Approda al Théâtre des Champs-Élysées il Werther di Jules Massenet nella versione in coproduzione col Teatro alla Scala, che aveva già debuttato lo scorso giugno sul palcoscenico milanese. Dalla produzione scaligera, oltre alle scene e alla regia di Christof Loy, sono mutuati anche i protagonisti maschili: Albert (Jean-Sébastien Bou) e l’attesissimo Werther di Benjamin Bernheim.
E le attese non vengono certo deluse, dato che il pubblico incorona con una vera e propria ovazione il tenore franco-svizzero, sia dopo la sua grande aria del terzo atto, sia al momento degli applausi finali. Il personaggio di Werther è, per così dire, a metà del guado tra Gounod e l’Heldentenor, e le morbide linee vocali proprie della tradizione operistica francese sono qui punteggiate da incursioni verso una vocalità più spinta che incarna lo Streben dell’eroe romantico. Questa dualità (rispecchiata anche nelle diverse tradizioni interpretative) trova forse una sintesi nella lettura di Bernheim, che riesce a costruire un personaggio vocalmente coerente, dai malinconici pianissimi agli sfoghi più drammatici (in cui, va detto, si avverte una certa stanchezza vocale, specialmente nella prima parte dell’opera).
Al suo fianco troviamo Marina Viotti, il cui sorprendentemente ampio repertorio spazia dal barocco a Gounod, e addirittura a Lana del Rey e all’heavy metal. Il suo bel timbro scuro è qui funzionale a una lettura pienamente drammatica di Charlotte e se manca forse un po’ della leggerezza del personaggio nel primo atto, la resa della scena della lettera è pienamente riuscita, a partire dagli accenti drammatici sul “Werther!”.
Il tormentato amore tra i protagonisti è sovrastato in questa produzione dal grande muro grigio che costituisce l’elemento principale della scenografia di Johannes Leiacker, e contro il quale i due amanti sembrano schiacciarsi durante i loro fugaci idilli amorosi (quasi a doppiare, con Leitmotiv “scenico”, quello musicale del claire de lune). Una grande porta spezza la monotonia della scena, lasciando intravedere un tipico ambiente borghese della metà del XX secolo, mentre le piante e un albero sullo sfondo sono gli unici elementi che rendono esplicito il passare del tempo e che rimandano alla “Nature plaine de grace”, cantata dal protagonista. Nonostante la scelta di uno sfondo fisso (quasi un secondo sipario) porti inevitabilmente una nota di monotonia, pure lo spettacolo di Christof Loy funziona: oltre all’eleganza degli elementi scenici e alla bellezza dei costumi di Robby Duiveman, a tenerlo insieme è la coerenza interna di una regia sempre aderente alle indicazioni della partitura. In questa lettura l’amore adolescenziale di Sophie per Werther diventa una vera e propria passione, e introduce un elemento di rivalità tra le due sorelle assente nel libretto (significativamente, sarà proprio Sophie a interrompere il duetto tra gli amanti alla fine del primo atto). Il triangolo amoroso tra i protagonisti diviene quindi pienamente un quadrilatero, dove Sophie gioca un ruolo parallelo ad Albert, e quest’ultimo perde fin da subito la sua innocenza. Lo spettacolo, però, ne avrebbe forse guadagnato se questo parallelismo fosse rimasto un sottotesto, invece di esplicitarsi nella scena della consegna delle pistole: così efficace nel libretto proprio per la sua tensione latente, rischia di annegare nel didascalismo. E così il suicidio di Werther avviene sì fuori scena, ma in casa di Charlotte, mentre Sophie è presente e Albert impedisce con la forza alla moglie di intervenire: i due rivali assisteranno poi disperati in disparte all’agonia di Werther.
Se la regia toglie quindi a Sophie la sua infantile spensieratezza, Sandra Hamaoui, che la interpreta, sembra aver sposato appieno questa visione. Il suo “Ah! Le rire est béni” è tutto tranne che “joyeux, léger” (ma pur molto “sonore”) e le eleganti agilità vocali del soprano franco-americano sembrano qui più che altro dissimulare uno stato di prostrazione interna che esplode in vera e propria follia sul finale (se forse manca la gioia del canto di Natale, il bellissimo morendo sulla sua ultima frase dell’opera è di grande effetto drammatico). In linea con la regia anche la resa del personaggio di Albert (Jean-Sébastien Bou) per quanto il personaggio sia vocalmente meno a fuoco, complice lo sforzo nell’emissione nel registro acuto.
A distaccarsi – ma solo parzialmente – dalla cupissima lettura registica è invece la direzione di Marc Leroy-Calatayud, a cui piace indugiare sugli aspetti più languidi della partitura (con ottimi risultati, al di là di qualche problema di bilanciamento dei legni). La sintonia, a ogni modo, si ritrova nelle scene più concitate, come il finale secondo, dove la tenuta drammatica imposta dalla direzione incalzante è più che eccellente. Le buone prove dei comprimari (Yuri Kissin, Johan, e Rodolphe Briand, Schmidt) e del coro dei bambini incoronano uno spettacolo che, pur con qualche distinguo, merita il successo ottenuto. 




Théâtre des Champs-Élysées
WERTHER
Dramma lirico in quattro atti
Libretto Édouard Blau, Paul Milliet,
Georges Hartmann
Musica Jules Massenet
Werther Benjamin Bernheim
Charlotte Marina Viotti
Sophie Sandra Hamaoui
Albert Jean-Sébastien Bou
Le Bailli Marc Scoffoni
Johan Yuri Kissin
Schmidt Rodolphe Briand
Katchen Johanna Monty
Bruhlmann Guilhem Begnier
Direttore Marc Leroy-Calatayud
Orchestra de Les Siècles
Coro di voci bianche de la Maîtrise des Hauts-de-Seine
Regia e costumi Christof Loy
ripresa da Silvia Aurea De Stefano
Scene Johannes Leiacker
Costumi Robby Duiveman
Luci Roland Edrich
Parigi, 25 marzo 2025

