Siamo nel profondo Nord, “terre rare a parte” Norvegia, Svezia, Danimarca; i luoghi dello spirito e degli spiriti, di Munch e delle fiabe d’infanzia, di Ibsen, di Bergman e del poi. Così il debutto al Teatro alla Scala di Peer Gynt in forma di balletto esercita una grande attrazione. Il giovane coreografo romeno Edward Clug non si risparmia. Anzi Peer Gynt è il suo primo lavoro narrativo a serata intera.
Nato nel 2015 per il Teatro Nazionale sloveno di Maribor, è stato rimontato per i maggiori teatri europei, sempre leggermente rimaneggiato. Questo Nord fantastico e realistico, figlio del dramma in versi di Henrik Ibsen e messo in musica con ritmo drammaturgico da Edvard Grieg, ha attratto molti coreografi, da Spoerli a Cranko o a Neumeyer, sempre il più convincente nell’accostare la danza alla grande musica, Bach incluso. Oggi incontriamo Clug, che cerca di riproporre inquietudini ed ermetismo del grande drammaturgo norvegese: chi sono, cosa voglio.
Sulla musica di scena delle suites del Peer Gynt di Grieg (1874-75), con materiali Wiener Staatsoper e nell’ottica della divulgazione della musica sinfonica norvegese, pagine tra le più ispirate dell’intera produzione scandinava dell’Ottocento, passano il lamento di Ingrid, la danza araba, la struggente canzone di Solveig. Molto raffinata la direzione di Victorien Vanoosten, un affermatissimo che muove i primi passi a Lille per restare poi attivo soprattutto in Francia. Bella agogica, suono robusto o di commosso lirismo.
Pregevole l’allestimento di Marko Japelj (anche per lui molta Slovenia) che conquista dall’inizio con quel cerchio sul quale imperversa minaccioso il bellissimo cervo con corna e bastoni, o la scena del manicomio dove Peer finisce cercando invano soluzioni esistenziali sempre diverse e contrarie all’ovvietà, o la bara vuota isolata nel mezzo della scena che ingoia il protagonista, o quel tappeto isolato che fa il verso al kilim marmoreo che copre la tomba di Nureyev a Sainte-Geneviéve-des-Bois e poi si srotola in una serie di tappeti orientali che Peer, divenuto ricco, mostra in un qualche Oriente dove atterra con il suo aereo di plastica.
Intanto i ballerini della Scala, oggi Navrin Turnbull Peer Gynt, Alice Mariani deliziosa Solveig, Andrea Crescenzi La Morte, Emanuele Cazzato imperioso Cervo con corna e bastoni…affrontano con perfezione un moderno e post-moderno saldamente impiantato sullo studio del classico. Già in apertura vengono sbalzati i mitici e perfidi Troll della mitologia nordica, fisicamente ributtanti e psicologicamente perfidi. Nulla a che vedere con i nostri sognanti elfi romantici. Le terre dove Peer si cerca affannosamente cambiano in continuazione assieme alla loro umanità. Oggi veli seducenti e domani camicie di forza.
La rigorosa visione di Clug riesce e rispettare quel Grieg mix di musica da camera e di scena (e altro, a tratti si avverte l’accenno all’incipit dell’Adagio della III di Beethoven ) per un esito positivo in ogni sua forma. E alla fine questo Peer Gynt coreografico, sebbene spesso incomprensibile nell’esaltare le infinite declinazioni della soggettività ma, contrariamente al finale aperto di Ibsen, chiuso sulla riconciliazione Peer-Solveig, merita ondate di meritati applausi e arricchisce il repertorio del teatro. 




Milano, 8 aprile, 2025

