Baritono par excellence dell’odierna scena lirica internazionale che, quanto a stile e qualità, neanche scherza oltre la riconosciuta statura teatrale facendo i conti con un repertorio da camera in cui non meno potente, seppur in esposizione più intima e preziosa, appare in lui l’intesa fra la parola poetica, il canto e le intenzioni del cuore.
È quanto si registra con il folgorante recital di Ludovic Tézier, tornato al Teatro San Carlo di Napoli dopo appena venti giorni dalle acclamazioni raccolte con il gran Verdi di Un ballo in maschera, stavolta protagonista in primo piano grazie alla programmazione concertistica in corso dedicata alle grandi voci, in data unica e su doppia matrice, quella liederistica tedesca del pieno Romanticismo accanto al filone della chanson francese della prima metà del Novecento. Al suo fianco, Julius Drake, ottimo pianista inglese e in special modo accompagnatore ideale nella misura sempre appropriata dei volumi, nella sensibile tornitura dei timbri e delle dinamiche, per lo scatto del ritmo. Ironico persino, stando al foglietto tirato fuori e con accento molto british letto in volenteroso italiano girandosi dal panchetto verso il pubblico. E, con il gomito appoggiato alla tastiera, va a spiegare i motivi della scelta del suo Mendelssohn prima di attaccare, nel duplice intermezzo a solo, il Venezianisches Gondellied op. 62 n. 5 e il Duetto op. 38 n. 6 tratti dalla raccolta dei Lieder ohne Worte, in pertinente aggancio strumentale sulla forma: «Come probabilmente saprete – commenta fra l’annuncio delle due Romanze senza parole e una descrizione delle rispettive peculiarità evocative – Wagner non era una persona molto gentile e Felix Mendelssohn non era il suo compositore preferito. Mi piace l’ironia di poter suonare la bella musica di Mendelssohn subito prima dell’altrettanto bella musica di Wagner».
E varie riflessioni condivise oltre la quarta parete non mancano a sorpresa anche da parte di Tézier, laddove litiga con l’IPad faticando un po’ nel trovare gli spartiti dei bis, quando al trillare di un telefono in sala si rende conto che si è fatta ora di cena e confessa il ben più arduo compito rispetto al canto nel decidere «cosa mangiare a Napoli». O, ancora, quando opta per Schubert (uno splendido An die Musik) sottolineando con un mezzo sorriso «anche lui, direi, non è male», soprattutto quando di Lieder si tratta, ponendolo al centro degli altri due magnifici omaggi regalati fuori programma al pubblico entusiasta. Il primo bis, e lo si apprezza, va all’Italia delle Romanze di Francesco Paolo Tosti (Sogno) mentre per l’ultimo ritorna a Wagner, con la crepuscolare supplica del trovatore Wolfram redento grazie al sacrificio dell’amata Elisabeth, dal III atto del Tannhäuser (Wie Todesahnung… O, du mein holder Abendstern). Un apice fra i suoi prediletti, dolcemente sciolto con incanto assoluto, come fra sé e le più alte stelle.
Intanto, seguendo un tracciato non dissimile da quanto messo a segno con lo stesso pianista britannico in apertura di stagione alla Scala di Milano, l’itinerario in ascolto si divide fra la letteratura romantica tedesca a cornice, incernierata sulla liederistica di Schumann e Wagner, e un contrasto netto volando verso la Francia. In tal caso, quella novecentesca salottiera ed esotica delle impegnative e suadenti Quatre chansons de Don Quichotte, composte nel 1932 da Jacques Ibert in gara con altre firme (Ravel compreso) per il film sul cavaliere errante del regista Pabst con la voce del mitico basso russo Chaliapin.
Si inizia dunque con Schumann e con il ciclo Dichterliebe (Amor di poeta), celebre silloge da sedici canzoni nate nel 1840 in miracolosa simbiosi sui testi del poeta Heine. Una simbiosi serrata e variegatissima, percepibile nell’esatta specificità di ogni suono e accento entro la totale intesa fra Tézier con Drake, quindi restituita nell’intarsio – elegante come non mai – di un fraseggiare canoro intimo e scolpito, asciutto, sfaccettato. Distillato insomma ad arte ricercando articolazioni espressive molteplici alternando riflessioni e stati d’animo, mezzevoci a fior di labbra ed espansioni robuste puntualmente esatte per dizione nella gemmazione a riverbero del suono e del sentire di ciascuna intenzione, sillaba e parola. Nella voce ponderata e raffinata di Tézier c’è veramente tutto: tensione e passione, fervore, incertezza, slancio e tristezza, distacco sfumato e dolente.
Con Ibert, in apertura della seconda parte, si volta completamente pagina, stile e tiro: le tinte iberiche e l’allure della moderna Francia flettono il canto del baritono verso sponde a lui ancor più familiari, evidenti nella fonazione al platino, nella declamazione ornata poderosa e nella sinuosa intonazione fra l’arabesco salottiero e il gesto popolareggiante. Quindi stemperata nelle tinte in zona acuta, rafforzata per fibra al centro e al grave assecondandone fra testo e suono i ritmi della danza, i luoghi narrati, i personaggi evocati.
Infine i Wesendonck-Lieder concepiti da Wagner negli ultimi anni Cinquanta dell’Ottocento per voce femminile e pianoforte, legandone a fil doppio versi e musica con pre-tristanica passione alla poetessa autrice dei cinque testi lirici, Mathilde Wesendonck. Una summa dell’amore romantico e, nell’occasione in ascolto per oro brunito baritonale, di un canto di stampo autobiografico trasfigurato in sublime poesia del cuore: sospirato, vibrato, idilliaco e drammatico, sognato.
Gran trionfo finale per entrambi gli artisti al proscenio e applausi prolungati da un teatro non pieno come invece auspicabile, se non d’obbligo, dinanzi al pregio raro di un’interpretazione poetico-musicale assoluta e semplicemente esemplare. 




Teatro San Carlo – Stagione di Concerti 2024/25
GRANDI VOCI
Musiche di Schumann, Ibert, Mendelssohn,
Wagner
Baritono Ludovic Tézier
Pianoforte Julius Drake
Napoli, 31 ottobre 2025

