Grande successo per Die Entführung aus dem Serail (Il ratto dal serraglio), nella nuova produzione di Florent Siaud al suo debutto al Théâtre des Champs-Élysées. E forse non poteva essere altrimenti, visto l’altissimo livello di un cast che riunisce autentici fuoriclasse del repertorio e giovani promesse.
A partire, naturalmente, da Jessica Pratt che torna a vestire i temibili panni di Konstanze dopo i successi scaligeri. Se il soprano australiano ci ha ormai abituati alle sue Lucie e alle sue Elvire, è indubbio che anche il repertorio mozartiano le sia particolarmente congeniale. La grande prova del secondo atto è brillantemente superata: riaffiorano echi belcantistici nei fiati lunghi durante la dolente “Traurigkeit ward mir zum Lose”, mentre nella funambolica “Martern aller Arten” colpiscono la precisione della coloratura e l’eleganza delle variazioni. E se qua e là affiora qualche spinta verso un’emissione più drammatica, questo risulta perfettamente in linea con la sua lettura del personaggio, che si discosta felicemente, anche a livello di recitazione, da certe interpretazioni tradizionali un po’ robotiche.
Si colloca invece nel solco della migliore tradizione il Belmonte fresco e spontaneo di Amitai Pati, che si sta ritagliando uno spazio importante soprattutto nei grandi ruoli mozartiani. Il suo è infatti uno strumento duttile dal bel timbro luminoso, più leggero rispetto a quello del fratello maggiore Pene, che sembra attagliarsi perfettamente a questo repertorio.
Non pago di un’imponente presenza scenica, Ante Jerkunica (Osmin) ci fa quasi sobbalzare sulla poltrona fin dalle prime battute, sfoggiando una notevole capacità di proiezione e un bel timbro, soprattutto nel registro grave. Peccato che forse non dosi al meglio le proprie energie e arrivi visibilmente affaticato ai famosi re di “Denn nun hab’ ich vor euch Ruh”, unico neo di un’esecuzione per il resto quasi impeccabile. Percorso inverso per Manon Lamaison che, dopo una cavatina poco convincente all’inizio del secondo atto, riesce a mettere vocalmente a fuoco la sua Blonde. Brenton Ryan porta infine in scena un Pedrillo brioso, unendo alle indubbie doti acrobatiche un timbro fresco e un buon controllo dell’emissione.
Il ruolo parlato di Pascià Selim è invece interpretato da Uli Kirsch che, coerentemente con le scelte della regia, ne fa un personaggio ben più sinistro dell’originale mozartiano. Nella produzione di Florent Siaud, infatti, il pascià diviene una sorta di guru in quella che sembra la California della Summer of Love; Osmin e i cortigiani ne sono le sue guardie del corpo, mentre le ragazze dell’harem – una sorta di setta – sembrano stordite dall’alcol e da droghe psichedeliche. Al netto di un’ambientazione sulla carta così cupa, che quasi rimanda alla Family di Charles Manson, le scene semplici e colorate firmate da Romain Fabre alleggeriscono un po’ i toni e sembrano ammiccare alle turcherie dell’ambientazione originaria attraverso il gusto per l’oriente anni Sessanta espresso nelle architetture e negli arredi.
Se nulla appare particolarmente nuovo o rivoluzionario, la trasposizione nel complesso funziona. O meglio, funzionerebbe se non fosse proprio per il personaggio di Selim, che perde qui ogni tratto di nobiltà presente nel testo originale. La clemenza che consente agli amanti di fuggire si rivela infatti l’ennesima manipolazione, orchestrata a favore di telecamera, mentre i protagonisti e le ragazze dell’harem vengono costretti a manifestare la propria gratitudine. Osmin, addirittura, viene freddato nel finale da un colpo di pistola sparato dallo stesso Selim. Una forzatura che conferisce all’epilogo un tono eccessivamente cupo, ma che diventa quasi inevitabile una volta accettati i presupposti della trasposizione. Del resto, Siaud sembra rivendicare apertamente la scelta di trasformare il pascià in un guru manipolatore; resta però il dubbio che titoli d’ambientazione analoga ma più apertamente farseschi, come L’italiana in Algeri, avrebbero sostenuto meglio un’operazione di questo tipo.
La direzione di Laurence Equilbey, interprete mozartiana di grido nel panorama parigino, si caratterizza per i tempi serrati, l’attenzione ai cantanti e alle dinamiche del palcoscenico, e per un gusto per le piccole percussioni che potrebbe sembrare turchesco quanto intimamente francese. Ben riuscita l’idea, rivendicata dalla direttrice nel programma di sala, di aver introdotto un rumorista (Samuel Hercule) per accompagnare i dialoghi parlati, simulando di volta in volta il rumore del mare, il tuono, o addirittura adombrando l’azione delle sostanze psicoattive sulla mente dei protagonisti. Pienamente a fuoco anche gli interventi del coro che, in assenza di altre indicazioni sul programma, dobbiamo ascrivere al suo lavoro. 




Théâtre des Champs-Élysées
DIE ENTFÜHRUNG AUS DEM SERAIL
(IL RATTO DAL SERRAGLIO)
Singspiel in tre atti
Libretto di Johann Gottlieb Stephanie jr
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Konstanze Jessica Pratt
Belmonte Amitai Pati
Osmin Ante Jerkunica
Blonde Manon Lamaison
Pedrillo Lunga Eric Hallam
Selim Uli Kirsch
Insula Orchestra
Coro Accentus
Direttrice Laurence Equilbey
Regia Florent Siaud
Décors Romain Fabre
Costumi Jean-Daniel Vuillermoz
Luci Nicolas Descôteaux
Video Eric Maniengui
Rumorista Samuel Hercule
Parigi, 8 giugno 2026

