Fondazione
Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Trieste, 21 marzo 2025

