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Napoli, Teatro San Carlo – Recital di Elīna Garanča

Vola con bravura mirabile fra i colori e gli estremi del suo registro in pentagramma così come fra gli stili e gli accenti dei sentimenti molteplici scolpiti entro un ampio ventaglio di brani al salto fra il secondo e l’ultimo Ottocento di varia forma e in ben sei linguaggi diversi. Il tutto, sempre garantendo con padronanza tecnica assoluta pari plasticità espressiva ed efficacia di cifra tanto alla liederistica tardo-romantica tedesca quanto alla romanza russa, alla pagina d’opera di qualunque latitudine ed estrazione, alla canzone di tradizione lettone.

Nessun dubbio che il mezzosoprano di Riga dalla superba carriera artistica Elīna Garanča, ospitata al Teatro San Carlo di Napoli in serata unica e in recital per il segmento dedicato alle grandi voci, sia a oggi una delle interpreti più salde e luminose del firmamento canoro internazionale. Ma nell’occasione, affiancata al pianoforte da un accompagnatore e musicista doc quale si è dimostrato per sapienza d’intesa e finezza di tocco Malcom Martineau (preziosi anche i suoi cammei per pianoforte solo, Clair de lune di Claude Debussy e la Berceuse di Jāzeps Vītols), ha sorpreso ancora una volta di più per la duttilità veloce al cambio di cifra e di stile, tra l’altro unita a una sensibilità sempre viva e palpitante, nell’inanellare le tante pagine del suo lungo e serrato programma canoro offerto sfaccettandone lo scavo e i profili come in altrettante, differenti ma sempre esatte istantanee di viaggio.

L’itinerario in ascolto, andato lodevolmente a omaggiare la memoria dell’addetta stampa del Teatro, Giulia Romito, prematuramente scomparsa lo scorso anno, è partito dalla Germania con una nutrita rosa di Lieder di Johannes Brahms estratti da diverse raccolte e appunto restituiti esaltandone il canto ben radicato sulla parola come sulla profondità di un sentire romantico prossimo al tramonto. In “Liebestreu” (Amore fedele, n. 1 dall’op. 3) Garanča sfodera subito gran dominio sui passaggi d’estensione e sulla variabilità delle dinamiche, rendendo a seguire e di volta in volta la linea dolcemente fluida in “Geheimnis” (Segreto, op. 71 n. 3), meditativa sull’onda dei ricordi in “Wir wandelten” (Camminavamo, op. 96 n. 2), divaricata fra la cupa densità al grave e la tesa interiorizzazione dei suoni stemperati all’acuto fra il rammarico e l’abbandono in “O wüsst’ ich doch den Weg zurück” (O conoscessi la via del ritorno, op. 63 n. 8), delicatamente vibrante fra il sogno, il disincanto e le immagini della natura in “Alte Liebe” (Antico amore, op. 72 n. 1), lacrimevole in “Die Mainacht” (Notte di maggio, op. 43 n. 2). Fino a virare, al termine del gruppo, rapinosa e incalzante nella volitiva “Von ewiger Liebe” (Dell’eterno amore, op. 43 n. 1). Quindi la Francia, ma non quella delle mélodies, bensì puntando all’opera di varia formula, dunque toccando con l’incandescenza di temperamento teatrale che le è propria la légende-dramatique con l’aria “D’amour l’ardente flamme” da La damnation de Faust di Hector Berlioz e il biblico in stile grand-opéra con il Samson et Dalila di Camille Saint-Saëns, cantandone con sentimento fremente e purissimo il vertice sublime “Mon cœur s’ouvre à ta voix”, quindi La reine de Saba di Charles Gounod, valorizzata con veemenza drammatica intonandone l’aria “Plus grand, dans son obscurité”.

Con la seconda metà della serata si gira la bussola verso una duplice Russia, divisa fra l’iper romantico Pëtr Il’ič Čajkovskij (con l’aria “Da, chas nastal… Prastitye vi” da La pulzella d’Orléans) e il più moderno Sergej Rachmaninov con un quadrifoglio di romanze dalle opere 8 e 14 scritte nell’ultimo scorcio di secolo, sfoderando nel primo morbidezza e potenza, nel secondo slancio e nitore d’espressione. Poi il testimone passa all’Italia verista, con la romanza di Santuzza “Voi lo sapete, o mamma” dalla Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni, eseguita con tale forza ed esemplarità naturalistica da far venir giù il teatro (qualcuno, dall’alto dei palchi, le grida “super”). A seguire c’è la Spagna vista sia con gli occhi di un compositore autoctono del secondo Ottocento, Ruperto Chapí (con le gemme “Cuando está tan hondo” e “Carceleras” rispettivamente tratte dalle zarzuelas El Barquillero e Las hijas del Zebedeo), sia attraverso l’incanto ipnotico del francese Georges Bizet con la celeberrima habanera (L’amour est un oiseau rebelle) dall’opéra-comique Carmen. E se nel primo caso il melodioso canto di Elīna Garanča, mano ai fianchi o sul viso, si fa emozione e danza di folclore, nel secondo diventa seduzione alle stelle, puntando il dito sul pubblico al suo “toi” e stregando letteralmente tutti nel distillare lentamente di spalle, quindi girandosi frontalmente, sguardo e voce con sensualità senza pari, calibrando veramente ad arte ritmo e dinamiche molteplici sulla parola magica “Amour”.

Da lì il delirio del pubblico levatosi in piedi ad applaudirla, fra commenti entusiastici (“meravigliosa!”, “unica!”), lancio di rose rosse dalle barcacce oltre il gran fascio consegnatole di rito e un generoso poker di bis diviso fra due romanze di Rachmaninov a lei particolarmente care, una canzone della sua terra e, a ulteriore riprova di un’estensione miracolosa e magnifica, un omaggio all’opera italiana del primo Novecento proiettato in chiusa al sublime con “Io son l’umile ancella” dall’Adriana Lecouvreur di Francesco Cilea.

Teatro San Carlo – Stagione di Concerti 2024/25
GRANDI VOCI
Musiche di Brahms, Berlioz, Rachmaninov,
Vītols, Mascagni, Chapí, Bizet

Mezzosoprano Elīna Garanča
Pianoforte Malcom Martineau

Napoli, 31 maggio 2025

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